Chiesti 9 anni per il tabaccaio che uccise un rapinatore: “Sparò per vendetta”

Nove anni e mezzo di carcere. È la condanna chiesta dal pm Laura Barbaini per Giovanni Petrali, il tabaccaio che il 17 maggio 2003 ha sparato contro due rapinatori, uccidendone uno e ferendo l’altro. Secondo l’accusa l’uomo, che deve rispondere di omicidio volontario e tentato omicidio, ha agito “per esercitare la sua vendetta personale”. Il processo si svolge nell’aula della prima Corte d’Assise di Milano.

Un’ipotesi, quella della condanna a nove anni e mezzo di carcere, che non piace alla Lega. “Leggiamo con sgomento e incredulità la richiesta della pm Barbaini di una condanna a 114 mesi di reclusione per Giovanni Petrali, onesto lavoratore milanese che ebbe il torto di essere rapinato e picchiato da due balordi, dal cui attacco difese sé e la sua famiglia”, attacca Matteo Salvini. “In un paese che lascia liberi terroristi e stupratori è indegno che ci sia qualche uomo di giustizia che vorrebbe far marcire in galera un uomo di 74 anni più volte colpito e non difeso da nessuno”.

A maggio del 2003 due malviventi, Alfredo Merlino e Andrea Solaro, tentarono di rapinare il bar-tabaccheria di Petrali, in piazzale Baracca a Milano. Il tabaccaio, oggi 74enne, reagì uccidendo Merlino e ferendo Solaro e la vicenda fece molto discutere. Nella requisitoria il pm ha parlato di una “reazione non necessitata” da parte di Petrali, nonostante le “modalità odiose” della rapina (i due spintonarono, schiaffeggiarono e colpirono con un pugno il tabaccaio). Secondo la ricostruzione del pm, Merlino è stato ucciso quando era all’esterno del locale e stava scappando. Opposta la versione della difesa, secondo cui il ladro sarebbe stato colpito dentro il locale. Anche il complice, secondo l’accusa, era sulla soglia e stava scappando quando è stato ferito a un polmone. Secondo il pm dunque non si può parlare di legittima difesa o di eccesso colposo in legittima difesa, in quanto mancano gli elementi di concretezza del pericolo e di necessità dell’azione. Nell’azione del tabaccaio Barbaini vede “una sconfitta dello stato di diritto” e la volontà di “farsi giustizia da sé”. Nella richiesta della condanna sono state comunque riconosciute le attenuanti generiche e della provocazione.

Nel parlare della “volontà omicidiaria” di Petrali, il pm ha citato le parole, riportate da testimoni, che il tabaccaio avrebbe pronunciato davanti ai due rapinatori a terra (”Spero che moriate, questa volta ho colpito giusto”) e di un “gesto furioso in segno di soddisfazione e vittoria” che avrebbe fatto alzando le mani. Il magistrato ha riferito di sette colpi esplosi dal revolver di Petrali (quattro dentro il locale e tre fuori), sparati anche a una distanza di cento metri dal bar, durante l’inseguimento. Per il pm i due “se ne stavano andando con i loro miserevoli mille euro (il bottino della rapina, ndr)”.

Petrali dunque avrebbe avuto “l’intervallo di tempo necessario per rendersi conto che stavano andando via, che il rapinatore ucciso era disarmato e che l’altro armato si era già allontanato”. La sentenza del processo è attesa per il 12 febbraio. L’avvocato Stefano Ardizzoia, che rappresenta la famiglia di Alfredo Merlino, ha chiesto 50 mila euro di provvisionale a carico dell’imputato e che venga confermato l’impianto accusatorio del pm. Stessa richiesta, ma con 20 mila euro di provvisionale, da Chiara Antola, che rappresenta Andrea Solaro. Nella prossima udienza prenderà la parola la difesa dell’imputato, poi la Corte presieduta da Luigi Cerqua si ritirerà in camera di consiglio per il verdetto.

Commenti

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Il 4 Febbraio 2009 alle 12:41 shift ha scritto:

Siamo alle solite con il sistema giudiziario nostrano, non desiderano che nessuno altro soggetto diverso dalla magistratura possa usare e usurpare un potere che la magistratura pretende solo per sé medesima, di là delle esigenze altrui, perfino di quelle della polizia.

Di conseguenza non sono i criminali che criminaleggiano e gli danno il potere di esercitare la giustizia che gli danno fastidio, ma bensì coloro che usano di tale potere pur in condizioni estreme.

Vedremo pertanto criminali assolti, e innocenti e poliziotti condannati, niente di nuovo sotto il sole.

Di là delle modalità in cui e’ stato costretto a reagire la vittima, il problema con la nostra giustizia e’ soltanto questo.

Il buffo e’ che non si peritano di giudicare le intenzioni dei criminali di là dei fatti, ma giudicano le intenzioni di chi si e’ difeso insieme ai fatti.

Quando un criminale ti assale la vittima non può sapere quali siano le sue intenzioni effettive, ne’ si può permettere il lusso di aspettare che questi si manifestino, visto che ne va della sua vita e di quella dei familiari e dei suoi beni, e’ ben per questo che dovrebbe esistere il diritto di difesa e perfino il diritto di fermare con la forza chi compie azioni criminali o e’ in fuga.

Dico che il diritto di difesa “dovrebbe esistere”, perché attualmente rimane solo una vuota enunciazione legale, ma nei fatti non esiste in Italia, come possiamo vedere da questo e da chissà quanti altri processi passati e futuri.

Quando un criminale aggredisce per espletare un reato di cui la vittima non conosce ancora le dimensioni, visto che i conti si fanno a cose fatte e non mentre procedono, neppure il criminale stesso sa fino a che punto le sue azioni possono portare.

Un pugno dato solo per colpire può andare di là delle intenzioni stesse di chi lo da, e uccidere chi lo subisce.

Il legare e imbavagliare una persona può andare di là dell’immobilizzazione e soffocare una persona, o impedirgli di liberarsi facendolo morire d’inedia.

Quello che ti racconta un malvivente mentre agisce contro di te e i tuoi cari non e’ credibile, perché le sue intenzioni possono essere diverse o divenire diverse, a seconda dei suoi impulsi temporanei e della situazione mutevole.

Quindi una vittima non può limitarsi a giudicare dalle apparenze o da fatti che ancora sono in formazione, ma se reagisce deve reagire come se fosse in gioco la sua vita e quella dei suoi, giocoforza, dato che non ha i mezzi e la forza pubblica che in quel momento possa sostenerlo, ne’ può supporre d’essere il più forte in una situazione imprevedibile e mutevole, tanto da permettergli di graduare il suo intervento come desisterebbero e pretenderebbero i giudici.

Condannare una persona, poi, in base a frasi pronunciate in un momento di alterazione e di stress, a seguito del fatto, e’ come voler condannare qualcuno per opinioni espresse perché non condivisibili, semplicemente allucinante!

Un conto e’ se uno dichiara prima del fatto quello che intende fare in violazione delle leggi e poi lo fa, un altro paio di maniche se dopo il fatto uno si abbandona a farfugliamenti disordinati, dovuti ad una situazione di disquilibrio psicologico evidente e non scatenato da lui ma dai colpevoli.

Chissà se il Ministro Alfano nel suo progetto di riforma giudiziaria si perita a trattare anche questa materia, perché e‘ assurdo che si continuino a vedere simili situazioni a favore dei criminali e a condanna delle vittime, non se ne può più.

Il 4 Febbraio 2009 alle 19:24 nhico ha scritto:

Sembra che la missione dei giudici sia quella di creare una palude della giustizia in Italia. Nella quale i criminali possano impunemente delinquere e i cittadini devono subirli senza fiatare. Pena la galera.

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