Passa con voto bipartisan, alla Camera, la soglia del 4% per la legge elettorale europea. E il voto rompe uno schema di contrapposizione tra governo e opposizione che ha dominato dall’inizio della legislatura. In questo passaggio di forte valenza politica ci sono vincitori e perdenti: tra i primi c’è Walter Veltroni, e chi nel centrodestra ha insistito sul dialogo, come Gianni Letta; tra i secondi c’è Massimo D’Alema, che abbandona l’assemblea del gruppo del Pd prima del sì alla soglia dai lui criticata; e perdono anche i piccoli partiti della sinistra, chiamati ora a superare lo spirito della esasperata frammentazione.
Oggi tutti i piccoli partiti che verrebbero tagliati fuori dalla soglia del 4%, dalla Destra di Francesco Storace al Prc di Paolo Ferrero, hanno manifestato davanti al Quirinale, a Palazzo Chigi e a Montecitorio la loro rabbia contro “l’inciucio” tra Pd e Pdl. E dalla tribuna della Camera hanno lanciato nell’emiciclo volantini contro la “legge truffa” partorita dal “Veltrisconi”. Ma, come registrano i sondaggi, l’opinione pubblica non ha appoggiato questa battaglia come fece per la difesa delle preferenze. Anzi, sembra che i cittadini guardino con favore a una soglia che eviti il proliferare di sigle.
Intanto, alla Camera l’aula ha bruciato i tempi, licenziando il testo del relatore Peppino Calderisi, in una sola seduta. Nessun emendamento approvato, niente voto segreto (ma solo per il dietrofront di chi prima lo aveva richiesto) e, dunque, nessun brivido. L’unica riforma bipartisan dalla legge Tatarella per le regionali nel 1995. E liscia come l’olio è andata la riunione del gruppo del Pd, in mattinata, chiamato a pronunciarsi sull’accordo con il Pdl. Il vicesegretario Dario Franceschini ha spiegato che la legge mira a consolidare un bipolarismo in cui si contrappongono due grossi partiti, attorno a cui concorrono poche forze intermedie: è l’abbandono del modello Unione, con una concorrenza spietata tra piccole sigle sia a sinistra che al centro: “Non reggerebbe neanche il Pd a questo schema”, ha osservato Franceschini.
Nella riunione tutti i big hanno dato il loro assenso, da Piero Fassino a Rosy Bindi, da Pierluigi Bersani a Enrico Letta. Gli unici a dirsi contrari sono i quattro ulivisti di Arturo Parisi, e Walter Tocci. Non interviene invece D’Alema che va via prima che il gruppo voti: ai 5 “no” si sommano due sole astensioni dei dalemiani, Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini. In aula però tutti si attengono alle direttive del gruppo tranne Furio Colombo e i sei Radicali. Se il sì del gruppo del Pd e dell’Aula segna una vittoria del bipolarismo (non del bipartitismo) e quindi dello schema di Veltroni e di Berlusconi, marca uno stop ai profeti del modello tedesco: da D’Alema a Pier Ferdinando Casini, che subisce la legge con un “sì con riserva”.
La soglia del 4% farà piazza pulita a destra del Pdl e nei suoi dintorni (Mpa, Pensionati, Dca, eccetera), mentre a sinistra potrebbe non avvenire altrettanto, se i protagonisti saranno all’altezza della sfida. E cioè superare lo schema della concorrenza tra partiti che è stato seguito sin dal 1998, quando iniziò la gara tra Prc e Pdci, a cui si sono via via aggiunti i Verdi, poi Sinistra democratica e ora il Movimento di Nichi Vendola; uno schema che ha portato alla scissione di quest’ultimo mentre in Parlamento si trattava sulla soglia.
L’obiettivo del Pd, ha spiegato Veltroni, non è azzerare queste forze, ma “costringerle” ad aggregarsi in almeno un paio di forze intermedie. In grande imbarazzo sono invece i Socialisti di Riccardo Nencini e i Radicali, non assimilabili alle sigle della sinistra radicale. Insomma, come ha sottolineato il presidente Napolitano in una lettera di risposta alle sollecitazione dei piccoli partiti, se la legge elettorale deve evitare “una eccessiva compressione del pluralismo politico”, è pur vero che “una eccessiva frammentazione della rappresentanza politica può in linea generale costituire un disvalore”, tant’è che la soglia esiste in moltissimi Paesi europei. “La legge”, ha detto il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini, “non è il funerale della democrazia, ma dei partiti dello ‘zero virgola’”.
- Martedì 3 Febbraio 2009
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Commenti
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Il 14 Febbraio 2009 alle 23:44 Il gran ritorno di Mastella: alle Europee in corsa con il Pdl » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Tornato alla ribalta politica, Clemente Mastella corre di nuovo per le elezioni. Quelle europee, per andare Strasburgo, dopo aver rinunciato a quelle nazionali dell’aprile 2008. Dopo aver dovuto affrontare un’odissea giudiziaria che l’hanno coinvolto. Dopo aver abbandonato l’incarico di ministro della Giustizia. Dopo aver passato mesi a studiare le carte, a fare “l’investigatore privato” e a tessere la sua tela, inevitabilmente, politica. [...]
Il 15 Febbraio 2009 alle 13:24 Forconi, Fucili, Molotov - Agora’ di cloro ha scritto:
[...] Insomma questo governo: -Vi ha decurtato lo stipendio se vi ammalate -Fa in modo che se avete 5000 euri di debito vi possano portar via la casa -Vi censura se scrivete su internet -Punirà i giornalisti che adempiono al dovere professionale d’informarvi -Vi toglie la possibilità di scegliere se volete o meno curarvi -Hanno messo la faccia trasudante incompetenza di Gelmini a legiferare sullo stupro di scuole e università affinchè i nostri ragazzi, precari e disadattati dal pregiudizio per cui il dialogo secondo “uomini e donne” è l’unica forma di comunicazione possibile. -Hanno impedito che gli italiani si organizzassero in partiti piccoli per provare a rinnovare la democrazia col decreto del 4% alle elezioni europee. [...]
Il 17 Febbraio 2009 alle 11:58 Voto sardo, terremoto nel Pd: più di Soru, perde Veltroni » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Spoglio al cardiopalma ed estenuante per il Partito Democratico, che già dai sondaggi degli ultimi giorni sapeva che sarebbe stato un testa a testa durissimo. Il segretario ha sempre ripetuto che il voto sardo non era un referendum tra lui e Berlusconi ma una sfida regionale, gestita in prima fila da Renato Soru che ha sempre voluto carta bianca sia dal Pd, commissariato dopo lo scioglimento della giunta, sia dagli altri partiti della coalizione. Ma tutti al vertice dei democratici sono coscienti che questa sconfitta (la lista del Pd a sostegno del Governatore uscente si è fermata poco sotto il 25%, dieci punti in meno rispetto alle politiche di aprile 2008) non può che allargare le fratture interne e accelerare una fase congressuale cominciata nei fatti dopo la discesa in campo di Pier Luigi Bersani. L’ottimismo iniziale è scemato quando, racconta un dirigente del Pd, “si è capito che a Sassari e a Nuoro, tradizionalmente più vicine a noi, si era vinto ma con un vantaggio stretto”. Non sufficiente, quindi, a bilanciare i voti di Cagliari, dove il Pdl è più forte. Ma c’è un altro dato che, man mano che le sezioni scrutinate aumentavano, ha preoccupato i big del Pd, cioè i consensi del Pd intorno al 25%, ovvero quasi dieci punti sotto il risultato delle politiche. Perché tra le varie sfaccettature del voto sardo c’è anche il peso del Pd rispetto a Soru, da più parti accreditato come un possibile futuro leader del partito a maggior ragione dopo che, come dimostra la vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine, gli elettori sembrano stufi di candidati identificati con gli apparati ed i vari capicorrente. Con tutti gli aspetti del voto sardo si cominceranno a fare i conti a Roma da subito. Quello che è certo è che Veltroni non ha alcuna intenzione nè di mollare ma nemmeno di continuare a farsi logorare fino alle europee. Per questo, anche se il congresso non sarà anticipato, come pensano in molti, sarà da rivedere lo schema della conferenza programmatica e magari anche l’assetto del vertice del partito, anche se “ora” spiega un dirigente “i primi a non avere più interesse a fare un comitato di emergenza sono critici e sfidanti, ormai sincronizzati sui tempi previsti del congresso ad ottobre per tirare lì le somme della gestione veltroniana”. Che al “nemicoamico” di sempre, Massimo D’Alema non piace proprio più: alla sollecitazione di Fausto Bertinotti, “Sospendiamo le dispute identitarie. Rimettiamoci tutti in gioco”. D’Alema risponde con un sì: “Occorre ripartire insieme, non fare terra bruciata. Il Pd deve aiutare una sinistra disposta a misurarsi con la sfida del governo”. [...]
Il 18 Febbraio 2009 alle 20:03 Europee: sì del Senato, lo sbarramento al 4% è legge » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La riforma del sistema elettorale per le europee è legge, dopo il voto del Senato. Prevede l’introduzione di una soglia di sbarramento al 4%. Un’asticella prevista anche nei sistemi elettorali di molti altri Stati membri dell’Ue. In Germania, Polonia e Francia, ad esempio, lo sbarramento è fissato al 5%, mentre per la Svezia e l’Austria è al 4%. I voti favorevoli sono stati 230, 15 i contrari e 11 gli astenuti. A favore del provvedimento, oltre a Pdl e Pd, anche Lega Nord e Idv. Il voto contrario è stato espresso dai senatori dell’Mpa di Raffaele Lombardo, dai Radicali eletti nel Pd Marco Perduca e Donatella Poretti, dalla senatrice Luciana Sbarbati dei Repubblicani europei, eletta sempre nel Pd. Astenuti i senatori democratici Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita, Franca Chiaromonte, Gianfranco Carofiglio e Ignazio Marino. Il provvedimento è formato da un solo articolo e prevede che siano eletti al parlamento di Strasburgo i rappresentanti delle liste che sul piano nazionale abbiano conseguito almeno il 4% dei voti validi. Fino alle scorse elezioni non era previsto in Italia alcuna soglia di sbarramento. La norma non introduce altre modifiche alla legge numero 18 del 1979. Ecco, in pillole, il sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno e che servirà ad eleggere il gruppo dei 72 europarlamentari della delegazione italiana a Strasburgo. Proporzionale puro: Il riparto dei seggi avviene con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Sbarramento: Hanno diritto ad accedere alla ripartizione dei seggi solo le liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi. Cinque circoscrizioni: Il territorio italiano viene suddiviso in cinque circoscrizioni. La prima, “Italia nord-occidentale” comprende Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria e Lombardia. La seconda, “Italia nord-orientale” è composta da Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Terza circoscrizione, quella dell’Italia centrale: Lazio, Umbria, Marche e Toscana. L’Italia meridionale: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Infine, l’Italia insulare, cioè Sardegna e Sicilia. Anche se nel prossimo consiglio dei ministri ci sarà un provvedimento per scorporare la regione Sardegna, ai fini elettorali, dalla circoscrizione Sicilia-Sardegna in modo da consentire ai sardi di avere un proprio rappresentante nel prossimo parlamento europeo. Preferenze: Restano le preferenze, nonostante, nella prima ipotesi di riforma, il centrodestra avesse tentato di cercare un accordo per l’introduzione delle liste bloccate come per le politiche. L’elettore può esprimere, dunque, non più di tre preferenze per ogni circoscrizione. Sottoscrizioni: Le liste devono essere sottoscritte da non meno di 30mila e da non più di 35mila elettori e i sottoscrittori devono rappresentare almeno il 10% degli elettori di ognuna delle regioni comprese nella circoscrizione. Non devono raccogliere le firme i partiti che abbiano un gruppo parlamentare anche in una sola Camera, le forze che abbiano almeno un europarlamentare e anche le liste con un contrassegno composito, ma contenente il simbolo di un gruppo politico esonerato dalla raccolta. Nel passaggio alla Camera, il governo ha accolto anche un ordine del giorno del Pd che impegna il governo ad “agevolare la presentazione di nuove liste contraddistinte da simboli che rappresentino l’aggregazione di più liste o partiti già esistenti e contribuire a una maggiore semplificazione del sistema politico”. In buona sostanza, se un europarlamentare si ripresenta ma con una lista nuova, che aggrega più forze, quella lista verrebbe esentata dalla raccolta delle firme. Rimborso elettorale: Ha diritto al rimborso elettorale solo chi ha almeno un eletto e, dunque, solo chi ha superato lo sbarramento del 4%. [...]
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