La deferenza delle vittime del giro d’usura, più di cento, verso il capo degli strozzini era tale, che bastava nominarlo per terrorizzarle e convincerle a saldare subito il debito. “Kuya Boy” (dove “Kuya” è in lingua filippina un appellativo che manifesta rispetto, simile al nostro “don”) e i suoi intermediari e complici non avevano bisogno di realizzare le minacce passando ai fatti. Il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano ha scoperto che da questi rapporti di sottomissione era nata un’organizzazione di usurai filippini che prestavano dai 600 ai 4.000 euro ai connazionali in difficoltà economiche con interessi che arrivavano al 70 per cento.
Le indagini, coordinate dal pm Ester Nocera, sono durate dieci mesi e si sono concluse a novembre 2008. Grazie alle intercettazioni e ai pedinemanti sono state raccolte le prove del giro illecito e questa mattina sono state eseguite quattro ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Micaela Curami, due in carcere e due ai domiciliari. In manette sono finiti “Kuya Boy”, cioè M.P., di 44 anni, un altro uomo di 38 anni con un ruolo importante nell’organizzazione, M.R., detto “Kuya Nomar”, e la moglie del primo, M.N., di 43 anni. Un’altra donna, l’unica clandestina del gruppo, G.E., di 42 anni, è ancora ricercata. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’usura. I quattro sono filippini, come filippine erano le vittime dei prestiti a usura, e i due uomini facevano i portinai a Milano.
Tutti i soldi ricavati dai quattro venivano spediti in patria, dove venivano investiti. Kuya Boy e sua moglie erano riusciti a costruirsi un intero palazzo. Il gruppo teneva liste dettagliate in duplice copia, coi nomi dei “clienti” e le cifre prestate. Gli investigatori hanno anche riscontrato come la pratica del “financing”, cioè dei prestiti a usura, sia considerata normale all’interno della comunità filippina, anche se illegale in Italia. Così come sono abbastanza diffuse anche se sommerse quelle del “paluwagan”, cioè una sorta di fondo comune da cui attingere in caso di bisogno, e del “trafficking”, vale a dire l’immigrazione clandestina con permessi di soggiorno falsi.
“È la prima volta che un giro di usura tra cittadini filippini (a Milano sono circa 27 mila, ndr) viene portato alla luce in un’indagine”, spiega il pm Ester Nocera. “E queste attività illecite, come quelle scoperte in passato sul traffico di una potente droga, lo Shaboo, sono inaspettate all’interno di una comunità considerata tradizionalmente tranquilla e priva di elementi criminali”.
- Martedì 3 Febbraio 2009
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