di Stefano Brusadelli
Il riformismo non è solo davanti a noi. È anche alle nostre spalle. Sono 150 anni di storia e di emancipazione, durante la quale tutte le culture che oggi stanno nel Pd, la comunista, la socialista, la cattolica, hanno saputo migliorare la società prendendo le difese dei subalterni, degli ultimi. E oggi ai giovani noi dobbiamo offrire un solco, una narrazione che faccia loro capire come noi vogliamo l’innovazione, certo, ma difendendo valori antichi».
La sfida al nuovismo veltroniano, all’italoobamismo nel quale il rosso dovrebbe sciogliersi nell’iride democratica, parte dall’Emilia padana, dove invece il rosso non vuole saperne di annacquarsi troppo. Mittente: Pier Luigi Bersani, piacentino, 57 anni, ex ministro, portabandiera dell’anima più riformista della sinistra. Nell’ottobre del 2007, pressato dalla ragion di partito, rinunciò a sfidare Walter Veltroni alle primarie per la guida del Pd. Stavolta, come anticipa in questo colloquio con Panorama, non è più disposto a fermarsi.
Il profilo del Pd che ha in mente, e che qui delinea con chiarezza, è assai diverso da quello veltroniano. «Ho delle idee» dice «e intendo proporle. Quanto alle forme» aggiunge con doverosa concessione al senso di opportunità che in una vigilia elettorale vieta assalti alla segreteria «le vedremo. Non è oggi il tempo delle candidature, oggi bisogna piuttosto rimotivare il partito». Sebbene, risulta a Panorama, l’annuncio che dopo il voto di giugno sarà comunque in campo una piattaforma Bersani sia già stato dato a Veltroni dal diretto interessato, in un incontro avvenuto alcuni giorni fa.
L’ ipotesi al momento più realistica, legata a un risultato deludente ma non disastroso del Pd alle europee (tra il 29 e il 32 per cento), è che al congresso previsto per l’ottobre 2009 si presentino tre candidature forti: Veltroni, Bersani ed Enrico Letta. In caso di crollo sotto il 29-28 per cento lo scenario è invece imprevedibile e non si può escludere un’immediata scissione dell’ala centrista. La mappa delle alleanze vede oggi con Veltroni la componente ex dc di Dario Franceschini e Giuseppe Fioroni, oltre a Piero Fassino; Letta, che si candiderà in coerenza con la battaglia già fatta alle primarie 2007, interpreterà l’anima più liberal, potendo però anche contare su molte simpatie nella Cisl; a sostegno di Bersani si dovrebbero schierare i dalemiani. Restano un’incognita le posizioni dei prodiani e di Franco Marini. Il segretario, come prevede lo statuto, sarà scelto non nel congresso (per la precisione ribattezzato convenzione), ma nelle successive primarie aperte a tutti i simpatizzanti del Pd, e alle quali saranno ammessi i tre candidati più votati dai congressisti e comunque tutti quelli che avranno superato il 15 per cento.
Questo meccanismo plebiscitario (che è alla base della legittimazione di Veltroni ma anche dei malumori di quadri e tesserati) è il primo bersaglio del piccone bersaniano. «Il partito» dice il ministro ombra dell’economia «è un’associazione di volontari della politica dove la sovranità è degli aderenti, i quali in determinate circostanze possono cederla agli elettori. Ma senza prescindere dalle loro responsabilità. Prima di tutto vengono la discussione e il pronunciamento degli aderenti. Se no il partito si riduce a un regolamento».
Pensando alla moda delle primarie a macchia di leopardo (qualcuno le fa, qualcuno no) Bersani è severo e intende essere ancora più preciso: «Il modello all’americana va bene per eleggere il segretario, almeno per ora, ma non può sottrarre al partito il dovere di discutere le forme e i meccanismi della partecipazione, né quello di selezionare le candidature».
In vista dell’appuntamento del congresso (e ancor prima della conferenza programmatica del 17-19 aprile), Bersani sta organizzando una sua kermesse, per metà marzo a Pisa. Servirà per definire meglio la piattaforma della candidatura, e anche per lucidare un po’ d’argenteria. Il titolo è già scelto: «Manifutura», un gioco di parole per richiamare (ottimisticamente) la vocazione manifatturiera dell’economia italiana, da coniugare con ricerca e innovazione. Previste presenze al top: Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Franco Bernabè, Roberto Colaninno, Tito Boeri, Salvatore Settis.
Quel che però servirà, quando si arriverà alla conta nelle primarie, più che i prestigiosi testimonial saranno i voti; e il candidato in pectore si sta attrezzando. L’Emilia dovrebbe già essere in cassaforte, sebbene gli emiliani storicamente non si siano mai voluti riconoscere in un’unica leadership, come le fallite scalate alla segreteria del Pci di Luciano Lama e Renato Zangheri raccontano. Nel Nord Bersani può annoverare tra gli estimatori il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, i segretari del Pd lombardo, Maurizio Martina, veneto, Paolo Giaretta, e ligure, Mario Tullo. Quanto al Sud, se l’alleanza con i dalemiani regge provvederanno loro, che da quelle parti sono fortissimi.
Poi c’è la Cgil, che con 5,5 milioni di iscritti è la più potente macchina organizzativa della sinistra. Non è un caso se dopo la firma del nuovo modello contrattuale nazionale rifiutato dalla Cgil sia D’Alema sia Bersani si sono subito schierati dalla parte di Guglielmo Epifani, mettendo da parte vecchie riserve sugli atteggiamenti spesso conservatori della confederazione. Ai rapporti di recente rinsaldati con Gianni Rinaldini (il capo della Fiom) e Carlo Podda (funzione pubblica) Bersani può affiancare collaudate intese con autorevoli sindacalisti riformisti come Agostino Megale e Nicoletta Rocchi, e più di sinistra come Paolo Nerozzi, ora senatore pd. Persino Epifani, oggi in rotta di collisione con Veltroni, potrebbe alla fine considerare l’ex ministro emiliano come il minore dei mali.
Con un po’ di semplificazione, quello che propone Bersani è un partito più tradizionale nel funzionamento e più socialdemocratico nel programma, ma con un migliore amalgama tra socialisti, cattolici e liberali. «Il Pd» dice a Panorama «deve saper mettere in campo una grande capacità di innovazione, ma continuando a pronunciare parole antiche: sinistra, popolarismo, cattolicesimo democratico». Su una collocazione del Pd nel Pse sembrano esserci pochi dubbi.
È liquidata anche l’autosufficienza veltroniana, sostituita dall’idea di un’alleanza potenzialmente estesa da Rifondazione all’Udc: «La vocazione maggioritaria significa percepire che il nostro partito ha il massimo di responsabilità nell’organizzare il grande campo del centro-sinistra. In questa fase occorre tenere aperta la nostra capacità di rapporto, di dialogo e di alleanza nelle più diverse direzioni. Alla nostra destra come alla nostra sinistra». Capito, Walter?
- Venerdì 6 Febbraio 2009
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Il 6 Febbraio 2009 alle 16:29 PD:Bersani si candida e prepara la sfida di ottobre « Circolo Del Partito Democratico Di Bientina ha scritto:
[...] Panorama: Pier Luigi Bersani: “Adesso vi spiego come sarà il mio Pd” [...]
Il 13 Febbraio 2009 alle 12:18 Cgil in piazza: lo sciopero di Epifani (con Bersani) imbarazza Veltroni » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Rifondazione: presente. I verdi: ci saranno. Sinistra democratica: in piazza. L’Idv: aderisce pure. Manca solo la diretta Rai, ma gli organizzatori hanno chiesto al neo presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che venga garantita adeguata copertura. Scenderanno in piazza venerdì 13 febbraio i metalmeccanici e gli statali della Cgil (Fiom e della FP-Cgil: cosa che non è successa spesso. Tre i cortei: da piazza della Repubblica, dalla stazione Tiburtina e da piazzale dei Partigiani), ma sono entrati nel dibattito interno del Pd, creando l’ennesima divisione. Sono infatti già oltre cento i parlamentari democratici (tra cui nomi di un certo rilievo: da Anna Finocchiaro a Gianni Cuperlo, da Livia Turco a Vincenzo Vita e Maria Pia Garavaglia, da Walter Vitali a Ignazio Marino, dagli ex ministri Cesare Damiano, Barbara Pollastrini, agli ex sindacalisti Paolo Nerozzi, Achille Passoni, alla portavoce di Romano Prodi Sandra Zampa) che hanno dato la loro adesione allo sciopero, in contrasto con la decisione presa dalla segreteria (nonostante sul tema il leader Veltroni non abbia lasciato “libertà di coscienza”, come sul caso Englaro). Non pervenuto Massimo D’Alema: i partiti, ha detto mercoledì a Otto e mezzo, meglio che non sovrappongano la loro bandiera a quella del sindacato. Della pattuglia pro manifestazione anche Pierluigi Bersani, ministro dell’Economia del governo ombra del Pd, che ha annunciato la sua adesione alla mobilitazione con queste parole: “Il Pd deve far sentire la sua presenza nei luoghi dove si muovono i protagonisti della crisi economica: lavoratori, sindacati e piccoli imprenditori”. Più o meno gli stessi concetti espressi dalla sinistra radicale: “La Cgil sostiene giustamente” dice Claudio Fava, leader Sd “la battaglia per difendere la dignità del lavoro, per il sostegno al reddito dei lavoratori che sta diventando ogni giorno di più una vera e propria emergenza”. Per questo, contro chi cerca di “isolare politicamente la Cgil, mostrando la faccia feroce a tanti lavoratori che stanno perdendo il proprio posto di lavoro, lo sciopero di venerdì non sarà una manifestazione sindacale come ne abbiamo già viste nel passato, ma sarà un atto di civiltà politica”. [...]
Il 16 Febbraio 2009 alle 16:55 Soru Vs Cappellacci: voto a Cagliari, tsunami a Roma » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Sfida finale all’ultimo voto. Un milione 400 mila elettori sardi decidono il futuro governo regionale dell’isola fra due contendenti molto determinati: Ugo Cappellacci, ex assessore e commercialista dal sorriso aperto, e Renato Soru, ombroso editore dell’Unità, ribattezzato l’”Obama di Sanluri”. Con il voto di domenica 15 e lunedì 16 febbraio in palio non c’è solo il governo dell’isola, ma anche, probabilmente, la leadership del Pd. Se Soru vince, prende tutto: la Sardegna e, con ogni probabilità, la poltrona di Walter Veltroni. Se Soru perde, perde tutto: la sua regione e il Pd. La necessità di mettere alla prova la capacità del Partito democratico di raccogliere consensi e la curiosità di verificare il gradimento di Soru, in vista di una sua investitura nazionale, hanno così trasformato le elezioni regionali sarde in un test nazionale. Ma non è solo questo: da tempo la segreteria di Veltroni è in discussione e la poltrona dell’ex sindaco di Roma fa gola a molti. Come anticipato da Panorama, il ministro ombra dell’economia, Pier Luigi Bersani, portabandiera dell’anima più riformista della sinistra, se nell’ottobre 2007 pressato dalla ragion di partito rinunciò alla sfida, oggi non pare più disposto a fermarsi. “C’è il problema di organizzare il partito, metterlo nella sua fisiologia. Bisogna arrivare a un meccanismo di corresponsabilità. E su questo il segretario per primo deve dare una mano. Anche nel suo interesse” ha detto Bersani. [...]
Il 17 Febbraio 2009 alle 11:56 Voto sardo, terremoto nel Pd: più di Soru, perde Veltroni » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Spoglio al cardiopalma ed estenuante per il Partito Democratico, che già dai sondaggi degli ultimi giorni sapeva che sarebbe stato un testa a testa durissimo. Il segretario ha sempre ripetuto che il voto sardo non era un referendum tra lui e Berlusconi ma una sfida regionale, gestita in prima fila da Renato Soru che ha sempre voluto carta bianca sia dal Pd, commissariato dopo lo scioglimento della giunta, sia dagli altri partiti della coalizione. Ma tutti al vertice dei democratici sono coscienti che questa sconfitta (la lista del Pd a sostegno del Governatore uscente si è fermata poco sotto il 25%, dieci punti in meno rispetto alle politiche di aprile 2008) non può che allargare le fratture interne e accelerare una fase congressuale cominciata nei fatti dopo la discesa in campo di Pier Luigi Bersani. L’ottimismo iniziale è scemato quando, racconta un dirigente del Pd, “si è capito che a Sassari e a Nuoro, tradizionalmente più vicine a noi, si era vinto ma con un vantaggio stretto”. Non sufficiente, quindi, a bilanciare i voti di Cagliari, dove il Pdl è più forte. Ma c’è un altro dato che, man mano che le sezioni scrutinate aumentavano, ha preoccupato i big del Pd, cioè i consensi del Pd intorno al 25%, ovvero quasi dieci punti sotto il risultato delle politiche. Perché tra le varie sfaccettature del voto sardo c’è anche il peso del Pd rispetto a Soru, da più parti accreditato come un possibile futuro leader del partito a maggior ragione dopo che, come dimostra la vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine, gli elettori sembrano stufi di candidati identificati con gli apparati ed i vari capicorrente. Con tutti gli aspetti del voto sardo si cominceranno a fare i conti a Roma da subito. Quello che è certo è che Veltroni non ha alcuna intenzione nè di mollare ma nemmeno di continuare a farsi logorare fino alle europee. Per questo, anche se il congresso non sarà anticipato, come pensano in molti, sarà da rivedere lo schema della conferenza programmatica e magari anche l’assetto del vertice del partito, anche se “ora” spiega un dirigente “i primi a non avere più interesse a fare un comitato di emergenza sono critici e sfidanti, ormai sincronizzati sui tempi previsti del congresso ad ottobre per tirare lì le somme della gestione veltroniana”. Che al “nemicoamico” di sempre, Massimo D’Alema non piace proprio più: alla sollecitazione di Fausto Bertinotti, “Sospendiamo le dispute identitarie. Rimettiamoci tutti in gioco”. D’Alema risponde con un sì: “Occorre ripartire insieme, non fare terra bruciata. Il Pd deve aiutare una sinistra disposta a misurarsi con la sfida del governo”. [...]
Il 17 Febbraio 2009 alle 19:28 Caos sardo nel Pd, Veltroni saluta: “Dimissioni confermate” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] L’ipotesi di lasciare erar stata messa sul tavolo dal leader nella mattinata di martedì, al coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna. Veltroni avrebbe aperto la riunione spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perché le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se “per molti sono un problema” avrebbe detto Veltroni “io sono pronto ad andarmene per il bene del partito”. Dichiarazioni ribadite nella sessione pomeridiana del vertice, nonostante il no venuto dai vertici del partito. Alle argomentazioni dell’ormai ex segretario tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità. Il primo ad intervenire è stato Pierluigi Bersani (che qualche giorno fa aveva annunciato di voler sfidare Walter al congresso), che ha ribadito la sua lealtà al partito e al progetto, dicendosi pronto a proseguire su questa strada ed anche lui ha rifiutato l’idea che le responsabilità della situazione dipendano dal solo segretario. Poi, ecco le parole del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “Rispetto la decisione di Veltroni che considero un atto di generosità verso il partito. Lui spiegherà le sue ragioni e il mio personale convincimento è che il Pd deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione”. Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Anche se le bocche restano cucite, le facce un po’ tese e le braccia allargate in segno di “Non dico nulla, non ho nulla da dire”. Finita l’era del “Si può fare”, è tuto da vedere quello che faranno ora in Largo del Nazareno. [...]
Il 17 Febbraio 2009 alle 22:33 Il dopo Walter è un vicolo cieco. Quel che resta del Pd è da “resettare” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale. Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma. [...]
Il 5 Marzo 2009 alle 13:45 Franceschini leader fino a ottobre: “Il Pd logora chi ci sta, non mi candido” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci. Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina). Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”. E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”. Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale. [...]
Il 5 Marzo 2009 alle 13:52 Franceschini leader fino a ottobre: “Il Pd logora chi ci sta, non mi candido” ha scritto:
[...] Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci. Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina). Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”. E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”. Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale. [...]
Il 21 Luglio 2009 alle 14:09 Casinò Pd: grandi manovre alla ricerca di un leader » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”. Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie. Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie. Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale. Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale. Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza. [...]
Il 20 Agosto 2009 alle 10:54 E nella corsa alle primarie, il Pd si scorda pure degli “operai” (o quasi) » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Tre i candidati in campo: l’ex ministro Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. I pezzi da novanta del Pd hanno affilato i coltelli. Ma le vere primarie, dicono i commentatori più esperti, si giocano nelle segreterie delle regioni e sulla capacità di incrementare il numero di schede degli iscritti che poi andranno a votare (almeno curiosi gli aumenti esponenziali di iscritti nelle ultime settimane in Calabria e Campania). E accanto alla conquista dei voti (e delle poltrone che contano), c’è, o almeno ci dovrebbe essere, la battaglia delle idee. Insomma, perché votare l’uno piuttosto che l’altro? Panorama.it è andato a spulciare i testi delle tre mozioni (Bersani qui - Franceschini qui - Marino qui), su alcuni dei temi più caldi della politica nazionale. Scoprendo che dietro a tutti e tre si cela uno spettro, quello della politica del “ma anche” di Veltroni che ha portato il Pd sul baratro, e che l’unico a parlare di operai è un ex democristiano. [...]
Il 31 Agosto 2009 alle 13:21 Parla Frattini: sugli sbarchi, Franceschini e Lega disastrosi » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Con il governo accusato di inumanità e ritenuto quasi responsabile di strage; e a sua volta accusatore del centrosinistra e della Ue, che continua a considerare gli arrivi via mare dei disperati africani come un problema dei soli paesi mediterranei. A indignare Frattini sono l’arrivo di una mozione contro l’esecutivo italiano annunciata al Parlamento europeo dal gruppo dipietrista e la (pubblicizzata) visita del segretario del Pd Dario Franceschini (secondo il quale il governo “è razzista e xenofobo”) a due dei naufraghi eritrei ricoverati a Palermo. “All’Italia” dice il ministro “si deve il salvataggio, non l’abbandono. Noi abbiamo salvato più vite in mare di tutti gli altri paesi europei messi insieme. Non dico che sull’intera politica estera l’opposizione debba avere un atteggiamento costruttivo, ma almeno sulle questioni che toccano la vita e la morte. I nostri partner europei sono stupefatti. Io stesso, negli anni trascorsi a Bruxelles da commissario europeo, non ho mai visto niente di simile. In Spagna il Pse di Zapatero ha sull’immigrazione un atteggiamento ben più rigido di quello italiano, eppure mai il Ppe ne ha fatto oggetto di speculazioni politiche fuori dai confini. Ecco dove sta l’anomalia italiana, ecco perché continuiamo a non essere un paese normale: a causa dell’ossessione antiberlusconiana che acceca l’opposizione, la porta a danneggiare persino il proprio paese”. Viene da chiedere, ascoltando toni così aspri, se il titolare della Farnesina scorga vie d’uscita, occasioni di ricucitura, con la legislatura appena agli inizi. “Franceschini” è la risposta “ha cominciato male. Quella visita ai sopravvissuti con telecamere e giornalisti al seguito è stato un passo sbagliato. Sarà stato probabilmente influenzato dal clima congressuale, ma registro che Pier Luigi Bersani non l’ha seguito su questo terreno, e ciò va sottolineato. Dopo il congresso, con chi uscirà vincitore desidero francamente un confronto a tutto campo su politica estera, politica mediterranea e di immigrazione. Certo, se dovessero vincere Franceschini o Ignazio Marino non mi faccio molte illusioni”. Ma non solo per Bersani il ministro ha parole d’apprezzamento. “Quando Piero Fassino era ministro degli Esteri ombra del Pd guidato da Veltroni, queste porcherie non c’erano, con lui avevamo un confronto settimanale. E si sapeva chi esprimeva la politica estera del Pd. Ora, non si sa più”. [...]
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