
Come ogni sabato sera, anche la scorsa settimana Franco Sollecito si è seduto al tavolo della sua cucina con la seconda moglie Mara, il fratello Giuseppe e la cognata Sara Achille. Si dovevano discutere le prime due udienze del processo per la morte di Meredith Kercher, che vede imputato il figlio Raffaele e la sua ex fidanzata, Amanda Knox. I temi del giorno erano: due testimoni che sconfessano l’agente della Polizia postale, l’inquilina della casa del delitto che conferma una telefonata di Amanda.
I Sollecito, però, non si sono limitati all’esegesi del dibattimento. Hanno discusso di perizie, tabulati ed esami del dna: come se si trovassero in un ufficio legale e non nella cucina di un appartamento alle porte di Bisceglie, nel Barese.
Riunioni così si ripetono da quando, il 6 novembre 2007, Raffaele Sollecito è entrato in carcere. Da quel momento i suoi familiari hanno cominciato un’indagine parallela a quella della procura. Obiettivo: far emergere le presunte incongruenze dell’inchiesta ufficiale. Hanno letto ogni carta ed esaminato ore di sopralluoghi. Hanno cercato di mettere assieme indizi a discolpa: intuizioni, investigazioni artigianali e dossier. Materiale usato poi dai loro avvocati e dai consulenti, di cui si discuterà anche nel processo. Un’indole da detective che ha permesso loro di chiarire alcuni punti. Ma che li ha fatti pure scivolare, quasi come nemesi, in un’altra inchiesta parallela: quella della procura di Perugia che ha indagato la famiglia, definendola “un clan”. Avrebbe tentato di ostacolare magistrati e poliziotti, cercando anche di coinvolgere politici. “Un clan”: proprio come vengono definiti i Franzoni, circondati da spasmodico interesse mediatico e avvocati di grido.
Sara Achille, la zia di Raffaele Sollecito, è una volitiva donna di 51 anni con i capelli neri e l’aria informale: “Siamo consapevoli che il muro contro muro con i magistrati ha leso mio nipote” dice seduta nel soggiorno della sua casa di Giovinazzo, a pochi chilometri da Bari, il paese in cui viveva anche lui. “Avremmo dovuto cercare il dialogo, invece che la guerra. Ma ogni giorno uscivano notizie false. Bisognava difendere l’immagine di un bra vo ragazzo, dipinto come un mostro”.
I Sollecito continuano a ripetere che Raffaele è finito in carcere per un errore: un’impronta di scarpa insanguinata trovata nella stanza di Meredith e inizialmente attribuita al giovane. Circostanza su cui batte il padre Franco, 61 anni, urologo a Bari. Dopo il lavoro ha raggiunto la cognata a Giovinazzo. “Guardando la perizia abbiamo visto che qualcosa non andava” ricorda. “La scarpa non sembrava compatibile”.
Bisognava però risalire al modello. Dalla cucina sbuca sorridente la cugina Annamaria, 21 anni, studentessa di architettura. Con un compasso è riuscita a ricostruire: “La suola aveva 11 cerchi, quella di Raffaele solo sette” afferma. “Allora ho ripreso il disegno della pianta, l’ho ricostruito su un lucido e abbiamo cominciato a verificare nei negozi”.
Sara Achille tira fuori uno scatolone: dentro ci sono tutte le prove grafiche servite per ottenere l’impronta. Nelle indagini si è cimentata tutta la famiglia. Il padre ha girato i negozi di Perugia; la cugina ha fatto lo stesso a Bari. Ma è stato lo zio Giuseppe, 51 anni, manager di un’impresa di fitofarmaci, a scovare la Nike giusta in un centro commerciale. “Quando l’abbiamo scoperta, pensavamo che tutto fosse finito” racconta Sara Achille. “Le ragazze piangevano. Mio marito diceva con lo sguardo al cielo: Dio esiste”. “Dopo un nostro consulente” continua Franco Sollecito, mentre i suoi occhi cerulei sfavillano “trovò una scatola di scarpe a casa di Rudy. Il modello coincideva: era stato lui a lasciare quell’impronta, non mio figlio”. Conclusioni finite anche in una perizia di parte firmata dal medico legale Francesco Vinci.
Alle inchieste artigianali sono stati affiancati dettagliati dossier al computer. Negli ultimi mesi la zia di Raffaele Sollecito ne ha preparati quattro, per ricostruire l’omicidio ed evidenziare presunte contaminazioni dei reperti. Prende il suo portatile e comincia a mostrare alcune schermate: le foto del luogo del delitto sono corredate da considerazioni e stralci di atti giudiziari. “Ci ho lavorato giorno e notte” dice. “Mio cognato stendeva il canovaccio, io cercavo immagini e documenti che avvalorassero le nostre intuizioni”. Ricorda quando gli avvocati, dopo aver esaminato il risultato delle indagini casalinghe, le annunciarono che sarebbero stati presentati in dibattimento: “Una soddisfazione. Mi hanno detto che era inutile rivolgersi a dei consulenti. Del resto è vero: nessun esterno potrà mai conoscere così bene l’inchiesta”.
“Il computer” prosegue “prima quasi non lo usavo. Adesso sono diventata un’esperta”. Tutto il materiale è archiviato nei due pc di casa: in decine di cartelle e sottocartelle. “Ma non riesco a trovare sempre tutto, spesso mio cognato mi chiama: ‘Sara, dobbiamo riguardare l’immagine in cui…’. E posso impiegare ore per trovare un fotogramma”.
Il primo lavoro risale al marzo 2008. La famiglia richiede i video dei sopralluoghi della scientifica. Li guarda e li riguarda per giorni. Si convince che molti reperti sarebbero contaminati. Conclusioni sintetizzate in un dossier, dato a una tv locale, Telenorba, che manda in onda anche il filmato della polizia, comprese le immagini del corpo di Meredith. Succede un putiferio: il “clan” viene indagato per violazione della privacy, diffamazione e pubblicazione arbitraria di atti giudiziari. “Aver dato quelle riprese è l’unica cosa di cui mi pento” ammette il padre di Raffaele, seduto nella cucina di casa. Ha gli occhiali calati sul naso, inforcati per leggere la sentenza con cui Rudy Guede è stato condannato a 30 anni. “Le abbiamo utilizzate male, è diventato un boomerang”.
Altre polemiche seguono. Il giorno della chiusura dell’inchiesta, lo scorso giugno, vengono pubblicate le intercettazioni tra i Sollecito. Secondo i magistrati, che riportano colloqui piuttosto coloriti, pensavano di poter far trasferire poliziotti scomodi, organizzare campagne mediatiche e chiedere l’intervento di politici.
Dai brogliacci risultano chiamate a parlamentari e senatori. Ora la famiglia dà la sua versione. In una telefonata tra il padre e Vanessa, sorella di Raffaele, tenente dei carabinieri, si parla del possibile intervento di Nello Formisano, dell’Italia dei valori: “Mia figlia mi disse che il senatore le aveva domandato un favore per un conoscente” spiega lui. “Lei voleva chiedere in cambio di rimanere a Roma. Il fratello non c’entra”.
Il medico si accende un sigaro. Si affaccia al balcone: dà due profonde boccate. “Lei a questa storia è estranea: è stata coinvolta solo per la scelta dei consulenti. Il risultato, però, è che adesso stanno cercando di farla fuori”.

Mentre parla suona il citofono: il fratello e la cognata sono venuti a discutere “cose urgenti”. Prima però si continua a parlare di intercettazioni. Tra le chiamate ne erano spuntate anche alcune con il vicepresidente del Senato, Domenico Nania, interpellato dalla cognata di Sollecito, Sara Achille, dirigente provinciale di An. Amica personale di Giuseppe Tatarella, è stata candidata a sindaco di Giovinazzo nel 2001 e prima alle elezioni regionali.
“Ho fatto parte per sette anni dell’assemblea nazionale del partito: i leader nazionali li conosco tutti” dice lei. “A Natale del 2007 mi telefonò Nania, un caro amico. Con lui mi sfogai, parlandogli di mio nipote. Mi consigliò di rivolgermi all’avvocato Giulia Bongiorno”. Che in effetti, dopo qualche mese, diventò il legale della famiglia. “Lo chiamai altre due volte per ringraziarlo e fargli le congratulazioni dopo le elezioni. Occasioni in cui continuai a esprimergli la mia rabbia. Nient’altro”.
Sara Achille afferma che nello stesso periodo cercò di contattare pure l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella: “Volevo che esaminasse il dossier che avevamo preparato. Gli mandai un messaggio. Lui mi telefonò chiedendomi chi fossi. Gli risposi: sono la zia di Sollecito. Mio nipote è vittima di un errore e penso che a Perugia non possano garantirci un prosieguo sereno. Potrei mandarle dei documenti: poi, se lo riterrà opportuno, saremo felici di vederla. Il giorno dopo mi chiamò dicendo che era interessato. Rimanemmo intesi che ci saremmo risentiti per la consegna delle carte. Tre giorni dopo fu arrestata la moglie e lui si dimise”.
Il padre di Raffaele nega che si trattasse di perorazioni: “La cosa mi offende” dice con le guance che avvampano. “Ritengo di essere una persona di media intelligenza. I magistrati di tutta Italia, per motivi svariati, ogni giorno rinviano a giudizio politici, compresi quelli che hanno fatto la storia della democrazia, come Giulio Andreotti. E io andavo a chiedere intercessioni?”.
Ogni settimana Franco Sollecito fa la spola in Umbria: a Terni, dove è rinchiuso il figlio, e a Perugia, per il processo. “Lui è preoccupato” riferisce. Il fratello e la cognata si rabbuiano. “Gli diciamo di stare tranquillo, ma lui in carcere è un pesce fuor d’acqua. Non vuole avere rapporti con nesssuno. ‘Non condivido niente con queste persone’ mi dice. ‘Non voglio sentire le loro lamentele’. Si rifiuta perfino di sapere perché sono stati condannati”.
Di Amanda parla poco: “La ritiene immatura” continua Franco Sollecito. Sgombera il tavolo dalle carte processuali e si alza verso il balcone, per dare qualche altra boccata al suo mezzo sigaro. “E comunque più pensa a quella sera, più si convince che sia rimasta con lui tutto il tempo”.
Nella prima udienza Raffaele Sollecito, fino a quel momento sempre spaurito e sommesso, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee: “Sono vittima di un errore giudiziario” ha detto risoluto. I suoi avvocati hanno chiarito che d’ora in poi interverrà su tutto. Qualis pater, talis filius.
- Domenica 15 Febbraio 2009
Tutto sulla tragedia della Costa Concordia
La pirateria online è un furto?
Avetrana: video, articoli e foto esclusive
IL MEGLIO DEL 2011







LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie
Mostri della porta accanto
Il Governo Monti
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama








Lettere dal fronte dei nostri soldati














Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 15 Febbraio 2009 alle 15:25 shift ha scritto:
Ormai, dopo le bollette, le documentazioni dei vari uffici, che siamo costretti a tenere a casa da una burocrazia che ci ha scambiato per una loro dependance o succursale, e’ venuto il momento di tenere pure le carte giudiziarie da spulciare.
Prima i Franzoni, adesso i Sollecito, domani sotto a chi tocca.
In ambedue i casi il presunto colpevole viene tirato nell’inchiesta con prove inesistenti o elucubrazioni mentali, dopo di che lo infilano del tutto nel tritacarne giudiziario, e buonanotte ai suonatori.
Il nostro sistema giudiziario funziona talmente male, che ormai si accontentano di prendere come colpevole chi gli capita per primo tra le mani.
Sia la Franzoni che Sollecito hanno avuto questa piccola disgrazia, di finire nel tritacarne e naturalmente non ne usciranno più, qualsiasi cosa facciano.
Ai giudici non interessa la verità, ma avere tra le mani un colpevole su cui costruire un processo in cui esibirsi, più eclatante e’ e meglio e’.
L’avevo immaginato già che accadesse per la Franzoni, dopo aver visto quello che era accaduto prima ad Enzo Tortora, poi a Scattone e Ferraro nel caso di Marta Russo, non mi sono affatto meravigliato che accadesse pure a Sollecito, così come accadrà anche a quell’altro ragazzo che gli hanno ucciso la fidanzata in casa.
La tecnica usata dalla giustizia e’ sempre identica, ti mettono dentro per un qualsiasi collegamento sia pure indiretto e magari sbagliato, così intanto si sono tolti il problema di chi accusare, dopo di che inizia il massacro mediatico delle chiacchiere e insinuazioni, insomma ti infiorettano per bene, cose vere o false che siano.
Dopo averti così ben rosolato ti portano in giudizio, nonostante che tu recalcitri e cerchi di dimostrare il contrario, proprio come stanno facendo i parenti di Sollecito, che sicuramente finiranno nei guai pure loro, proprio come e’ già accaduto alla Franzoni attualmente in giudizio per calunnia e similari, tanto per completare il quadretto di colpevolezza, infine con qualche prova cervellotica di cui non sai niente, uscita al momento opportuno, ti inchiodano definitivamente.
Infine scriveranno una sentenza, tipo quella della Franzoni in cui diranno: “non poteva che essere stato che lui, altrimenti non si spiega”, naturalmente scritto in maniera più criptica di così, al fine che il volgo non capisca una emerita cippa, in quanto alle prove reali chi se ne importa.
L’unica cosa intelligente che Sollecito possa fare e’ rassegnarsi a subire l’ingiustizia, risparmiando soldi e fegato grosso a lui e ai suoi parenti, provvedendo solo a chiedere la “grazia” tramite patteggiamento abbreviato, proprio come ha giustamente fatto la stessa Franzoni, ricevendo un trattamento abbreviato di pena.
Accadrà lo stesso per l’altro personaggio nell’altro caso, non ci possono essere speranze in merito.
Il nostro sistema giudiziario funziona in questa maniera assurda, mettendo in galera innocenti o gente di cui non sia nemmeno possibile provare la colpa e liberando colpevoli.
Sollecito se la prenda con sua sfortuna d’essere incappato in quello che tutti sperano di non incappare.
Si consoli pensando che la Franzoni oltre al danno del figlio morto ha avuto anche la beffa di vedersi condannata, mentre per lui quella ragazza non significava sicuramente niente o ben poco.
Vedremo se la riforma Alfano sarà in grado di cambiare questo andazzo di cose per tutti i cittadini o solo per i politici, oppure se sarà solo un pannicello caldo.
Per intanto e’ bella che ferma, anche se qualcuno dice che eppur si muove.
Il 15 Febbraio 2009 alle 15:27 fercas ha scritto:
Secondo me i Sollecito fanno benissimo ad indagare parallelamente alla magistratura perchè alla fine, se non riescono a trovare nulla a favore di Raffaele, si convinceranno della sua colpevolezza! Intanto la brillante avvocatessa Bongiorno è riuscita, sino ad ora, a tratteggiare un profilo valentiniano dei due imputati: PICCIONCINI!!! Cordialità.
Il 16 Febbraio 2009 alle 11:28 leggotutto ha scritto:
Ho seguito la vicenda dall’inizio.
A me sembra proprio che le indagini siano state svolte da polizia e carabinieri con grande, grande attenzione e scrupolo. Non so chi sia il colpevole, ma sono fiducioso che quello che poteva e doveva essere fatto è stato fatto. Anzi, ho avuto al contrario la chiara sensazione di una grande tempestività e professionalità della scientifica. Chi non si ricorda gli interventi in tuta asettica bianca, guanti, soprascarpe, immediati.
Rispetto molto i genitori di Amanda. Non mi sembra si possa dire altrettanto per il clan Sollecito, almeno a valutare pressioni e richieste (anche politiche) non molto edificanti come metodo per far trionfare la giustizia.
Ma qui entriamo nel merito di affetti famigliari, della difesa del clan, e delle possibilità economiche. Tutte cose molto lontane dalla ricerca della verità.
Il 17 Febbraio 2009 alle 2:04 Zione ha scritto:
A proposito di Cogne, si allega parziale articolo da un quotidiano di Aosta del 28/4/07; all’indomani della causa d’Appello per la tragica morte del piccolo Sammy, dovuta quasi certamente ad un aneurisma); che dal Cielo, disgustato e triste, ci osserva :
“… ma non tutto e’ filato liscio, in quell’indagine. La scena del delitto, evidenziarono più volte i carabinieri del Ris, era stata «disturbata» da un gran numero di persone entrate a vario titolo nella casa di Montroz subito dopo il ritrovamento del corpo di Samuele. E oggi c’è qualche investigatore tra quelli intervenuti che, di fronte a un caso analogo, si comporterebbe in modo diverso. «Da quel giorno - ha raccontato uno dei carabinieri impegnati nei rilievi scientifici - ho capito l’importanza di avere sempre un pettine nella valigetta degli strumenti. E’ stato un errore quello di non fare subito un prelievo di capelli alla mamma di Samuele. Analizzandoli, avremmo potuto evidenziare eventuali tracce di sangue». Sì, perchè Anna Maria addosso non aveva nessuna macchia. Se fossero state trovate tracce ematiche nei capelli, ad esempio, tutto il quadro indiziario avrebbe preso da subito una piega diversa …”
Nel cercare di dominare il più che giustificato Terrore che accomuna la massima parte del Popolo Italiano; al solo pensiero di avere a che fare con questa Nefanda giustizia che da tempo emana un micidiale tanfo di putrefazione, corre il dovere di far presente che malgrado i ventisette sopralluoghi dei tecnici del Ris; (chi non si ricorda gli interventi in tuta asettica bianca, guanti, soprascarpe, immediati e prolungati negli anni ?); malgrado le molte e complicate analisi e perizie, con relativo dissanguamento delle Casse dello Stato per Faraoniche Spese, non si è approdato a niente; nonostante le numerose e laboriose ricerche iniziate da subito, con notevole impiego di mezzi e in tutte le direzioni.
Evidentemente a questo punto, si è voluto lo stesso procedere senza nessuna prova e col solito calpestio
del Diritto, a cui non ci si riesce ad abituarsi; malgrado le copiose macellazioni subite da tanta povera gente sventurata; che prega il Cielo finchè ispiri il Legittimo Governo di questa Infelice Nazione a scrivere quanto prima questa doverosa pagina di Civiltà, rappresentata dalla Riforma della “Giustizia”;
assicurandosi così con tale opera, un meritorio posto nella Storia dei posteri.
Nell’auspicare che finalmente si provveda alla necessaria visita psichiatrica anche per i Magistrati (a cui ci tengono tanto … per gli altri), si allega anche uno stralcio dell’Arcana Sentenza di conferma della condanna; che oltre al misterioso gergo che ci propina, si distingue per strafalcioni e corbellerie e pretende di Crocifiggere una Mamma Sfortunata (e la sua Famiglia), ottenendo solo di aumentare lo sgomento che provoca tale pateracchio; con queste cervellotiche e diaboliche arzigogolazioni:
“… LA RICOSTRUZIONE DEL FATTO IN TERMINI DI CERTEZZA TALI DA ESCLUDERE LA PROSPETTABILITA’ DI OGNI ALTRA RAGIONEVOLE SOLUZIONE, MA NON ANCHE DI ESCLUDERE LA PIU’ ASTRATTA E REMOTA DELLE POSSIBILITA’ CHE, IN CONTRASTO CON OGNI E QUALSIVOGLIA VEROSIMIGLIANZA ED IN CONSEGUENZA DI UN IPOTETICO, INUSITATO COMBINARSI DI IMPREVISTI E IMPREVEDIBILI FATTORI, LA REALTA’ DELLE COSE SIA STATA DIVERSA DA QUELLA RICOSTRUITA IN BASE AGLI INDIZI DISPONIBILI …”
A questo punto è necessario ricordarci della saggezza di “Totonn’e quagliarell”; il quale benchè “ciucch”, ragionava meglio di certi sobri e giustamente declamava : “… quann è arrivat l’ora, s’add calà o sipario; pezzient o milionari, s’add arricettà …”.
Il 31 Luglio 2011 alle 19:23 Zione ha scritto:
A proposito dei Processi; è un grosso Peccato (e anche una grande Vergogna) che le tribunalizie ferie estive vengano ritenute di primaria importanza rispetto ai Diritti dei Carcerati; a maggior ragione se tanti
di loro sono solo delle povere Vittime Innocenti e doppiamente Sfortunate.
Dalla orripilante e Mortifera Fogna di Torino, che in passato era un onesto Tribunale del Popolo Italiano, si eleva implorante al Cielo uno straziante e perenne grido, intriso del sangue dell’Umanità Offesa e vigliaccamemte Macellata dalla barabara mano del turpe Giudiciume rossotoccato : “cialtroni ! — Cialtroni !! — CIALTRONI !!!
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.