Il dopo Walter è un vicolo cieco. Quel che resta del Pd è da “resettare”

Walter Veltroni

Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale.
Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma.

Di certo è che la decisione di confermare le dimissioni ha spiazzato la nomenklatura del Pd, che puntava e punta ad una soluzione di transito: commissariamento del segretario fino alle Europee di giugno, e poi sostituzione con il ticket Bersani-Bindi. Intendiamoci: nessuno, neppure nei dintorni di D’Alema, si illude che questa operazione possa rivelarsi vincente. Servirebbe però nelle intenzioni a trasmutare il Partito democratico in una riedizione dell’Ulivo, stringendo alleanze con l’estrema sinistra ed aprendo all’Udc, il tutto in attesa delle Politiche 2013. E magari sperando che da qui a quattro anni qualche volto nuovo, spendibile come leader, salti fuori. Soprattutto, nella mente di Bersani e D’Alema, la soluzione-ponte dovrebbe mettere in sicurezza il nocciolo duro degli ex Ds, dall’apparato al patrimonio.
Veltroni, sempre più convinto che ci sia una fronda cospicua che gli rema contro, sembra preferire giocarsi il tutto per tutto. O affrontare un congresso a viso aperto, oppure affondare assieme ai compagni-nemici.
Né la prima né la seconda ipotesi tengono però conto della realtà, che a sinistra si è messa a correre e rotolare molto più velocemente dei calcoli del quartier generale romano.
La periferia è in piena rivolta. Ventiquattrore prima della sconfitta in Sardegna, un segnale più piccolo ma altrettanto significativo era venuto da Firenze, dove il 34 enne Matteo Renzi, proveniente dalla Margherita, ha vinto le primarie per la candidatura a sindaco, scombinando il meccanismo ideato da Veltroni e assecondato da D’Alema. Renzi ha infatti battuto sonoramente i due avversari diessini, guarda caso un veltroniano (Lapo Pistelli) e un dalemiano (Michele Ventura). Eppure questo trentenne non è un absolute beginner: a 29 anni era stato eletto presidente della provincia.

Quanti Renzi ci sono in giro per l’Italia, desiderosi di mandare al diavolo i vertici del Pd e i loro diktat? Sicuramente molti più di quanto pensino i Veltroni e i D’Alema nel chiuso delle loro trame romane. Accanto a questa generazione ancora da scoprire, ci sono poi gli amministratori in carica che non ne possono più di ciò che si decide al vertice. Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso a Torino, Massimo Cacciari a Venezia, lo stesso Sergio Cofferati a Bologna, in attesa di ritirarsi a vita privata.
Anche Renato Soru era partito con l’idea di dare dalla Sardegna l’assalto al vertice, sconfessando un’ala del partito, indicendo elezioni anticipate, sopportando a stento i big nazionali nella campagna elettorale. Ma soprattutto Soru aveva fatto capire le proprie ambizioni acquistando l’Unità, una iniziativa non propriamente imprenditoriale. La sua doveva essere assieme una ribellione e un takeover sul Pd. Ha fallito anche lui in entrambi i casi.
Altra variabile a rischio nell’orizzonte Democratico: finora la guerra ha visto protagonisti Veltroni e D’Alema, ma non bisogna dimenticare la sempre più marcata insofferenza di Francesco Rutelli e della sua pattuglia di moderati, compreso Enrico Letta. Una scissione della ex Margherita non è affatto da escludere, anche se c’è da chiedersi dove andrebbero questi transfughi. Probabilmente cercherebbero un’alleanza con l’Udc. Ma il cuore e i voti del partito di Pier Ferdinando Casini sono a destra; e infatti l’Udc vince solo quando è alleato con il Pdl.

La scissione resta tuttavia nell’ordine delle cose possibili; anzi probabili. La Margherita verso il centro; gli ex Ds e qualche cattolico di sinistra di nuovo assieme a ciò che resta di Rifondazione, dei Verdi, e alla Cgil. La certificazione del fallimento del Pd e la nascita di due minoranze, politiche e sociali.
Nel mezzo, tutto ciò che Veltroni ha fatto e disfatto dal discorso del Lingotto del giugno 2007 ad oggi. Una sconfitta elettorale prevedibile, e nessuno l’ha imputata all’ex segretario. Ma dopo l’alleanza con Antonio Di Pietro, il ritorno all’antiberlusconismo d’antan, gli appelli contro il “regime” e le piazze in difesa della Costituzione. I giri di valzer con la Cgil. Soprattutto il non aver proposto ricette credibili sulle due priorità degli italiani: l’economia e la sicurezza.
Il risultato è che l’Italia è in pratica l’unico paese occidentale privo di fatto di una opposizione; l’unico anche in cui – nel mezzo della burrasca economica – il governo continui ad aumentare i consensi. Mentre a sinistra, e perfino nel centrodestra, c’è chi riabilita Romano Prodi.

Come fallimento non è di pococonto, per chi aveva promesso una sinistra riformista e si era impegnato a rompere i ponti con il passato. Eppure Veltroni, con una lunga opposizione davanti, avrebbe avuto tutto il tempo di dedicarsi al suo progetto di due anni fa. Non che D’Alema sarebbe stato meglio di lui. E infatti il Pd riparte praticamente da zero.
Come un computer incapace di funzionare, deve essere completamente resettato. Con la perdita di tutti i dati.

Il VIDEO servizio:

Commenti

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Il 17 Febbraio 2009 alle 20:41 vincenzoaliascontadino ha scritto:

IL DANNO COLLATERALE: DI PIETRO, GIUDICI E CGILPANNELA
Lo so che mi beccherò un altro vaff da kompagnuzzi e cialtroni forumisti, ma la verità non mi sembra che sia quella Di Pietro, Travaglio - Santoro e Sinistrati in merito la condanna di Mills. Chi come io ha visto molto tempo fa a Matrix condotta dal Compagno Mitraglia, poteva capire, come e perché coni tanti testimoni e carte che oggi al Palazzaccio il Tribunale Giustizialista ha dato altro segnale di come la Giustizia sia morta dal 1992! Credo solo chi ha ancora le rancide fette di mortadella davanti agli occhi: non vede non sente e capirà mai che in Paesi Democratici è negato al PM (procuratore che è avvocato) giudicare chi ha già chiesto condanne. Io stesso in questo Tribunale o avuto problemi e cosa strana che dopo 15 ancora aspetto una sentenza per la rettifica della mia pensione. Visto che per lavoro conoscevo miglia di Agenti e avvocati già nel 1980 alla sola Busto Arsizio (VA) v’erano giacenza per oltre 10 mila pratiche, lavoro per anni. La Polizia e Carabinieri amici d’infanzia e di Scuola ed Università iniziale: avevano uno stipendio da fame senza straordinari, notturni e con stellette dire signorsì: allora tutto questo è colpa di Berlusconi? D’Alema e la Segreteria PD compresa Napolitano dov’erano? Fini avrà ragione dei tanti Decreti “ criminologi, ma è possibile Governare senza se per fare le Leggi Napolitano ha raggiunto l’84° anno con 64 di Politica? Allora, si vuole Governare? Subito modifica della Costituzione per l’elezione diretta del capo dello Stato e Premierato alla francese o alla Tedesca ma serve subito non dopo altri 64 anni! vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera

Il 18 Febbraio 2009 alle 10:12 Kagliostro » Blog Archive » Pensionato a 54 anni ha scritto:

[...] LINKS: - Il peso delle oligarchie - Crac Veltroni: un fallimento su tutti fronti - Il dopo Walter è un vicolo cieco. Quel che resta del Pd è da “resettare” Altri post li trovate pure dal Pensatore e su Camillo (dopo metto i link) [...]

Il 18 Febbraio 2009 alle 12:42 shift ha scritto:

Sicuramente c’e’ da ringraziare l’egocentrismo tipico della sinistra, che non ha mai voluto mediare neppure con i suoi alleati, finendo per assumere posizioni solitarie e fuori da qualsiasi realtà pragmatica.

Hanno sempre utilizzato gli altri per giungere al potere e dopo li hanno immediatamente estromessi, ne’ più ne’ meno che il sistema adottato nella Rivoluzione bolscevica, dato che la mentalità non e’ mai cambiata, si sono solo adeguati ai nuovi modi di fare, ma la loro sostanza di comportamento e’ rimasta identica, in pratica hanno perso il pelo ma non il vizio.

La differenza rispetto ai loro precursori e’ che questi hanno potuto usare la violenza e quindi hanno potuto tenere il potere a lungo, dopo averlo raggiunto in maniera del tutto anomala e alle spalle degli altri, il partito di Veltroni si e’ dovuto adeguare alle regole democratiche, che hanno finito semplicemente per esautorarlo lui e questa vecchia e assurda mentalità.

Sarebbe inutile ricordare il caso Prodi usato per scalare il potere e subito dopo fatto fuori per ben due volte dal PD, seppure anche Prodi non fosse politicamente uno stinco di santo, ma un opportunista politico e rappresentante di interessi economici di parte.

Non darei, quindi, la colpa a Veltroni della sconfitta del PD, ma semplicemente alla tendenza mentale del PD nel suo insieme, che ha il semplice rifiuto della realtà e segue una propria realtà virtuale destinata inevitabilmente ad essere sconfitta, non tanto dalla controparte che ovviamente mette in rilievo i problemi, ma quanto dalla realtà stessa delle cose.

Il problema semmai e’ quello della vittoria elettorale del PdL, che ha tutta l’aria di una vittoria di Pirro, vista la scarsa affluenza alle urne rispetto alla precedente tornata elettorale, quasi il 4% in meno.

Insomma e’ stata una vittoria dovuta all’abbrivio trascinante dei precedenti risultati, ma ottenuta con uno spirito di partecipazione dovuto, non con quello voluto da una decisione energica degli elettori.

La cosa sicuramente si vedrà meglio alle europee, ma sarebbe ora che il PdL e la Lega cambino decisamente rotta prima di fare la fine del Titanic contro l’iceberg.

Hanno ottenuto i voti perché rimediassero alla sicurezza nazionale, riducendo drasticamente il numero degli stranieri in Italia e bloccassero definitivamente i nuovi arrivi, oltre a rimediare al disastro economico aggravato dalla crisi mondiale.

Se hanno retto in queste elezioni e’ stato solo perché quest’ultima speranza permane negli elettori, mentre sulla prima non avrebbero presi i voti.

L’unica maniera di cambiare le cose e’ quello di modificare la Costituzione, attuando la definitiva divisione del Legislativo dall’Esecutivo che attualmente, invece, e’ solo nelle mani del Parlamento, che in tal modo non solo abusa di una funzione spettante in tutte le democrazie del mondo al Governo, intralciandolo e non permettendogli di attuare programmi politici, quando questi si dovessero scontrare con interessi di gruppi parlamentari rappresentanti forze politiche o economiche di parte, ma rischia di far avvitare l’Italia in una situazione politica, sociale, economica non più regolabile da nessuno, una volta che la maggioranza attuale si dovesse dissolvere.

Il 18 Febbraio 2009 alle 17:13 prat_pratico ha scritto:

Componete i resti del PD ! Pericolo Creature Necrofaghe

Questa sinistra è moribonda perché comunista,forse post-comunista,è ancora sotto la sbornia del compromesso storico con una mitica “balena bianca”, preferibilmente addomesticata da Mani Pulite ,è nel pericolo di trasformarsi in una creatura non-morta,in uno zombie della cultura ,prima ancora della politica.Una sinistra che non ha fatto ancora i conti con il cadavere eccellente di Bettino Craxi. Eppure gli avvenimenti ed i percorsi della società italiana erano stati esattamente disegnati nei discorsi programmatici ( Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano Rimini, 22 marzo 1990 ) del segretario del PSI.
La sinistra ha una sola strada per la sua rinascita :il riformismo moderno, per un socialismo liberale democratico nei valori cristiani.
Basterebbe fotografare la realtà sotto gli occhi di tutti :i ministri che riscuotono più consenso nel governo Berlusconi;saltano agli occhi i nomi di Tremonti,Sacconi e Brunetta che sono uomini di salda fede e scuola craxiana.
Invece i post-comunisti hanno creduto in una finta egemonia sul popolarismo dossettiano (i post catto-comunisti) ed hanno rinverdito con alleanze (risibili e suicide) il mito del giustizialismo e della magistratura ferrea ,credendo di bilanciare culturalmente ma ipocritamente tale scellerata scelta,ponendo il cadavere eccellente di Craxi e peggio ancora delle sue lucide visioni in un falso Pantheon di remissione (finta)dei peccati .
Segue nel Pratico Blog:
http://pratico.splinder.com

Il 19 Febbraio 2009 alle 8:36 bruno1946 ha scritto:

Walter dati all’ippica, hai voluto mettere assieme comunisti che per 60anni hanno lavorato a demolire l’Italia e democristiani o cattocomunisti che che l’Italia l’hanno messa in ginocchio per davvero. E allora questo miscuglio sarebbe il nuovo? Hai fondato un partito con il DNA sbagliato.
Hai parlato di mancate riforme e immobilismo del paese, dovresti chiederlo a quei tuoi compagni che ancora credono che l’autunno caldo o il famoso ‘68 sia stato un momento fondamentale della vita del paese. Poi ti lamenti che il paese non ti capito, povero illuso e con te i tuoi compagni come Epifani che oltre a dire no e fare opposizione settaria non sapete fare altro.

Walter, il paese ha bisogno di idee, di programmi, di risposte e voi non siete andati oltre che a sventolare un antiberlusconismo viscerale. Parlate di occupazione del potere da parte di Berlusconi, mentre voi lo avete occupato da 60 anni con la magistratura, con la RAI e con i giornali, con la scuola, con il sindacato politicizzato.
Il PD e’ fallito non perche’ il paese l’ha rifiutato, ma perche’ chi l’ha fondato e’ un clan di falliti. A questo punto, la sinistra se vuole risorgere deve mettere da parte la vecchia guardia te incluso e lasciare spazio ai giovani. Avete fatto il vostro tempo, perche’ il DNA di comunisti e cattocomunisti non ve lo leva nessuno e questa e’ la ricetta del vostro fallimento.
Coraggio, l’Africa ti aspetta.

Il 19 Febbraio 2009 alle 17:06 Pd effetto 8 settembre. Chiamparino: “Ora un direttorio”. Il Cav: “A casa anche il prossimo” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Otto settembre. No, certo, oggi è il 19 febbraio. E per il Pd è il giorno dopo del day after: di quando (martedì) Walter Veltroni ha annunciato le sue dimissioni da segretario (anche se il sito del Pd si ostina a presentarlo come tale) e di quando (mercoledì 18) le ha spiegate e se n’è andato chiedendo scusa. Per i Democratici è come l’8 settemre: chi di qua, chi di là, chi su, chi giù: stanno, più o meno tutti (big, colonnelli, deputati, base elettorale) scappando di fronte alla tragedia. A gruppi e senza una direzione comune, mentre il partito si trova in una fase cruciale per il suo futuro. Sabato sarà una giornata clou: si riunirà l’assemblea nazionale (che si terrà dalle 10 alla nuova Fiera di Roma) con i suoi 2.800 eletti e il dibattito potrebbe anche riservare delle sorprese. Certo, per ora sul tavolo c’è solo la proposta di (alcuni) dirigenti di far succedere a Walter il gemello (diverso) Dario Franceschini, numero due del partito, dopo il via libera di ieri anche da parte dei segretari regionali. La via è tracciata dallo Statuto che prevede l’elezione del segretario solo in caso di dimissioni, come è avvenuto in questo caso (perchè il segretario in genere si elegge con le primarie). Quindi Franceschini, come fa notare qualcuno, se venisse eletto sarebbe un segretario a tutti gli effetti e il suo mandato durerebbe fino al congresso d’autunno perchè quella era la scadenza naturale della segreteria targata Veltroni. Un’alternativa potrebbe essere quella di aprire una fase congressuale, ma per questo l’Assemblea nazionale dovrebbe autosciogliersi e poi, si sottolinea da più parti, non ci sarebbero i tempi: servirebbero infatti almeno tre mesi per l’organizzazione e tra 60 giorni il Pd dovrà pensare a liste e candidature per le elezioni amministrative ed europee. Poi, ci sarebbe anche la campagna elettorale. Buon senso vorrebbe, fanno notare da ambienti del Pd, che non si segua questa strada perché i tempi sono troppo stretti. E tra gli altri problemi ci sarebbe anche il fatto che il tesseramento del partito non è chiuso e questo creerebbe problemi per mandare i delegati al congresso. L’ipotesi Franceschini, dunque, sembra essere la più verosimile. E colui che finora è stato vice di Veltroni, si prepara ad accettare un ruolo che non è affatto semplice. Intanto il dibattito ferve e si infiamma. “Ora dobbiamo salvare il salvabile. E da qui alle elezioni propongo una sorta di leadership collettiva per gestire il momento del passaggio. Un gabinetto di crisi, un direttorio, chiamiamolo come si vuole. Ma facciamolo”, propone il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ex ministro per il federalismo nel governo ombra, non nascondendo la preoccupazione per il futuro dei democratici. E in un’intervista a Panorama, pubblicata sul numero in edicola da venerdì 20 febbraio, si sfoga: “A tre mesi dalle elezioni non era il momento di dare le dimissioni. Abbiamo 5 mila comuni che a giugno vanno al voto. E non possiamo arrivarci con un gruppo dirigente privo di testa”. Il pericolo, dice, è quello di “andare in pezzi. E se pensiamo di andare alle elezioni rappezzando il vaso con lo scotch e con la colla, corriamo solo il rischio che il primo tram di passaggio lo faccia andare in frantumi”. Ma le due anime del partito, quella diessina e quella cattolica sono davvero inconciliabili? Risponde Chiamparino a Panorama:”Finora non siamo riusciti a conciliarle. Ma più che un problema di anime è un problema di correnti che dopo aver dato vita al Pd non hanno mai voluto sciogliersi. Ciascuno ha difeso i propri assetti di potere, i propri ruoli, i propri spazi, le proprie famiglie. E qualunque cosa si faccia, a cominciare dalla vicenda Englaro, non si capisce quale sia il messaggio del Pd”. Molto critico anche Arturo Parisi che spiega come, a suo parere, la strada da percorrere sia quella delle primarie subito e definisce le dimissioni di Veltroni “tardive e intempestive”, anche se ammonisce: “Non si torna indietro”. Critico anche sul metodo, perchè “ancora una volta l’assemblea convocata per sabato era chiamata a ratificare, immagino con un applauso, una decisione che era stata già presa in qualche luogo perduto”. Anche Enrico Letta non risparmia critiche allo statuto che è “barocco e schizofrenico” perchè “indica un percorso talmente contorto per fare un congresso che durerebbe mesi”. Quindi, si andrà verso un reggente? “Temo di sì per via del fatto che ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Io sono tra quelli che andrà a studiare meglio tutte queste cose per capire se effettivamente è così. Se è così, andiamo alle europee con Franceschini e facciamo il congresso subito dopo le europee”. Letta, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, non esclude la sua candidatura: “Ma non è questo il momento. Se decidiamo, il congresso si farà dopo le europee e le candidature si esprimeranno dopo le europee. Adesso va rifondato il centrosinistra”. Ripartendo, conclude il ministro ombra del Welfare: “dall’alleanza con l’Udc”. Intanto sulla crisi del Pd interviene anche il presidente del Consiglio Berlusconi, che dice di non essere preoccupato da quanto sta accadendo nelle file democratiche e dunque dall’eventualità dell’assenza di un’opposizione strutturata. Rispondendo a una domanda in tal senso dei giornalisti a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown, Berlusconi ha detto: “No, ormai è una abitudine. Sono quindici anni che sono in politica. Mi sono confrontato con sette leader diversi che poi sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra”. Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste? [...]

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