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Cesare Battisti, 54 anni, ex membro dei Pac
Dal carcere di Papuda, in Brasile, dove si trova rinchiuso in attesa della decisione del tribunale federale sul suo caso di estradizione negata, l’ex capo dei Pac Cesare Battisti scrive. Una lettera “appassionata” di otto fogli. Lo riferisce l’edizione on line del quotidiano “Folha de Sao Paulo“. La lettera, scritta a mano, è stata consegnata ai senatori Eduardo Suplicy, del Partito dei lavoratori (Pt) e Josè Nery del Partito Socialismo e Libertà (Psol) che l’ha letta integralmente durante una sessione del Senato.
Nel testo, Battisti chiede “giustizia” al Brasile e si chiede ‘’se non è giunta l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano”, per il quale ”il perdono è un atto di nobiltà ”. L’ex terrorista di definisce vittima di una “persecuzione da bombardamento mediatico” e dice di temere una moltitudine “manipolata e pronta a linciarlo”.
“Si faccia giustizia” scrive Battisti, nella lettera in cui accusa Berlusconi “eccellente membro della loggia P2 che oggi decreta leggi razziste”. “La caccia alle streghe finisca. La società soffre molto di più per un innocente condannato che per un colpevole assolto”, così si conclude la missiva.
- Venerdì 20 Febbraio 2009
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Commenti
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Il 20 Febbraio 2009 alle 1:16 il principe delle tenebre ha scritto:
Perchè venga concesso il perdono è necessario che chi lo chiede sia pentito. Pentito sul serio. A meno che a concederlo non siano le famiglie delle vittime nè perdono nè pietà per questo delinquente.
Il 20 Febbraio 2009 alle 1:53 jimmie01 ha scritto:
Non tutti gli italiani sono cristiani. Di sicuro non lo e’ il criminale in questione. I cristiani non uccidono. Ancora contrari alla pena di morte? Se una cosa del genere fosse successa in Texas, questa immondizia marcirebbe nel braccio della morte per 20 anni prima di essere giustiziato.Viva la pena di morte. Jimmie01.
Il 20 Febbraio 2009 alle 5:35 pietro berti ha scritto:
CASO BATTISTI II° ATTO
All’inizio della settimana il fratello del sig. Cesare Battisti, attualmente in Brasile in qualità di rifugiato politico grazie ad un intervento diretto del presidente Lula, ha paventato l’ipotesi di fare domanda affinchè venga concessa la grazia a suo fratello da parte del Sig. Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Intanto, il sig. Cesare Battisti dal Brasile ha inviato una nota al nostro Governo nella quale chiede espressamente che > e lo perdonino. Questi due episodi dal nostro punto di vista sono estremamente significativi, in quanto l’ex terrorista espatriato ha il coraggio di chiedere agli Italiani e all’attuale Governo un gesto che niente ha a che fare con uno Stato laico e che ha ancor meno a che fare con i suoi cittadini che ben conoscono le gesta del soggetto in questione, anche in virtù delle conseguenze alle famiglie che hanno subìto dei lutti per mano sua .
Altrettanto significativa è la richiesta che il fratello vuole presentare al Sig. Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
C’è da domandarsi a che titolo un latitante che dovrebbe scontare nelle patrie galere la giusta pena passata in giudicato comminategli continui a scorrazzare per il mondo facendo la bella vita quasi prendendo in giro il sistema giudiziario italiano, il Governo, l’Italia e gli Italiani e i parenti delle vittime. Tutto questo è aberrante e non può far altro che rinforzare da parte nostra la richiesta che il nostro Governo non perda di vista il caso e anzi ancor di più lavori per fare in modo che questo latitante, condannato a pena definitiva, paghi finalmente per quello che ha fatto.
In merito ai commenti che precedono mi sento – da cristiano cattolico estremo difensore della vita umana dal suo concepimento fino alla sua fine naturale – di ricordare che uno Stato Democratico deve adottare tutte le misure per assicurare i criminali alla Giustizia ovunque essi si trovino nel mondo ma lo Stato Democratico Repubblicano non deve assolutamente adottare le due aberrazioni per raggiungere i suoi scopi ossia: la tortura e la pena di morte, due concetti che sono direttamente collegati e collimano con il principio di Giustizia. Giustizia non significa giustizialismo. Lo Stato non vendica. Lo Stato punisce coloro i quali commettono i crimini, ma non può disporre della vita e\o della morte di nessuno. Nel momento in cui lo facesse i principi di democrazia più importanti verrebbero ad essere negati. Ricordiamoci che esistono tantissimi casi di persone che sono state condannate a morte la cui sentenza è stata eseguita e di cui è stata provata la completa innocenza al fatto dopo l’esecuzione.
Siamo in uno Stato di diritto, siamo in uno Stato in cui esistono leggi che vanno rispettate, ma nelle misure previste per i reati che vengono commessi non c’è – grazie a Dio! – la pena di morte la quale è stata cancellata anche dal codice penale militare di guerra. Quindi, quel che spetta al Battisti è stato già stabilito. Il Governo deve fare in modo che Battisti paghi il suo debito con la Giustizia. Lo dobbiamo ai parenti delle vittime; lo dobbiamo al nostro sistema penale; lo dobbiamo a quelli che si sentono defraudati dei loro diritti; lo dobbiamo a tutti coloro che hanno dato fiducia e che stanno aspettando che Giustizia sia fatta.
Bologna/Imola 20.02.2008 Pietro Berti
Il 20 Febbraio 2009 alle 11:03 Esclusivo: la lettera di Battisti, tra sproloqui e richieste di perdono » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Torna a parlare dal carcere di Papuda, in Brasile, Cesare Battisti. E lo fa con una lettera scritta a mano di 8 pagine intitolata “Perché io” e consegnata ai senatori Eduardo Matarazzo Suplicy, del PT di Lula e José Nery del Psol che l’ha letta ieri nel Senato verde-oro. Panorama.it l’ha tradotta integralmente e la propone in esclusiva per dare una più corretta idea del personaggio. Brasilia: 18-02-2009 Perché io? Anche se non ho mai creduto, come disse Voltaire, che noi stiamo in un mondo dove si vive o si muore “con le armi in mano”, l’ironia del destino ha fatto sì che oggi io mi trovi condannato per 4 omicidi. La mia situazione è terribile. Sono terrorizzato, disarmato di fronte all’ostilità e all’odio rancoroso che manifestano i miei avversari. So che dovrei lottare contro la valanga di menzogne, di falsificazioni storiche, ma ciò che mi manca per lanciarmi nella lotta è la voglia di vincere. Vincere che cosa? I miei avversari, contrariamente a me, sembra che abbiano qualcosa da difendere. Forse la loro miseria, o ricchezza, o, forse, come nel caso di alcuni attuali ministri del Governo italiano, continuare a nascondere il loro passato. Un passato di attivisti di estrema destra (fascista) responsabili direttamente o indirettamente di massacri con bombe. Non so esattamente ciò che motiva i miei avversari ad entrare in questa battaglia, ma di certo non è la sete di Giustizia. Da parte mia non pretendo di erigermi a difensore di tutto ciò che è accaduto nei sanguinosi anni Settanta. Siamo in pieno secolo XXI, non ho più verità assolute sulla società ideale, né sono importante al punto da difendere ciò che c’era di buono nei sogni di quegli anni. Non posso entrare in una guerra di questo tipo. Aggiungo che non sono neanche molto intelligente, se sono riuscito a farmi tanti nemici, se ho dato fastidio a tante persone importanti, questo è stato senza dubbio il risultato della mia incoscienza. La verità è che non ho fatto nulla per evitare tanti problemi, ma ancora devo capire come sono stato capace di raggiungere risultati così disastrosi. Rimane, comunque, la domanda: perché tanto odio? Non è per esimermi che mi dichiaro incompetente e lascio la risposta a questa domanda a persone più intelligenti, a coloro i quali non sono soliti assumere il ruolo di “angeli vendicatori”. Questa persecuzione interminabile e tutta la vicenda degli anni Settanta italiani è una lunga agonia, un grido di vergogna gettato sulla carta ingiallita dei giustizieri. Ecco cos’è, l’espressione di un volto corroso da una malattia nervosa, come un peccato originale che colpisce il corpo politico italiano. Povera l’Italia di Dante, di Beccaria, di Bobbio e di Umberto Eco. Povera la patria svuotata dal vento dell’orgoglio, del cinismo e della vanità che le impedisce di riconoscere i propri errori, i propri peccati, che non vuole abbassarsi al livello di questi paesi latinoamericani, ammettendo coraggiosamente che anche loro (gli italiani, ndr) nella stessa epoca sono passati attraverso una guerra civile a bassa intensità (leggere le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica il senatore Francesco Cossiga) e che per combatterla hanno fatto ricorso ad ogni tipo di illegalità. Oltre a decine di prigionieri politici sotterrati vivi nelle carceri italiane, ci sono centinaia di rifugiati italiani nel mondo intero. Qui in Brasile c’è il caso di un estraditando italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista (Pierluigi Bragaglia, ndr) e coinvolto nell’attentato di Bologna, 82 morti (questa è una novità assoluta. Bragaglia, in Italia condannato a 12 anni per sovversione e banda armata in Italia e di cui lo scorso settembre il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione al Brasile, non lo è stato per la strage di Bologna, ndr). Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché? Perché l’Italia non ha agito allo stesso modo quando Sarkozi (sic) ha negato l’estradizione di Marina Petrella dalla Francia, la cui situazione penale supera di gran lunga la mia (al di là dei curriculum, alla Petrella, seriamente ammalata, la Francia ha concesso l’asilo per ragioni umanitarie e non il rifugio politico, ndr)? Perché questa ostinazione feroce contro di me mentre non si protesta per l’estradizione negata di altri quattro italiani condannati anche loro per omicidio (il riferimento è ad Achille Lollo, Pietro Mancini, Luciano Pessina e Pasquale Valitutti, i quattro ex terroristi di cui l’Italia aveva chiesto in passato l’estradizione al Brasile senza successo ma ai quali, a differenza di Battisti, non è stato concesso il rifugio politico da Brasilia, ndr)? Forse perché la mia attività di scrittore e giornalista può essere un pericolo per la manipolazione storica di quell’italia governata dalla mafia. Non so. Ciò che è certo è che, nonostante tutti gli sforzi, io non riesco ad agire di fronte a questi attacchi virulenti contro la mia persona. Non posso identificarmi nell’immagine di me che loro mi restituiscono ed associare questo riflesso censurabile alla mia identità sociale! Possono andare avanti a dire che io sono un “terrorista”, un “assassino”, ecc, in ogni caso io non riesco a pensare a me come qualcuno capace neanche della centesima parte di tutto ciò che mi attribuiscono. È curioso osservare la reazione delle persone che per qualche ragione sono arrivate ad avere un contatto con me: agenti penitenziari, altri detenuti, visite e persino i miei avvocati. Già nei primi minuti di dialogo leggo nelle loro espressioni un “non so che” di delusione ed è come se stessero pensando: “allora è questo qui il pericoloso terrorista?!”. È proprio questo che le persone dicono quando mi trovo in situazioni simili, di fronte a quelli che non sono riusciti ad evitare il bombardamento mediatico, soprattutto della “stampa spazzatura”, che fa di tutto per cercare di influire negativamente sulle decisioni giudiziarie. Rimango perplesso, sorpreso e a disagio per tutto ciò che sto causando e, senza dubbio, devo sembrare un po’ stupido, con l’aria distratta e persino incredulo nel vedere che il soggetto in questione di cui si scrive sono io. Questo perché io non ho mai voluto, quando si trattava di rispondere alle accuse, agire per la mia propria difesa. Resto ancora dell’idea che ristabilendo la verità storica, i fatti, non faccio altra cosa se non compiere un dovere civico. Mi piacerebbe gridare la verità al popolo italiano e Brasiliano ma come posso fare dal momento che la moltitudine manipolata è pronta a linciarmi ed è stata convinta del nostro (plurale maiestatis?, ndr) disonore? La fiera che si nasconde dietro la massa, dietro un sorriso di circostanza, dietro parole vuote e che aspetta solo la prima opportunità per rivelarsi io la conosco bene. Già prima che mi mettessero nel mirino, soprattutto, io sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mia ora. E io ho lasciato parlare. Ho permesso che mi trattassero da assassino, ladro, stupratore e molte altre cose. Ho permesso che si facesse tutto ciò ma non per negligenza o senso di superiorità, o perché mi credessi invulnerabile a tali insulti o perché mi piaceva che parlassero di me, bene o male che fosse. No, se io non ho protestato vigorosamente contro tali oscenità è solo perché, in qualche modo, io continuo ad essere un ottimista. Inutile avere la coscienza che quando la moltitudine si riunisce, lo fa sempre contro qualcuno, lo stesso che li ha messi d’accordo sin dall’inizio. Questo qualcuno è la repulsione di una molecola di questa moltitudine che, generalmente, un tempo lo aveva idolatrato. Anche se nei miei pensieri io mi ribello, a ragione, contro i bassi istinti della moltitudine manipolata, non ho ancora perso la speranza che una piccola luce possa accendersi all’improvviso nel mezzo di questa gente per riportarla indietro nel mondo degli esseri pensanti e degli spiriti liberi. Il mio atteggiamento può sembrare suicida o almeno contradditorio ma questa è una parte integrante dell’idea che ho dei motivi che mi hanno lanciato nell’avventura di scrivere. Perché è ben vero che prima di esser trasformato in mostro io ero uno scrittore. Comunque le autorità italiane di oggi mi perseguitano. Come spiegare ciò, come spiegare quest’Italia, la stessa che un tempo mi ha trasmesso l’amore delle parole scritte, questo sogno di libertà e di giustizia sociale, che ha fatto di me un uomo e adesso un appestato? Come spiegare quest’Italia che ha dimenticato la sua recente povertà, i suoi immigrati trattati come dei cani che morivano nelle miniere Belghe, Tedesche e Francesi. Che ha dimenticato i suoi fascismi, mai sotterrati, i suoi tentativi di colpi di Stato, la mafia al potere, la strategia della tensione, Gladio, le bombe dei servizi segreti nelle pubbliche piazze, le torture ai militanti comunisti, quegli stessi militanti che nonostante gli errori hanno sacrificato le loro vite per contribuire a fare dell’Italia un paese all’altezza dell’Europa e che oggi, 35 anni dopo, sono trattati come terroristi e alcuni di loro marciscono ancora nelle “prigioni speciali”. Sarebbe questa l’Italia, il cui capo del Governo è stato un importante membro della celebre LOGGIA P2, e che oggi decreta leggi razziste. È questa l’Italia che si rifiuta di lavare i suoi panni sporchi in pubblico? Ad ogni modo la storia non si giudica nei tribunali, i nostri giudici possono solo essere quelli che ancora verranno, lottando per una società giusta. Solo loro ci giudicheranno in modo imparziale. La verità fa male, ma illumina. La nostra storia recente ci ha mostrato l’errore e l’inganno dell’inquisizione facendo sì che cicatrici mai dimenticate fossero rimarginate e così riconoscessero gli eccessi commessi davanti alla verità imposta ai singoli. Non serve a nulla ramazzare la sporcizia sotto il tappeto perché prima o poi la sporcizia riapparirà. Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori. Viviamo in un’epoca democratica, barriere e muri sono stati abbattuti, concetti sono stati rivisti, non è forse arrivata l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell’Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano. La storia ha fatto la sua parte e ha concesso all’Italia un’era di sviluppo e prosperità, si spera che a chi ha fatto dell’Italia l’Italia di tutti sia riconosciuta la sua importanza e il ruolo fondamentale che ha avuto nel ristabilimento dello Stato democratico di diritto. Anche se non compresi sono stati essenziali. Italia, Italia che uccidi il sogno dei tuoi figli e chiudi gli occhi di fronte a quelli che ti hanno difesa, non è mai tardi per un gesto di nobiltà sull’esempio del Vaticano che ha riconosciuto le sue attività durante l’inquisizione. La caccia alle streghe è finita, “si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca!” La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l’assoluzione di un colpevole. [...]
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