
Guadagnano in media 7 mila euro in meno all’anno rispetto agli italiani, si integrano meglio in Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia, di fronte alla crisi economica hanno le stesse difficoltà e lo stesso impegno degli altri lavoratori. Il sesto rapporto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) sull’integrazione degli immigrati presentato oggi fornisce dati significativi su cosa fanno e quanto guadagnano i lavoratori stranieri in Italia.
Secondo il rapporto, la retribuzione media annua pro capite per gli extracomunitari che lavorano in Italia è di 11.712 euro. Al Nord questa quota arriva al 12.200-12.300 euro mentre al Sud scende a meno di 9 mila. Rispetto agli italiani, gli stranieri percepiscono circa 7 mila euro in meno l’anno. La differenza di retribuzioni tra nord e sud, fra i lavoratori non comunitari, è mediamente di circa 3 mila euro, che diventano 5 mila tra la prima regione (il Friuli con 13 mila euro) e l’ultima (il Molise con 8.400). Nel confronto con gli italiani i non comunitari percepiscono mediamente oltre 7 mila euro di meno, che diventano 11 mila di meno nel caso di Roma e 13 mila a Milano. Le differenze sono invece meno accentuate nel meridione.
Il rapporto del Cnel sottolinea inoltre che 87.983 immigrati sono impiegati in posti di alta qualifica (dirigenti ed impiegati, esclusi quindi operai ed apprendisti) mentre nel complesso sono quasi 5 milioni (il 37,4% dei dipendenti d’azienda totali). Sardegna, Sicilia e Lazio sono ai primi posti con le percentuali più alte (12-15%) mentre agli ultimi si trovano le altre regioni del Centro-Nord. A Cagliari, gli immigrati qualificati incidono per circa il 20 per cento a Roma e Napoli per il 13 per cento, a Prato solo per il 2 per cento. Il tasso di imprenditorialità degli stranieri è mediamente del 4,35 per cento (erano 13 mila nel 2006, sono diventati 165 mila a giugno 2008). Superiore in Sardegna e Calabria (a Catanzaro e Cagliari è del 17%) più che nelle regioni del Nord.
Per quanto riguarda il livello di integrazione socio-occupazionale degli stranieri, l’Emilia Romagna per le regioni e Trieste per le province sono in testa alla classifica. Fra gli indici di valutazione, l’occupazione, la dispersione scolastica, la devianza, i ricongiungimenti familiari. L’Emilia Romagna è in cima alla lista per la prima volta, superando il Trentino Alto Adige (ora quinto) e il Veneto (ora settimo) che avevano primeggiato rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Al secondo posto e al terzo il Piemonte e la Lombardia. Il primato dell’Emilia Romagna riguarda anche la capacità di attirare e trattenere il maggior numero di immigrati. A livello provinciale, Trieste è seguita da Reggio Emilia, Piacenza e Parma. Mentre a livello di grandi aree, il Nord Ovest torna al primo posto, togliendo il primato “storico” al Nord Est.
Alla presentazione del rapporto è intervenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il quale ha sottolineato che “il primo fattore che può ostacolare i processi di integrazione è la crisi economica, ma il secondo è l’allarme sociale che cresce di pari passo con i casi di criminalità che riempiono quotidianamente le cronache. I recenti, gravi episodi di violenza sessuale di cui sono rimaste vittime ragazze molto giovani hanno suscitato un’ondata di indignazione pubblica più che legittima che non va sottaciuta né sottovalutata. Mai come in questi casi”, avverte tuttavia la terza carica dello Stato, “dobbiamo mantenere la lucidità e la serenità per respingere l’associazione mentale tra criminalità e immigrazione, che non solo è odiosa ma se combinata a una condizione di difficoltà economica e nella difesa dei diritti del lavoro può diffondersi a macchia d’olio in numerose fasce della popolazione italiana, combinando un mix esplosivo”.
Di fronta alla crisi, ha aggiunto Fini, “l’interesse dei lavoratori immigrati è comune a quello di tanti lavoratori italiani. Per gli uni e per gli altri appaiono decisive misure anti-crisi come l’estensione e il potenziamento degli ammortizzatori sociali insieme ai processi di formazione e inserimento al lavoro”. Mentre sul tema dell’integrazione il presidente della Camera ha affermato: “È sbagliato dire integrazione… Non c’è alternativa all’integrazione. L’unica alternativa diventa la sconfitta, l’incapacità della società italiana a guidare un processo. Bisogna abituarsi all’idea di immigrazione non di colui che viene a lavorare in Italia ma ad una immigrazione di nuclei familiari”. Senza l’integrazione, ha concluso Fini, “il danno non sarebbe solo per gli immigrati ma anche per gli italiani, per i loro valori e i loro tenori di vita. L’alternativa all’integrazione è l’aumento delle fobie, delle paure, delle intolleranze, di una regressione civile di cui l’Italia deve temere le conseguenze e che le istituzioni devono contrastare”. L’integrazione sarebbe anche “il modo migliore per onorare la nostra storia nazionale. Nella nostra identità nazionale ci sono anche le foto degli immigrati a Ellis Island”. Infine, Fini ha auspicato “un’integrazione non solo formale ma sostanziale, comprensiva delle identità altrui e di una politica per una cittadinanza sociale in vista di quelle riforme che giungano ad una cittadinanza politica”.
- Venerdì 20 Febbraio 2009
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