PD ovvero Partito Dissolto

Walter Veltroni con Dario Franceschini

C’è il bang e non c’è più un big. L’esplosione del Partito democratico dopo il voto in Sardegna fa secco il segretario Walter Veltroni, i morti e feriti sul campo non si contano. Il Pd è in coma, al punto che la parola scissione non è più tabù. O meglio, viene evocata attraverso un’altra formula, più gentile ma dagli stessi esiti: “scioglimento dell’associazione”, un esodo volontario da una casa non più comune. Silvio Berlusconi in Sardegna ha fatto una vera e propria (s)elezione darwiniana provocando l’estinzione dell’Homo Sorus (Renato Soru, l’aspirante segretario) e del Veltrosauro (Walter Veltroni, il leader), costringendo l’ircocervo del Pd alla mutazione genetica. Il problema infatti investe non solo la leadership, ma il dna del partito. E mentre i riflettori s’accendono sulla galleria di personaggi che hanno fatto (e disfatto) la storia degli ultimi venti anni del Pci-Pds-Ds, in un cono d’ombra sono cominciate le manovre dei centristi.

Il sismografo rutelliano. “Walter è il Pd e se lui se ne va che resterà di questo partito?” si chiedeva Linda Lanzillotta mentre infuriava il caos. Parole che non si potevano classificare alla voce scossa d’assestamento. In quella frase c’è molto di più: un terremoto. C’è il Francesco Rutelli che non vuole passare per un subalterno “del partito contadino polacco”, c’è il gruppo inquieto degli ex Popolari, c’è un Franco Marini a dir poco preoccupato e confuso, c’è “una base che non vede l’ora di sciogliere questo equivoco”.
I pochi petali rimasti di quella che un tempo era la Margherita si sentono in balìa di un vento minaccioso e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il tam-tam parlamentare è quello di un esercito in rotta che cerca di salvare il resto delle truppe. “Finito Veltroni non siamo più garantiti”. “Nonostante le rassicurazioni ricevute da Rutelli, il segretario ha lasciato e ora la società non è più quella: o si trova un nuovo amministratore o è meglio scioglierla”. Chi lo conosce bene, assicura che Rutelli ora non farà niente e lascerà che il gruppo dirigente ds commetta altri fatali errori. Fino alla sconfitta alle elezioni europee e amministrative di giugno. E poi? “Poi dovrà inventarsi qualcosa” dicono le frequenze clandestine di Radio Margherita. Sì, ma cosa?

Exit strategy. La via più logica è quella di un atterraggio morbido in zona Udc prima che la frana veltroniana travolga tutto e tutti. Qualcuno pensa a un progetto di partenza, minimo, per uscire dalle macerie. Con l’Udc c’è un terreno politico comune sui temi della bioetica e dell’economia e soprattutto c’è un patto generazionale da stringere per il futuro. Rutelli e Pier Ferdinando Casini sono politicamente giovani. Alternative? Poche: la via per un rilancio del Pd è strettissima e impervia.
La Caporetto al voto europeo è già messa nel conto, con relativa perdita di finanziamenti e risorse vitali, ma le mine sparse sono tante. “Napoli è una bomba a orologeria ed è già persa a tavolino. Grazie a Veltroni abbiamo rotto con Ciriaco De Mita, non abbiamo recuperato Clemente Mastella e abbiamo espulso Riccardo Villari. Chi troverà i voti al centro? A Firenze abbiamo salvato la situazione per il rotto della cuffia con Matteo Renzi e i suoi volontari che hanno vinto le primarie contro i candidati di Veltroni e D’Alema. Abbiamo davanti il deserto” commentano i centristi in cerca di una exit strategy.
C’è già chi è uscito allo scoperto, come Pierluigi Mantini (”per restare chiedo scelte nette e uno stop alla sinistra”), ma la scelta per ora è stare sotto coperta. Per quanto tempo? Difficile resistere a lungo in una posizione d’attesa: l’elettorato cattolico è in fuga dal Pd e la prova generale c’è stata con l’elezione del sindaco di Roma e i preti in virata verso Gianni Alemanno. “L’elettorato cattolico è libero e legge molto” osserva chi conosce l’urna centrista, così “di disfatta in disfatta si arriverà alla scissione”.

Ulivo reloaded. È uno scenario dove personaggi diversi con biografie lontane come Sergio Chiamparino (preoccupato come tutti i sindaci del Pd per le elezioni amministrative che s’annunciano perigliose) e Arturo Parisi cercano una nuova versione dell’Ulivo. Il professore sardo prova a suggerire una via d’uscita, ma non prima di aver picconato un’ultima volta l’ex segretario: “Le dimissioni sono tardive e comunque fuori tempo” dice a Panorama “quando le propose ad aprile fui l’unico a condividerle. Condivisi in particolare l’idea di chiudere il percorso il 14 ottobre in occasione del primo anniversario delle primarie. Sarebbe stato meglio. Molto meglio”.
Parisi individua il percorso in quelle che lui chiama “le vie ordinarie”. “Chiediamo fino alla noia il rispetto della democrazia, con la convocazione del parlamento del Pd, l’assemblea eletta dalle primarie, la stessa che Veltroni ha di fatto sciolto preferendo rimettersi ai caminetti e agli organi nominati dalle correnti, salvo poi lamentarsi di esse. Vuoi vedere che prima o poi se ne ricordano?”. Parisi ribadisce che la liquidazione del partito non può essere la soluzione. Bisogna ritornare allo spirito originario, quello dell’Ulivo: “Nel 2000, quando Veltroni era segretario dei Ds e io dei Democratici, gli dissi: perché non pensiamo di sciogliere almeno in un futuro i nostri partiti in uno nuovo? Il Partito democratico, appunto, nel solco dell’Ulivo. Fui considerato un provocatore. Ricordo ancora il suo no e quello corale del congresso di Torino. Lo ricordo per dare un senso al sì di oggi, e alla nostra fatica di allora. La Sardegna è una realtà a sé, ma la nettezza della sconfitta di una personalità forte come Renato Soru e il crollo del Pd fanno capire che questo partito oramai, non solo non tira, ma sta diventando una palla al piede”. Campane a morto per la forza veltroniana autosufficiente dall’ala sinistra. La parola d’ordine degli ulivisti (e non solo) oggi è di nuovo includere e non escludere.

L’8 settembre di Walter. Riuscirà il Pd a salvarsi dal richiamo della foresta delle vecchie sigle? Impresa davvero ardua, perché il gruppo dirigente “farà di tutto per non morire” e la scelta di Dario Franceschini come reggente non è vissuta come un’apertura al centro perché il numero due del Pd è considerato “uno che si è legato mani e piedi a Veltroni”. L’uscita di Veltroni è vissuta come un 8 settembre, la fuga prima del disastro delle elezioni europee. Nessuna autocritica sulla linea da parte di Veltroni, quasi che la sconfitta fosse arrivata per caso. “Si è dimesso davanti al caminetto dei suoi quattro amici, gli stessi che ora devono nominare un reggente”.
Servirebbe tornare alla logica di un centrosinistra bipolare e a un leader autorevole. Servirebbe, paradossalmente, una figura dal carisma di ferro, un Silvio Berlusconi. Piuttosto che sottoscrivere pubblicamente una dichiarazione del genere, un alto esponente del Pd si farebbe impalare, ma in privato non ci sono remore: “Alla nostra assenza di linea corrisponde, dall’altra parte, un leader che ha sempre resistito, ha portato An al governo e non è mai scappato dopo una sconfitta”. Freccia che va a segno, perché nelle dimissioni veltroniane molti colgono la recidiva: “Già nel 2001 si dimise affondando i Ds e lasciandoli in balia di Pietro Folena”. La soluzione è disarmante nella sua semplicità: serve una persona capace di alzare la mano e dire “ho un’idea”. Chi?

Commenti

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Il 21 Febbraio 2009 alle 11:42 La FRANA. Pd, Partito Dissolto | mariosechi.net ha scritto:

[...] PD, Partito Dissolto. Su Panorama il mio articolo di copertina sulla crisi del Partito democratico. [...]

Il 21 Febbraio 2009 alle 19:52 fercas ha scritto:

Altro che dissolto! Addirittura hanno messo come segretario un democristiano! Cose da pazzi! I padri del PCI si stanno rivoltando nella tomba!!! Se potessero, ai vari D’Alema, Bertinotti, Diliberto, Giordano, Ferrero, Rutelli, la Bindi e Fassino, rosicchierebbero il cranio come il Conte Ugolino!!! Che disastro, povero PD! Ma ora gli operai, la classe proletaria, a chi si dovrà rivolgere, a Berlusconi? Domando.

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