Violenze e omicidi, la criminalità cinese di Milano esce allo scoperto

Omicidio nella comunità cinese

Traffico di droga, estorsioni, rapine, risse, omicidi. A dispetto del tradizionale basso profilo della comunità cinese residente in Italia, anche nelle sue manifestazioni criminali, le bande giovanili adottano metodi sempre più sanguinosi, che non passano certo inosservati fuori dai confini della Chinatown milanese. Tra la mattinata di ieri e la scorsa notte due episodi, non collegati fra loro, che dimostrano l’efferatezza usata per regolare i conti tra i diversi gruppi criminali.

Il fatto più grave all’1.30 di questa notte. Una decina di giovani cinesi ha fatto irruzione nella discoteca Parenthesis di Milano, dove era in corso una festa privata con una cinquantina di connazionali, seminando il panico tra gli invitati. Un ragazzo è stato ucciso e altri cinque sono rimasti feriti.
Il locale, un club di scambisti in via Gargano, nella zona sud della città, era stato affittato per una festa di compleanno e all’interno si trovavano circa 50 ragazzi cinesi tra i 20 e i 25 anni, secondo i carabinieri perlopiù studenti benestanti e ben inseriti in Italia. Intorno all’una e mezza gli aggressori, circa una decina, sono entrati nel locale pochi alla volta per non dare nell’occhio. Si sono poi coperti con dei cappucci, hanno iniziato a urlare e, armati di coltelli e mannaie, si sono diretti verso alcuni obbiettivi precisi, accerchiandoli e aggredendoli.

Un ragazzo di 22 anni, Hu Libin, è stato ripetutamente accoltellato alla testa, all’addome e alle gambe ed è morto sotto gli occhi di alcuni testimoni. Altri cinque ragazzi sono rimasti feriti, due dei quali in modo grave con profonde ferite alla schiena. Nessuno dei feriti comunque, che sono stati ricoverati all’ospedale Humanitas e al Policlinico, sembra in pericolo di vita. Il proprietario del locale ha dato subito l’allarme, ma quando sono arrivati i soccorsi per il 22enne era troppo tardi.
L’agguato è stato rapidissimo, non è durato più di due o tre minuti. Secondo i carabinieri si è trattato di un regolamento di conti nel contesto della guerra tra bande giovanili o di una ritorsione dopo uno sgarro nel giro del traffico di droga. Tuttavia la dinamica non è stata ancora accertata nei dettagli, visto che sono ancora in corso gli interrogatori dei testimoni e potrebbero emergere nuovi elementi. Tra i feriti, inoltre, potrebbero esserci anche ragazzi estranei alla malavita, che semplicemente sono intervenuti nel tentativo di difendere gli obbiettivi degli aggressori.

Il ragazzo deceduto è un immigrato regolare, residente a Milano, con alcuni precedenti per lesioni e danneggiamenti. Gli aggressori sono tutti molto giovani e per i carabinieri potrebbero aver agito per conto di un capo che, secondo le usanze della malavita cinese, difficilmente si espone in prima persona.

Ieri mattina invece un altro ragazzo cinese di 19 anni è stato aggredito e accoltellato a Milano da un connazionale, ed è ora nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Niguarda. L’aggressione è avvenuta poco prima delle nove in piazzale Lugano, nella zona nord della città. Secondo la ricostruzione di un testimone che ha subito chiamato i soccorsi, il ragazzo stava passeggiando con un amico, probabilmente anche lui cinese, quando è stato avvicinato da un connazionale che lo ha colpito alla schiena con un grosso machete. Il 19enne ha riportato una profonda ferita alla spalla sinistra ed è ricoverato in prognosi riservata. Dopo averlo colpito, l’aggressore è fuggito, come il compagno del ferito che, impaurito, è sparito prima che arrivasse la polizia.

Metodi efferati e plateali, degni della mafia, che rompono gli schemi di una comunità particolarmente prudente e che in passato raramente è uscita allo scoperto con attività criminali di questo tipo. Lo sfruttamento della prostituzione, dell’immigrazione clandestina e del lavoro nero hanno sempre coinvolto connazionali, con pochissima eco all’esterno. Ma, secondo le relazioni di ministero dell’Interno e Dia, le bande orientali, composte da giovanissimi spesso guidati da un adulto, hanno invertito la tendenza.

Bande che si dedicano al traffico di droga, alle estorsioni e alle rapine e che si fanno la guerra con risse violente che a volte sfociano in ferimenti e omicidi. Creando problemi e danni agli stessi cinesi che, da vittime, li denunciano più spesso che in passato. Le loro azioni sanguinose sfuggono al controllo e alla logica, anche illegale, della comunità di cui fanno parte e hanno un forte impatto all’esterno. Oltre ad attirare l’attenzione di forze dell’ordine e istituzioni, che cercano di controllare la criminalità orientale anche fuori dalle bische fumose e dai laboratori clandestini.

Commenti

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Il 25 Febbraio 2009 alle 0:37 shift ha scritto:

I cinesi sono una delle comunità straniere più pericolose, dopo i musulmani e i romeni vengono proprio loro.

Come i musulmani rifuggono da troppa pubblicità negativa, mentre i primi operano nelle moschee, in gruppi o individualmente in attesa d’essere maggioranza o in forze sufficienti per farci ballare alle loro condizioni, i cinesi operano apparentemente alla luce del sole, in realtà i loro traffici e comportamenti sono sottratti al controllo delle nostre autorità, rispondono alla loro mafia o a collegamenti con la stessa Cina, come abbiamo potuto vedere dopo la mezza rivolta avvenuta a Milano, dove la Cina e’ intervenuta minacciando ritorsioni contro l’Italia, per motivi inesistenti e facenti parti solo della sovranità nazionale.

In casa nostra non ci siamo portati immigrati desiderosi d’integrarsi, come qualcuno ancora blatera, ma gente ben decisa a mantenere la sua cultura appropriandosi di parti più o meno significative del territorio italiano, o ignorando del tutto le nostre leggi e gli interessi di tutta la comunità nazionale.

Tutto ciò e’ dipeso non solo dall’eccessiva accoglienza fatta a questa gente sia nei numeri che nei modi, ma nel non applicare rigidamente le nostre leggi fin dall’inizio, soprattutto a chi italiano non era.

Avendo le briglie sciolte, addirittura meglio che per gli italiani continuamente controllati e vessati in maniere usuali alla nostra cultura e ai nostri politici, gli stranieri si sentono in piena libertà di fare quello che meglio credono.

Non posseggono etica, cultura e tradizioni occidentali di rispetto e dignità, ma hanno la loro che risponde ad altre leggi e comportamenti che, a seconda della cultura e tradizione, possono essere dalla più selvaggia alla più subdola o alla più intrigante.

Naturalmente per ora l’applicano esclusivamente ai loro stessi connazionali, ma non tarderanno ad applicarla anche agli italiani quando si sentiranno in grado di farlo.

Se questa e’ l’integrazione allora siamo messi proprio male, non tarderanno ad esserci contrasti e soprusi fra tutti, di cui la nostra nazionalità farà da vero obiettivo futuro, seppure anche adesso non e’ che stiano scherzando!

E’ quindi del tutto inutile pensare di controllare costoro con leggi all’italiana e con controlli sul territorio, che nessuno sarà mai in grado di garantire totalmente o addirittura solo parzialmente.

Se non c’e’ integrazione in tutto e per tutto, di là di qualche aspetto folcloristico, dovremo aspettarci dei guai sempre più grossi.

E’ ben per questo che la cittadinanza italiana non dovrebbe essere concessa così facilmente, ma dopo un sostanzioso numero di anni e un integrazione controllata, sia nella lingua che nella conoscenza delle nostre leggi di base che nei loro stessi comportamenti abituali.

Altro grave errore nei confronti dei cinesi, così come di altri gruppi etnici, e’ stato permettere una loro concentrazione territoriale, invece di un sano dissipamento fra gli italiani.

Gli italiani si stanno rovinando con le loro stesse mani e i loro principi troppo accoglienti e menefreghisti.

Il 27 Marzo 2009 alle 17:40 Chinatown violenta, parla il primo pentito delle gang cinesi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Antonio ha un filo di baffi e un piccolo ciondolo di giada al collo. Rappresenta Guanyin, la dea della pietà e della compassione, una delle figure più importanti del Buddismo. Ma Antonio (è il suo soprannome italiano) ha fatto parte dei Daxue, una delle che la pietà non l’hanno mai conosciuta. L’ultimo esempio, a fine febbraio, è l’omicidio del ventiduenne Hu Libin, boss in erba, nell’ennesima guerra per il controllo del territorio milanese e del mercato della droga. Il pendaglio di Guanyin è un ricordo della remota regione da cui provengono questi ragazzi, lo Zehijang, nel sud della Cina, a 800 chilometri da Shanghai. “La dea mi protegge e spero abbia pietà per gli errori che ho fatto” dice Antonio con un filo di voce. Ha 29 anni, vive in Lombardia dal 2001 e in Italia ha già scontato tre anni di carcere. Ora è pentito. Nonostante la lunga permanenza nel nostro Paese stenta a parlare l’italiano. Non capisci se è un modo di proteggersi o se abbia davvero difficoltà a comprendere. Per intervistarlo c’è bisogno di un interprete. La sua è una testimonianza unica per chi voglia provare a capire la impenetrabile, e quasi banale, realtà delle bande cinesi. Come è arrivato in Italia? Da clandestino. Nel mio paese riparavo televisori. Poi ho deciso di cambiare vita e di venire in Italia. Per questo mi sono rivolto agli “she tou”, le teste di serpente (gli uomini delle organizzazioni che gestiscono il traffico di clandestini, ndr). Mi hanno chiesto 12 mila euro, da pagare una volta arrivato a destinazione. Perché ha scelto l’Italia? Qui erano già emigrati alcuni miei amici ed è una meta più facile ed economica da raggiungere. Per andare negli Stati Uniti credo che ci vogliano almeno 50 mila euro. Anche per la Gran Bretagna le tariffe dei trafficanti sono più esose. Qual è stato il percorso? Eravamo una ventina e siamo saliti su un aereo per Mosca. Da lì alcuni uomini russi ci hanno trasferiti in Ucraina e in nave abbiamo raggiunto l’Italia. Ricordo che era buio e che non abbiamo subito controlli. E poi? Alcuni nostri connazionali ci hanno trasportati in un appartamento. Lì ci hanno permesso di contattare le nostre famiglie. Mia madre dopo una ventina di minuti aveva già pagato la cifra pattuita a uno degli she tou. Ero finalmente libero. Che cosa è successo allora? Un amico, informato del mio arrivo, è venuto a prendermi e mi ha portato a Brescia. Là ho trovato quasi subito un lavoro: stiravo vestiti in un laboratorio tessile, a volte per 15 ore al giorno. Era un impiego a cottimo, guadagnavo mediamente 700-800 euro al mese. Come è entrato nei Daxue? Me lo ha proposto un compaesano. L’ho incontrato durante una gita a Milano in via Paolo Sarpi (cuore della Chinatown meneghina, ndr). Mi ha offerto 1.500 euro al mese per fare estorsioni. Il doppio del mio stipendio per andare a chiedere soldi in due o tre negozi al giorno: mi sembrò vantaggioso. Come funzionava il nuovo lavoro? Giravamo in gruppo, cinque o più persone. Inizialmente ci presentavamo con una scusa. Magari protestando perché una bibita aveva fatto male a uno di noi. Il denaro era una specie di risarcimento. Quindi abbiamo capito che si trattava di un business redditizio e abbiamo iniziato a estorcere soldi anche agli altri commercianti. Sempre con lo stesso metodo? Con il tempo abbiamo cambiato copione: per esempio ci presentavamo in un ristorante e chiedevamo un prestito. Solitamente 2 mila euro. A volte offrivamo qualcosa in cambio, per esempio un piatto, e domandavamo la stessa cifra. Il proprietario sapeva di non poter rifiutare. Ma, apparentemente, non si trattava di un’estorsione: noi avevamo domandato un aiuto o venduto un prodotto. Che cosa succede a chi si rifiuta di fare affari con le bande? Beh, mettevamo a soqquadro ristoranti e negozi, facevamo scappare i clienti. Qualche volta sono state date delle sprangate. Ma solo per impartire una lezione, non per uccidere. Ora è diverso, per i ragazzi delle bande ammazzare non è più un problema. Perché nella maggior parte dei casi i commercianti non denunciano questi ricatti, che continuano ancora oggi? Perché la legge italiana non è incisiva: non c’è un’azione immediata delle forze dell’ordine, le indagini durano a lungo e spesso i giovani restano in libertà in attesa di giudizio. E i miei connazionali hanno paura di subire ritorsioni da parte loro. Ma le bande con i loro affari non infastidiscono i mafiosi delle triadi cinesi? Io in Italia non ne ho mai visto uno. Nelle bande qual è la differenza tra vecchie e nuove leve? Noi, quasi tutti clandestini e quindi ricattabili, lavoravamo per dare una mano alle famiglie. Adesso invece i giovani sono in maggioranza regolari e vengono mantenuti dai genitori. I soldi non servono loro per sopravvivere, ma solo per ottenere tutto quello che desiderano. Per questo spacciano. Voi non lo facevate? Questo è il business del momento. Ai miei tempi ecstasy e cocaina le trovavavamo nelle discoteche “italiane”, qualcuno di noi le assumeva, ma lo spaccio non era considerato un nostro affare. Adesso lo è diventato, eccome. Per quale motivo è circoscritto alla vostra comunità? Perché in mezzo ai “lao wai” (”stranieri”, come i cinesi chiamano gli italiani, ndr) possono infiltrarsi i poliziotti. Le bande hanno segni distintivi: tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori? Nessuno. Anche in questo caso per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. In fondo nel nostro quartiere non c’è bisogno di marchi: i negozianti sanno chi sono i componenti delle bande e li rispettano. Per esempio, nei ristoranti, non pagano mai i conti. I ragazzi delle gang usano con perizia nunchako, machete e arti marziali… È una leggenda. Tra di noi non c’erano e, per quanto mi risulta, non ci sono emuli di Bruce Lee. Dove viveva? A Chinatown? No. I ragazzi delle bande vivono lontano da dove fanno affari. Io stavo in zona Mac Mahon, eravamo in cinque e dividevamo due stanze da letto. L’affitto e le altre spese li pagavano i capi. Cercavamo di non dare nell’occhio. Nel tempo libero giocavamo a carte o andavamo negli internet point. Ragazze? Nella banda non ce n’erano. Le frequentavamo all’interno della comunità. Avevamo storie uguali a quelle di tutti i giovani. L’unica differenza è che non ho mai visto una ragazza cinese drogarsi. Vi siete mai scontrati con la banda degli Yuhu? Due o tre volte. In mezzo alla strada. In un’occasione eravamo sette od otto per parte e un ragazzo degli Yuhu è stato accoltellato a una spalla. A quel punto è arrivata la polizia e siamo scappati. Non aveva paura? Mai. Anche perché giravamo sempre tutti insieme. Noi Daxue, all’inizio, eravamo una quindicina. Quando è finita la sua avventura nella banda? Dopo pochi mesi un negoziante esasperato ci ha denunciati per un’estorsione e io sono stato arrestato. Sono finito nel carcere di San Vittore. Ero in cella con altre cinque persone, tre malesi e due cinesi. Uno di loro era uno Yuhu, ma lì dentro non abbiamo avuto problemi. Come è stata l’esperienza del carcere? Pessima. Vivevamo 24 ore al giorno uno addosso all’altro. In tre anni nessuno è venuto a trovarmi: la mia famiglia era lontana, i miei presunti amici erano spariti. Ero completamente solo. Ho capito di avere sbagliato e sono cambiato. Non ha pensato di tornare nel suo paese? Adesso sto bene in Italia. Va mai a Chinatown? Sì, a fare acquisti e a scherzare nei bar. Incrocia qualcuno dei vecchi compagni? Credo che la maggior parte sia in prigione. Con gli altri ci salutiamo, a volte chiacchieriamo. Ma non parliamo mai delle bande. Chi lo fa rischia la vita. A Chinatown sono un argomento tabù. [...]

Il 27 Marzo 2009 alle 18:06 » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] La Cassazione: le volgarità ai sottoposti costituiscono reato » Panorama.it - Italia su “Ma chi c… sei?”. Se il capo provoca, è permesso rispondere così Chinatown violenta, parla il primo pentito delle gang cinesi » Panorama.it - Italia su Violenze e omicidi, la criminalità cinese di Milano esce allo scopertonhico su Io, giornalista pedinato per settimane sulle intercettazioni di FassinoStupro della Caffarella, libero anche il “biondino” Loyos » Panorama.it - Italia su Racz si commuove in tv: “Sono panettiere. Voglio stare in Italia”fercas su Io, giornalista pedinato per settimane sulle intercettazioni di Fassino [...]

Il 27 Marzo 2009 alle 18:07 Milano, colpi di coltello a Chinatown: un morto e un ferito » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ancora vittime nella Chinatown milanese. Dopo l’omicidio dello scorso 24 febbraio (ancora senza un colpevole) un morto e un ferito grave è il bilancio di un’aggressione avvenuta in via Paolo Sarpi all’angolo con via Aleardi, nel cuore del quartiere cinese, oggi verso le 13.15. La vittima, un cittadino cinese, è stata uccisa a coltellate davanti a una trattoria, è intervenuta la polizia che indaga sull’episodio. [...]

Il 15 Aprile 2009 alle 16:56 Gang cinesi contro, presi gli assassini del giovane boss Hu Libin » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Due feste parallele in due locali milanesi affittati, giovanissimi cinesi che ballano e bevono. Chi vuole sballarsi sa a chi rivolgersi, i pusher sono carichi di pasticche. Ma la gang che spaccia al Parenthesis non ha il “permesso” per farlo, viene da fuori ed è intrusa sulla piazza cittadina. Per questo dal Codice a barre, l’altra discoteca, parte una spedizione punitiva che farà una vittima e cinque feriti. È questo il contesto, ricostruito dalla Squadra mobile della questura, in cui la notte del 24 febbraio scorso è maturato l’omicidio di Hu Libin, 22 anni, accoltellato a morte davanti ai suoi compagni. [...]

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