Archivio di Marzo, 2009
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“Siamo alla fine di un incontro molto approfondito sul tema del lavoro, un lavoro che comincia a venir meno con numeri preoccupanti. Venti milioni di posti di lavoro in meno per il 2010 sono una grande preoccupazione per tutti i governi”. Così il premier Silvio Berlusconi, durante la conferenza di chiusura del G8 sul lavoro di Roma, allargato ai ministri del Welfare dei Paesi emergenti.
Ma, ha aggiunto il premier: “Il Governo non lascerà nessuno da solo. Lo stato sarà vicino ai lavoratori”. Il Cavaliere ha poi invitato “i governi a far sì che sia mantenuta la coesione sociale. È questo il fattore più importante”. Cioè, il presidente del Consiglio è pronto a proporre un “social pact” ai governi che parteciperanno al G20. Un “patto globale che possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”. “Garantiremo a tutti” spiega ancora una volta il premier “che usciremo dalla crisi senza lasciare nessuno indietro e” aggiunge “lavoreremo insieme per uscirne”.
Il Cavaliere ha tenuto anche a sottolineare come non vi sia alcuna contraddizione tra quello che egli stesso e il suo governo considerano un “imperativo categorico”, vale a dire l’economia sociale di mercato, e la dottrina sociale della Chiesa. È proprio in base a questo imperativo che, ha spiegato il capo del governo, “gli Stati devono impegnarsi a sostenere i lavoratori che perdono il posto di lavoro fintanto che durerà la crisi”.
Quanto al suo di impegno, Berlusconi assicura che in tempo di crisi “gli italiani si troveranno di fronte a uno Stato che li sosterrà ”. “Non sono spaventato di aumentare il deficit” dice “se dovessimo affrontare una spesa di primaria importanza. Garantiremo che lo Stato sarà vicino ai lavoratori”. E comunque “i fondi previsti sono abbondanti rispetto ai costi che l’Italia sta sostenendo. Tremonti mi ha detto che quanto è previsto è sufficiente ma io voglio sottolineare che nel caso in cui sia necessario non possiamo privilegiare il bilancio pubblico lasciando le persone da sole nella fame”.
Poi Berlusconi entra nel dettaglio delle misure prese dal suo esecutivo: Palazzo Chigi ha già stanziato 12 miliardi di euro e nell’ultimo Cipe ne abbiamo stanziati altri 8. In tutto sono 36 miliardi, che però possono arrivare a 40 perché gli italiani hanno di fronte uno Stato che li sosterrà . “Nessuno” ha aggiunto il Cavaliere “può dire e dice di avere la ricetta giusta, ma il governo italiano ha agito con saggezza, tempestività e rigore usando il buon senso”. Oltre a una cassa integrazione allargata ai precari, Palazzo Chigi ha infatti previsto aiuti per chi vuole diventare imprenditore fondare un’impresa. “Come ho già detto se io stessi in cassa integrazione non starei in casa a guardare la televisione e girarmi i pollici” ha spiegato il premier “ci saranno, quindi, incentivi nei confronti di nuove forme di imprenditoria”.
Secco no, invece, alle ipotesi di politiche protezionistiche che fanno “male” all’economia. In particolare a paesi come il nostro che sono grandi esportatori. “Non dimentico quanto successo in Inghilterra ai nostri lavoratori che avevano partecipato ad una gara d’appalto” conclude il premier rifendosi alla rivolta dei lavoratori inglesi contro l’arrivo di nostri connazionali. Quello che serve, invece, è un patto tra tutti i paesi del G8: “Faremo di tutto per arrivare al G20 e a La Maddalena per firmare un patto globale per cercare di sconfiggere la crisi”. Un social pact che “possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”.
Infine un applauso alla Fiat. L’ncoraggiamento del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, alla sigla dell’accordo tra Fiat e Chrysler è stata salutata da Berlusconi come “una soddisfazione per tutti gli italiani”. È il riconoscimento dell’eccellenza di una nostra grande impresa”, ha detto il presidente del Consiglio augurandosi che “l’accordo si concluda con il finanziamento da parte dello Stato americano”.
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Scuola, tra presente e futuro: non solo riforme, ma anche nuove materie all’esame (o d’esame). O meglio, nuove discipline che potrebbero entrare in vigore se le numerose proposte di legge presentate alla Camera e al Senato saranno convertite in legge dai due rami del Parlamento.
Internet, le lingue straniere, educazione civica e forse educazione sessuale le più conosciute, ma quanti sanno che ci sono deputati e senatori che spingono per inserire i rudimenti del primo soccorso, oppure corsi di educazione alimentare? O ancora l’insegnamento delle “specificità culturali, geografico, storiche e linguistiche delle comunità territoriali” piuttosto che “attività teatrali e di intelligenza emotiva”?
Il tema della scuola ha da sempre suscitato l’attenzione e l’interesse di molti parlamentari italiani. Così, se negli anni novanta le proposte di legge più singolari in materia potevano arrivare a poche decine per legislatura, oggi, scorrendo rapidamente i siti internet di Camera e Senato, se ne possono ritrovare quantomeno un centinaio. Maggioranza e opposizione spingono, ad esempio, per inserire i rudimenti del pronto soccorso alle medie e al liceo. Le cifre, del resto, parlano chiaro: ogni anno in Italia 60 mila persone muoiono per un arresto cardiaco, 23 mila sono vittime di un trauma improvviso e 6 mila di un incidente stradale. Un intervento di primo soccorso può salvare il 30 per cento delle persone colpite, sottolineano i firmatari delle due iniziative legislative, il deputato del Pd Gerolamo Grassi e il senatore del Pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri.
Ma i legislatori non si fermano qui: altri testi scolastici potrebbero finire sui banchi degli studenti, come l’educazione alimentare. L’Italia è ai primi posti in Europa per numero di bambini e adolescenti in sovrappeso. Ecco perché Antonio Razzi, deputato dell’Idv, propone di istituire, fin dalla scuola primaria, corsi di educazione alimentare per “formare una cultura alimentare basata su informazioni complete e corrette, ancora poco diffusa nel nostro Paese”. Il deputato Fabio Granata (Pdl) e la senatrice Anna Maria Carloni (Pd) chiedono, invece, che nei programmi scolastici trovi posto anche l’insegnamento dell’educazione civica ambientale perché, spiegano, “tende a sviluppare nello studente la consapevolezza di soggetto attivo e protagonista della comunità attraverso i valori costituzionali della cittadinanza, dell’ambiente, della salute, della legalità ”. Gli zaini degli studenti potrebbero appesantirsi ulteriormente se saranno approvate altre due proposte di legge della deputata della Lega Paola Goisis, che propone l’insegnamento delle “specificità culturali, geografico, storiche e linguistiche delle comunità territoriali e regionali“. Così, si legge nella proposta di legge, “lo studio della realtà Sabauda per gli studenti piemontesi può assumere un’importanza non inferiore a quella che riveste lo studio della realtà Borbone per gli studenti delle regioni meridionali o del califfato arabo e dei ducati normanni per gli studenti della Sicilia”.
Molto simile il ddl presentato da Angela Napoli (Pdl), che chiede l’introduzione della storia locale. La Napoli, tra l’altro è molto attiva sull’argomento scuola: solo in quest’ultima legislatura si contano una decina di provvedimenti presentati alle commissioni di competenza, che vanno dalla “disciplina del sistema nazionale di istruzione”, alle “Disposizioni concernenti i dirigenti scolastici, fino alle “Disposizioni in materia di stato giuridico degli insegnanti e di rappresentanza sindacale nelle istituzioni scolastiche”
Più controverso, invece, il progetto di legge presentato da Valentina Aprea, presidente della commissione Cultura della camera dei Deputati ed ex sottosegretario all’Istruzione del precedente Governo Berlusconi, che chiede “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”.
Il progetto di legge, prevede, infatti, oltre ad una serie di novità sostanziali che potrebbero sconvolgere l’attuale assetto organizzativo scolastico, un maggior carico di responsabilità (e di potere) proprio per i dirigenti. A presidi verrebbe infatti demandato prima di tutto il compito di bandire concorsi per nuovi docenti, specifici per ogni istituto, oltre che di scegliere personalmente (senza più graduatoria pubbliche) i docenti supplenti. Anche loro, i capi d’istituto, saranno comunque sottoposti a verifiche sull’operato svolto: lo stesso ministro ha ricordato come i nuovi concetti “di responsabilità e merito” non andranno applicati solo agli studenti, “ma anche ai docenti e ai dirigenti, che vanno valutati e incentivati”. Il testo ha ricevuto forti critiche da parte dei dirigenti scolastici, mentre il Forum degli insegnanti ha cominciato una raccolta di firme per fermarne l’iter parlamentare. E se il deputato dell’Idv Fabio Evangelisti ed il parlamentare del Pdl Enrico Pianetta insistono perchè nei programmi scolastici venga inserito “l’insegnamento dell’educazione ai diritti umani”, la deputata del Pdl Fiorella Ceccacci si spende perchè tra le materie di studio vi sia anche “attività teatrali e intelligenza emotiva“. Il teatro “ha da sempre una straordinaria funzione di educazione alla cultura ed è diventato un elemento nuovo della nostra cultura educativa, grazie anche all’apporto di moderne discipline socio psicologiche”, si legge nel testo della proposta di legge presentato lo scorso 26 maggio, quando la nuova legislatura era cominciata da appena un mese.
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La legge 40 sulla fecondazione assistita arriva all’esame della Corte Costituzionale. Oggi i giudici della Consulta ascolteranno, in udienza pubblica, le ragioni a favore e contro la norma varata nel 2004 che, l’anno successivo, passò indenne il referendum abrogativo per mancato raggiungimento del quorum. Terminata l’udienza, i giudici costituzionali si ritireranno in camera di consiglio per una decisione attesa in settimana.
In attesa del pronunciamento della Consulta, arrivano le statistiche. Che dicono che più di 55mila coppie hanno fatto ricorso nel 2007 alla procreazione assistita. E i nati in “provetta” sono stati 9.137, quasi il doppio del 2005 (erano 4940). Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità trasmessi dal ministero della Salute al parlamento per fare il punto annuale sull’applicazione della legge 40 del 2004. Quindi sempre più coppie accedono alla fecondazione artificiale nei 341 centri iscritti al registro nazionale, sono aumentati anche i cicli di trattamento, passati in due anni da circa 63mila a 75mila.
La percentuale di gravidanze è del 15,5%, in aumento rispetto al 2005 (14,9). Un dato ancora basso rispetto all’Europa, ma c’è da tenere conto, spiegano al ministero, che l’età media delle donne che accedono alla procreazione assistita in Italia è di 36 anni, contro il 33,8 dell’Europa. Una donna su quattro che si presenta nei centri italiani ha inoltre più di quarant’anni. Più alta rispetto alle medie europee (ma sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 2005) la percentuale dei parti trigemellari in provetta: sono il 3,5% per le tecniche di secondo e terzo livello. Il 18,7% sono invece parti gemellari. “La legge 40 sulla procreazione medica assistita funziona, lo dimostrano i dati”, ha spiegato il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Che ha annunciato: “entro 2 anni il Ministero vuole istituire una certificazione tramite criteri di qualità dei vari centri sul territorio nazionale, con informazioni dettagliate, controlli, tracciabilità e percentuali su gravidanze gemellari e trigemine”. Per il cattolico Movimento per la vita, infine, “i dati sono di conforto per chi, nonostante le non poche riserve più volte espresse sulla fecondazione artificiale in quanto tale, ha sostenuto e difeso la legge 40: di fronte all`evidenza dei numeri, sarebbe lecito attendersi qualche mea culpa da parte di chi ha osteggiato ed osteggia la legge per semplice pregiudizio ideologico”, afferma in una nota Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita ed eurodeputato dell’Udc. Non è ello stesso parere Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Amica Cicogna e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni: la legge 40 “dal 2004 ad oggi fa vedere i suoi effetti dannosi”. Senza dimenticare che: “La stessa legge” prosegue Gallo “si contraddice: se da un lato vuole tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, predisponendo questi soggetti a rischi non ne tutela alcun diritto. Non risolve quello che è il fine per cui una coppia si rivolge alla fecondazione assistita, e cioè per rimuovere lo stato di infertilità , e per di più entra in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione”. Ecco perché, si augura Gallo: “La Corte Costituzionale rilevi gli effetti pregiudizievoli diretti sul diritto fondamentale alla salute della donna e del concepito”.
Appunto, la Corte. Vi hanno fatto ricorso, con tre distinte ordinanze, il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50%) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l’articolo 14 (commi 1,2,3 e 4) che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate. Davanti alla Consulta è stato impugnato anche l’art.6 (comma 3) della legge 40 nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all’impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso.
Queste norme - secondo i giudici del Tribunale di Firenze e del Tar del Lazio - sono in contrasto con diversi principi tutelati dalla Costituzione. In particolare con l’art.3, sotto il profilo della ragionevolezza per il mancato bilanciamento tra la tutela dell’embrione e la tutela della esigenza di procreazione visti la “mancata valutazione della concreta possibilità di successo della pratica da effettuare” e il “mancato riconoscimento al medico curante di ogni discrezionalità nella valutazione del singolo caso”. La legge 40, secondo i ricorsi, realizzerebbe una “irragionevole disparità di trattamento” tra le donne in condizioni fisiche diverse che si sottopongo alla fecondazione assistita. E ancora: il diritto alla salute verrebbe leso in caso di insuccesso del primo impianto, in quanto la donna è costretta a sottoporsi a un successivo trattamento ovarico, ad “alto tasso di pericolosità per la salute fisica e psichica”.
Dinanzi alla Corte si sono costituiti, oltre alla Warm, numerose associazioni favorevoli a una pronuncia di illegittimità (Hera onlus, associazione Luca Coscioni, Cecos Italia, Sos infertilità , Amica Cicogna, Madre provetta e, tra le altre, Cittadinanzattiva), mentre a chiedere che la legge non si tocchi, e che dunque la Corte si pronunci per l’infondatezza o l’inammissibilità , sono il Comitato per la tutela della salute della donna, la Federazione nazionale dei centri e dei movimenti per la vita. Ma anche il governo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, chiede ai giudici costituzionali che la legge 40 rimanga tale e quale perchè “il legislatore ha effettuato una ragionevole comparazione tra l’interesse della donna al buon esito della procedura di procreazione medicalmente assistita e la tutela dell’embrione”.
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Ha conquistato la fiducia di un bambino di otto anni (che oggi ne ha dieci) senza padre, ha cominciato a molestarlo e a minacciarlo, fino agli abusi più pesanti. Non solo: ha convinto la sua vittima, completamente plagiata, a infliggere le violenze subite a un altro bambino di appena cinque anni. Il pedofilo è stato arrestato ieri dagli agenti della Squadra mobile di Milano dopo le delicate indagini durate sette mesi e compiute dalla sezione che si occupa dei reati sui minori, guidata da Alessandra Simone. E’ un 42enne ecuadoriano residente a Rosate, in provincia di Milano, Shiki Tankamash, è regolare e incensurato e lavora come operaio in un’azienda di Assago, alle porte della città .
Gli abusi sono cominciati alla fine del 2007 e sono andati avanti fino all’estate del 2008. Marco (il nome è di fantasia) e il suo aguzzino si sono conosciuti in una comunità per ragazzi socialmente disagiati gestita da religiosi nel Pavese. “Marco non è un ragazzo problematico, ma passava le sue giornate nella comunità , un po’ come fosse un oratorio”, spiega il dirigente della Mobile, Francesco Messina. Senza il padre, ci andava quando la madre, ex tossicodipendente, era al lavoro. Tankamash si occupava dell’orto della comunità e col tempo aveva conquistato la fiducia del bambino e della donna.
L’uomo ha cominciato a portarlo con sé prima in luoghi appartati poi a casa propria e dopo le prime molestie e i palpeggiamenti sono arrivate le violenze, insieme alle minacce di botte e di fare male alla madre se il bambino avesse parlato. Tankamash ha anche spinto Marco a fare le stesse cose che stava subendo a un suo amichetto di cinque anni. È stato quest’ultimo a raccontare tutto alla madre, che ne ha parlato con la mamma di Marco. A questo punto il bambino ha cominciato ad ammettere di aver subito violenze e quando il sacerdote che gestisce la comunità l’ha saputo, è scattata la denuncia alla procura di Milano.
Le indagini della Mobile sono partite dall’audizione protetta dei due bimbi, i cui racconti, molto lucidi, hanno trovato riscontri e sono stati giudicati fondati. Mentre quelli del 42enne erano incongruenti e poco credibili. Anche il fratello di Tankamash ha confermato che aveva sempre mostrato tendenze pedofile e che lui non si era mai fidato a lasciarlo solo con il proprio figlio. Ieri è arrivato l’arresto, in fabbrica. “Marco ha mostrato di aver preso coscienza di quello che è successo e di avere forti sensi di colpa verso il suo piccolo amico”, conclude Messina. “Per questo sono fiducioso che, con un aiuto adeguato, possa recuperare una condizione psicologica stabile”.

Un fondo di garanzia da circa 30 milioni di euro in grado di generare prestiti bancari agevolati per 300 milioni da destinare alle famiglie in difficoltà a causa della crisi è stato istituito dalla Conferenza episcopale italiana grazie ad un accordo con l’Abi, l’associazione bancaria italiana. Potranno farne richiesta di accesso le famiglie regolari con tre figli o malati a carico che abbiano perso ogni fonte di reddito.
Ecco la risposta della Chiesa cattolica italiana illustrata questa mattina a Roma, presso la sala stampa di Radio vaticana, dal segretario generale della Conferenza episcopale, monsignor Mariano Crociata, il quale ne ha anche approfondito il significato “di comunione e solidarietà ” della Chiesa, consapevole “della gravità e dell’ampiezza della crisi finanziaria ed economica in atto”.
Dando corpo ad una iniziativa annunciata fin dal consiglio permanente dello scorso gennaio, ha spiegato Crociata, la Cei ha raggiunto un accordo con l’Associazione bancaria italiana, la quale si è fatta carico di fare da interfaccia con i singoli istituti di credito garantendo un effetto di “decuplicazione” delle erogazioni rispetto all’ammontare del fondo di garanzia messo a disposizione dai vescovi. Il fondo sarà finanziato con una colletta nazionale che si terrà in tutte le chiese italiane domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste, ma vi si potrà contribuire anche per altre vie, per esempio attraverso conti correnti bancari da istituire ad hoc, in modo da favorire “azioni di solidarietà dentro e fuori dalla comunità ecclesiale”. La Cei conta di raggiungere così l’obiettivo di 30 milioni di euro, che si tradurrebbe in prestiti alle famiglie più bisognose per un totale di 300 milioni di euro. Potranno accedervi, attraverso i centri Caritas delle parrocchie, le famiglie regolari, anche straniere e non cattoliche, purchè con almeno tre figli o malati a carico e che abbiano perso il lavoro ed ogni fonte di reddito.
“Non è un’elemosina ai poveri” ha tenuto a sottolineare il segretario della Cei “ma un intervento nel rispetto della dignità delle persone che potranno restituire quanto percepito, a tassi contingentati da definire e nei tempi loro possibili, quanto ricevuto”. Se ciò non fosse possibile, interverrà il fondo di garanzia che, in caso di mancato utilizzo, sarà invece distribuito tra le diocesi per aiuti diretti. L’iniziativa - è stato anche chiarito - si affianca a quelle già avviate in molte diocesi italiane (a cominciare da quella di Milano dello scorso dicembre), i cui benefici non saranno cumulabili a quella nazionale, ed è tesa, fra l’altro, a sottolineare l’immagine “di una Chiesa unita impegnata nell’annuncio del Vangelo anche attraverso una costante attenzione alle necessità concrete di chi ha bisogno”.
Presentando il fondo di garanzia, monsignor Crociata è tornato anche sul bio-testamento e sui dubbi espressi dal presidente della Camera Gianfranco Fini al Congresso del Pdl. “Ognuno ha sufficiente capacità di fare sue valutazioni. Lo Stato etico mi sembrerebbe altra cosa e la Chiesa non ha mai avuto simpatia per questo tipo di situazione, che esiste dove ci sono delle costrizioni. Non mi sembra questo il caso”. Sul biotestamento, quindi: “I vescovi rispettano l’autonomia del Parlamento e non intendono ingerire nall’elaborazione e nei tempi della legge sul fine vita”.
Un accenno poi della Conferenza episcopale italiana al nodo immigrazione. I vescovi italiani infatti hanno fatto sapere di seguire “con grande pena” le notizie sugli ultimi naufragi di clandestini e hanno ribadito che “chi arriva sul territorio nazionale va accolto e accompagnato”, trattato come una persona.
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Almeno duecento dispersi, quasi sicuramente morti. Ma il bilancio potrebbe essere anche peggiore: l’ultima tragedia dell’immigrazione racconta di un barcone affondato al largo della costa libica dopo un viaggio funestato da un vento fortissimo e dalle condizioni disperate del mezzo, stracarico di migranti. Secondo quanto ha reso noto l’agenzia egiziana Mena, tutti i clandestini - molti dei quali di nazionalità egiziana - erano diretti in Italia. Una delle imbarcazioni era partita da Sid Belal Janzur, un sobborgo di Tripoli e dopo tre ore di navigazione il battello è affondato 30 chilometri al largo della Libia.
Le notizie si rincorrono da ore: si è parlato di altre due imbarcazioni naufragate, ma il dato non trova conferme. In questo caso il numero dei dispersi, e dei morti, potrebbe salire. Gli unici dati certi - diffusi dal responsabile dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) di Tripoli Laurence Hart - riguardano 20 persone annegate (di cui 6 egiziani) e 23 tratte in salvo (di cui 10 egiziani).
Le informazioni sull’accaduto sono ancora confuse. Si parla - a quanto riferito alla Reuters da funzionari locali - di quattro imbarcazioni in difficoltà non lontano dalla costa della Libia.
Di queste due sono sicuramente affondate. Delle altre due non si sa niente, anche se il ministero dell’Interno libico ha reso noto che una nave cisterna italiana ha salvato 350 clandestini che si trovavano a bordo di una imbarcazione alla deriva.
Per il momento sono state tratte in salvo 23 persone mentre di altre 21 sono stati recuperati i corpi senza vita. I dispersi: considerando che su una imbarcazione affondata si trovavano 253 persone e sull’altra 365, sono pertanto più di 500.
Delle altre i libici affermano di non avere certezza del luogo di partenza.
Quanto al salvataggio effettuato da una nave italiana, resta qualche incertezza. Fino alla tarda serata - secondo quanto si è appreso - sia del naufragio sia del soccorso da parte di una nave cisterna non era giunta alcuna segnalazione alle autorità italiane competenti per la ricerca e il soccorso in mare.
L’ennesima tragedia sulla rotta tra la Libia e la Sicilia non ha comunque fermato i viaggi della disperazione verso l’Italia: oltre 400 extracomunitari sono approdati infatti nelle ultime ore sulle coste della Sicilia orientale, dopo i 222 giunti ieri a Lampedusa. Sbarchi che, ha assicurato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, “termineranno il 15 maggio prossimo, quando entrerà in vigore l’accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste”.
Il primo barcone si è arenato nella serata di ieri sulla spiaggia di Scoglitti, una frazione di Vittoria, in provincia di Ragusa. A bordo c’erano 153 immigrati, tra cui 29 donne, che dopo le procedure di identificazione sono stati portati nella palestra comunale di Pozzallo. Una carretta di circa 20 metri con a bordo 249 persone, tra le quali 31 donne - tre incinte - e otto minori, è approdata invece all’alba a Portopalo di Capo Passero, nel siracusano. Gli extracomunitari, in gran parte somali ed eritrei, sono stati scortati in porto dall’unità navale delle Fiamme Gialle e da una motovedetta della Guardia Costiera. Un giovane somalo di 24 anni è stato arrestato dalla Guardia di Finanza, con l’accusa di essere lo scafista che ha condotto l’imbarcazione, partita dalle spiagge libiche.
Intanto a Lampedusa si registra una nuova fuga dal Centro di identificazione ed espulsione: una ventina di migranti sono riusciti ad allontanarsi dal Centro, prima di essere bloccati qualche ora dopo dai carabinieri. Due di loro, sorpresi a rubare all’interno di alcune villette disabitate, sono stati arrestati; altri cinque sono stati denunciati per violazione di domicilio.
Episodi che fanno salire nuovamente la tensione sull’isola, dove in questi momenti si trovano complessivamente 720 extracomunitari distribuiti tra il Cie di contrada Imbriacola e l’ex base Loran di Capo Ponente. Lunedì 30 marzo, il sindaco, Dino De Rubeis, aveva lamentato la mancanza di assistenza medica adeguata per i 222 migranti sbarcati nel pomeriggio.
Affermazioni seccamente smentite dal responsabile del Dipartimento immigrazione del Viminale, Mario Morcone: “Il sindaco dice il falso. Sul molo, hanno operato quattro medici e un infermiere e l’ambulanza che il dipartimento libertà civili ha acquistato e che è costantemente a disposizione delle necessità sull’isola”
Per interrompere le stragi continue durante le traversate dei disperati che tentano di raggiungere le coste italiane, il Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis, suggerisce di creare - nonostante la crisi economica in atto - opportunità di lavoro nei paesi di origine di questi emigranti. Davis sottintende che tale investimento sarebbe, per altro, inferiore alle spese di contenimento dei flussi migratori. “Il numero delle vittime della disperazione è in continuo aumento e io ne sento il peso sulla mia coscienza”, ammonisce Terry Davis. “Duecento persone, forse anche di più, sono scomparse ieri al largo delle coste della Libia dopo il naufragio di due barconi diretti presumibilmente in Italia. Queste povere vittime si aggiungono a una lunghissima lista di migliaia di disperati che ogni anno muoiono nel tentativo di raggiungere l’Europa”. “Il Mediterraneo è ormai una trappola mortale”, conclude il Segretario Generale del Consiglio d’Europa. “Non possiamo continuare ad assistere indifferenti a tale tragedia umana. Il problema non è solo dei paesi di approdo ma di tutta l’Europa. L’unico modo per risolvere il problema è di creare risorse nei paesi da cui gli emigranti provengono”.
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La professionalità non si butta mai via. In qualsiasi campo, “inciucio” e reati contro la pubblica amministrazione compresi. Come dimostra oggi l’arresto di Mario Chiesa, l’ex presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano protagonista del primo episodio dell’inchiesta che avrebbe sconvolto l’Italia della Prima Repubblica, Mani Pulite.
Era il 17 febbraio 1992 quando il capitano dei carabinieri Zuliani entrò nell’ufficio di Mario Chiesa e lo sorprese mentre stava tentando di far sparire nel water sette milioni di lire in contanti che il titolare di un’impresa di pulizie gli aveva appena consegnato per garantirsi un appalto nel più famoso, ed efficiente, ospizio pubblico di Milano.
Anche stavolta è una storia di discariche, un po’ più ampia. Lo smaltimento di terre di spazzamento stradale, hanno spiegato questa mattina i carabinieri che lo hanno arrestato su ordine della magistratura di Busto Arsizio (Varese). Un business da oltre due milioni di euro, per il trattamento di 2.700 tonnellate di rifiuti che, invece di essere lavorati nelle aziende specializzate, venivano dirottati in varie discariche della regione.
Così Mario Chiesa è tornato nel carcere di San Vittore, dopo aver bevuto un caffè con l’ufficiale del Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri che lo aveva accompagnato in caserma per notificargli ordine di custodia cautelare per associazione per delinquere finalizzata al traffico e alla gestione illecita di rifiuti, e truffa aggravata ai danni di società pubbliche e private. Nella “Milano da bere” della gloria craxiana, Mario Chiesa era stato una vera star. Da tutti era considerato uno dei più efficienti operatori nel settore dell’assistenza agli anziani, e infatti la Baggina, così i milanesi chiamano il Pio Albergo Trivulzio, era un’isola felice nel panorama italiano.
Ma Chiesa era anche stimato come grande collettore di voti per il Psi di Bettino Craxi. La sua carriera correva veloce nel partito, il suo potere cresceva e c’è chi mormora che stesse valutando l’ipotesi di cominciare a raccogliere voti per sé e non per altri e assumere un ruolo più importante. Galeotta per lui fu la causa di separazione con la moglie, assistita all’epoca dall’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, oggi uno dei più famosi avvocati matrimonialisti d’Italia. Cercava di risparmiare sull’assegno alla moglie, il potente uomo dell’apparato in carriera, ma proprio dalle mura domestiche arrivarono quelle prime informazioni che permisero agli uomini dell’allora Pm Antonio Di Pietro di scoprire i suoi conti segreti.
Comunque, grazie ai riti alternativi, Chiesa non fu mai processato pubblicamente: collezionò condanne per 5 anni e 4 mesi, restituì 6 miliardi di lire e nell’agosto del 2000 finì di scontare il suo debito con la società , dopo aver lavorato nei servizi sociali occupandosi di assistenza ai disabili. Ormai il suo nome era scomparso da anni, da tempo non si celebra neanche più l’anniversario di Mani Pulite.
Ma, come dire, di fronte al suo nuovo arresto, appare inevitabile il commento più banale: a volte, ritornano.
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Estenuato dai digiuni, bianco in volto per le nausee provocate da quel liquido che scorre nel sondino, Narish, 20 anni, sonnecchia mogio nella branda dell’ospedale. A risvegliarlo la vibrazione del suo cellulare. Spalanca gli occhi neri: è arrivato un altro messaggino di Minha, 15anni, indiana come lui, studentessa del liceo scientifico. I genitori di lei si opponevano al loro amore e così martedì 3 marzo, insieme, hanno cercato di uccidersi vicino a Camisano, nel Vicentino. Prima si sono sdraiati sulle rotaie del treno, ma hanno avuto paura: più indolore mandare giù un bicchiere di idraulico liquido.
Narish legge l’sms: accenna un sorriso, mentre si immagina Minha che lo esorta a tenere duro. Anche lei è all’ospedale. Negli stessi giorni, a Chiampo, sempre in provincia di Vicenza, altri due giovani indiani, Rejan, 20 anni, e Monisha, 18, si ribellavano (i due nomi, come quelli dell’altra coppia, sono di fantasia). Nata in una famiglia sikh, Monisha non era libera di frequentare un indù. Perché si convincesse a sposare un uomo sconosciuto ma gradito al padre era stata rinchiusa in casa per più di una settimana, fino a quando, il 7 marzo, Rejan non ha bussato alla sua porta scortato dai carabinieri.
Due storie di provincia da una delle zone d’Italia più abitate da indiani che raccontano i turbamenti delle nuove generazioni immigrate. A scuola assaporano la libertà , quando rientrano a casa ritrovano l’India arretrata. Molti dei 70 mila provenienti dal subcontinente hanno portato in Italia le loro regole: le caste non esistono più per legge, però condizionano di fatto l’integrazione. Il matrimonio, formalmente libero, nella realtà è quasi sempre combinato: pressoché impossibile legittimare un’unione tra giovani di diverso credo. Le donne vanno a scuola, ma è bene che non camminino sole per strada. A molti va bene così, qualcuno si ribella.
Pena: botte, divieti di uscire, la minaccia, per le ragazze, di essere rispedite in India. La storia di Minha e Narish, insieme da un anno e mezzo, è emblematica. Lei, cresciuta a Montebello in una famiglia indù, porta le sneaker, studia il latino e quando passa davanti a una chiesa si fa il segno della croce. Odia la cucina piccante, meglio la pasta. Narish, domiciliato a Zimella, in provincia di Verona, è sikh ma ha smesso di indossare il turbante: ora ha le mèches bionde, si è tagliato la barba e parla il dialetto veneto. Si amano, eppure i genitori di Minha non volevano che si frequentassero: per questo la madre la picchiava con il manico della scopa. “Abbiamo provato a vivere da italiani e ci siamo fatti beccare” sospira il ragazzo, mentre si trascina per il corridoio dell’ospedale. Da quel giorno è stato un inferno. A fare la spia la sorellina di Minha: “Le indiane sono vigliacche, ti mettono sempre in mezzo per evitare le botte ” sentenzia lei. Mamma e papà Pal, titolari di un phone center a Montebello, non volevano che avesse un ragazzo e l’hanno punita fino a indurla a cercare la morte.
Minha, per ora, è affidata a un’altra famiglia. “Qualche volta ho pensato di resistere fino alla maggiore età , ma Narish stava male a sapermi bastonata per causa sua” racconta. Sabato 28 febbraio la forza per resistere le è mancata. Dopo botte e minacce madre e padre le requisiscono il cellulare. “L’hanno costretta a telefonarmi per dirmi che le era caduto nell’acqua” ricorda Narish.
“Dopo, di nascosto, mi ha richiamato: era disperata”. Temeva di essere mandata in India: “Odia quel posto. Quando c’è stata, in agosto, ha vomitato ogni giorno perché non sopparlano indiano portava l’afa” racconta lui, mentre la bilancia dell’ospedale indica che ha perso 5 chili. Sospira: il suo esofago ustionato, al momento, lo preoccupa meno della lontananza da Minha. “Ci sentivamo soli, sembrava che nessuno ci volesse aiutare” confessa la ragazzina, che oggi è contenta di poter contare su medici e uomini in divisa. “Abbiamo deciso insieme”. Martedì 3 marzo lui non timbra il cartellino all’Eurolift e lei non si presenta in classe. Con la Rover del fratello di Narish raggiungono i binari nei pressi della stazione di Lonigo: tenendosi per mano si distendono sulle rotaie in attesa del treno. Il fischio li spaventa e decidono di dirigersi al supermercato. “Sono pentita” bisbiglia Minha “l’ho fatto per fare del male ai miei. Ma non è cambiato nulla, sono venuti a trovarmi solo per farmi una predica”. Interpellato al telefono, Pal, padre della ragazza, nega ogni maltrattamento e si mostra fiducioso di riaverla presto a casa. Del ragazzo di sua figlia il padre dice di non sapere niente. “Se continuano a negare tutto, nessuno mi crederà mai. Non voglio tornare in quell’inferno” singhiozza Minha.
“Per fortuna le storie d’amore tra indiani non sono tutte così sofferte” commenta Anilkumar Dave, 35 anni, manager ad Alessandria. Poliglotta, appartenente alla casta dei bramini (la più alta), spiega che ancora oggi sono le famiglie a consigliare ai figli chi sposare. “È solo un suggerimento. Attraverso i bureau de marriage e internet genitori e zii si danno da fare fino a quando non trovano il modo dipresentarti la loro scelta. A una certa età , i giovani indiani migrano verso l’Asia per conoscere le loro mogli”. La sua l’ha incontrata così, durante una visita nel suo paese d’origine: “Avevo fatto sapere che non ero pronto per certe sorprese. Ma hanno fatto bene: mi è piaciuta fin da subito”.
Anche la moglie è bramina: “Benché siano fuori legge, le caste contano ancora”. Lo conferma Amita, operaia di Arzignano, nel Vicentino. Appartenente agli sharma, è stata lei a far sposare il suo primogenito di 25 anni. “Stare con una persona troppo diversa può significare passare la vita in guerra”. Se poi si sceglie qualcuno di un’altra religione, si compromette la reputazione della famiglia intera. Così è stato per Monisha. Lei e Rejan vivevano nello stesso palazzo a Chiampo, ma non si salutavano. Lui, indù, operaio notturno alla concerie Tecnopress, tentava una timida corte a lei, sikh, donna mi nuta che studia da segretaria. “Un giorno, fuori da scuola, gliel’ho detto” racconta Rejan, senza smettere di accarezzarle le mani: “Mi piaci moltissimo”. Ma lei è scappata: “Avevo paura” ride Monisha “non avevo mai parlato con un uomo”. Poi è nato l’amore. Dopo settimane di sms e sguardi, sei mesi fa, nel parcheggio vicino alla scuola di lei, il primo bacio e l’inizio della storia. Fino al giorno in cui suo fratello ha scoperto che Monisha aveva un cellulare. “Me l’aveva regalato Rejan”. Il fratello non ha gradito: “L’ha spaccato e mi ha riempito di schiaffi”. Accadeva sabato 28 febbraio: lo stesso giorno in cui, a Montebello, a pochi chilometri, Minha, ragazza a lei sconosciuta, stava vivendo lo stesso dramma. Da quella scenata Monisha non è più potuta uscire di casa. “Nemmeno sulla terrazza”.
Non doveva più vedere Rejan, era promessa a un uomo sikh come lei. “Ma gli dei non sono tutti uguali?” chiede Rejan. “Non resistevo senza avere sue notizie” prosegue il ragazzo. “Così ho chiamato i carabinieri”. Dal 7 marzo, dopo aver denunciato i genitori per sequestro di persona e violenza privata, Monisha vive con Rejan. Ripudiata, della sua famiglia non vuole sapere più niente. “Sono stati coraggiosi. Hanno fatto bene ” commenta Minha quando apprende di quella storia. “Non è giusto accettare il ragazzo che ti impongono i genitori. Basta sceglierne bene uno. Io ho scelto Narish e starò con lui per tutta la vita”.

Decine di corpi nel Mediterraneo. 237 sono secondo un’agenzia egiziana i dispersi nel naufragio di un peschereccio partito da Sid Betal Janzur, un sobborgo di Tripoli, diretti verso l’Italia. Il loro viaggio è durato poco: il barcone è affondato al largo delle coste libiche. Solo 23 persone sono state recuperate dai soccorsi e 21 sono i morti accertati, numero destinato a salire. Secondo le autorità libiche non si sarebbe però trattato di una sola imbarcazione ma di tre differenti, di cui al momento si avrebbe la certezza di un solo naufragio. Non si fermano i viaggi verso Lampedusa, la Sicilia, l’Europa. Forse per paura di una prossima stretta nei controlli delle coste libiche, si sono intensificati in questi giorni gli episodi di sbarchi. Per il ministro dell’Inerno Maroni “finiranno il 15 maggio quando entrerà in vigore l’accordo con la Libia”. Sempre oggi il ministero dell’Interno libico ha inoltre fatto sapere che in un altro punto al largo della costa libica una nave cisterna italiana ha recuperato 350 clandestini. Negli ultimi tre giorni sull’isola di Lampedusa e sulle coste meridionali della Sicilia (a Scoglitti e Portopalo di Capo Passero) sono sbarcati circa 600 immigrati. A Lampedusa la tensione intorno al Cpa resta alta: una ventina di sbarcati sono riusciti a fuggire per qualche ora, prima di essere bloccati dai carabinieri. Il sindaco dell’isola Dino De Rubeis ha lamentato la mancanza di assistenza medica adeguata per i 222 africani arrivati ieri pomeriggio, accuse che ha smentito il responsabile immigrazione del Viminale Mario Morcone: “Sul molo, hanno operato quattro medici e un infermiere e l’ambulanza che il dipartimento libertà civili ha acquistato e che è costantemente a disposizione delle necessità sull’isola”.

Non uno, ma tre guanti di sfida. Lanciati a Silvio Berlusconi dal leader del Pd Dario Franceschini.
Cioè: “Tre dibattiti: uno davanti a mille disoccupati, un altro davanti ad insegnanti e studenti e un altro davanti agli imprenditori”. Così il leader del Pd prima si sottrae al confronto nell’urna europea con il Cavaliere, poi chiama al duello il presidente del Consiglio, che definisce un uomo “che non guarda al futuro”. “Berlusconi è come se avesse lo sguardo sempre rivolto al passato”, ha aggiunto. E, per chi non avesse capito, Franceschini la dice ancora più chiara: “Berlusconi è vecchio dentro”.
E poi: “Berlusconi sarà l’unico premier europeo a fare campagna elettorale, anzichè affrontare la crisi. Ma voi ve l’immaginate Sarkozy e Angela Merkel che si candidano per le europee, anziché occuparsi della crisi?”. Il leader del Pd ha commentato così, nella sala stampa estera, la decisione del presidente del Consiglio di candidarsi come capolista per le prossime elezioni europee. “Berlusconi mi sfida a candidarmi” ha continuato Franceschini “ma la sua sarebbe una sfida a chi imbroglia meglio gli italiani: io non mi candiderò, ma affronterò la crisi insieme agli italiani. Farò come fa Gianfranco Fini, che è un uomo di destra, ma è una persona seria e non si candida”.
La bocciatura è arrivata anche sui contenuti del discorso di Berlusconi, al termine del congresso del Pdl, e della sua proposta politica: “Berlusconi fa un nuovo partito non per fare più riforme, ma per chiedere più potere per se stesso. Noi”, ha continuato Franceschini “abbiamo portato a votare 3,5 milioni di persone con tanto di documenti e firme autenticate, non come la gente dei gazebo… e con un congresso solo di immagine dove tutti si commuovevano o piangevano. Ha pianto persino Brunetta…”.
Eppure, il Pd, sottolinea Franceschini, saluta con favore la nascita del nuovo partito di centrodestra e ribadisce il suo “no” alle coalizioni eterogenee. “Torneremo anche noi, quando sarà il momento, a lavorare alle alleanze, ma non con una coalizione eterogenea perché il Paese va avanti e non si torna indietro”
Per un Paese che va avanti, dice Franceschini, ora serve sistemare la questione economica: “Le riforme costituzionali sono una necessità per il nostro Paese, ma ci sono, purtroppo ancora quattro anni di legislatura e quindi prima si dovrà affrontare la crisi”. Franceschini invita quindi a ripartire, quando sarà il momento, dalla “bozza Violante”, che prevedeva, tra l’altro, la riduzione del numero dei parlamentari e la nascita della Camera delle Regioni. Capitolo referendum: “Il Pd” fa sapere il segretario “discuterà e deciderà ”.
Di fronte alla stampa estera, il numero uno dei Democrats tova anche il tempo per un “mea culpa”. Quando ha giudicato “un errore” non aver approvato la legge sul conflitto di interessi nella legislatura 1996-2001, anche se, ha sottolineato, che Berlusconi va sconfitto “politicamente”.
E anche se: “La politica non è solo tv” ha osservato Franceschini “è però inaccettabile quello che è successo sulle tv di proprietà del presidente del Consiglio, in violazione della legge”. Il riferimento è ai dati mostrati dal responsabile informazione del Pd, Paolo Gentiloni, secondo cui i minuti dedicati a marzo dai tg Mediaset in “prime time” a Berlusconi sono sette volte e mezzo quelli dedicati a Franceschini, “principale leader dell’opposizione, il quale ha il medesimo minutaggio di Daniele Capezzone”. “Così” ha detto ancora Franceschini “si altera il gioco della democrazia, caso unico al mondo”.
A rispondere al segretario del Pd, ci pensa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, con una nota: “Franceschini non si presenta in Europa perché, lo comprendiamo, teme il giudizio degli elettori. Le sue critiche a Berlusconi sono solo invidia verso un movimento che guarda al futuro, ai giovani e alle donne, a chi lavora e a chi produce e che raccoglie già il consenso della maggioranza degli italiani”.
“Disperato per i sondaggi e per l’ineludibile destino che lo attende, Franceschini risponde al più grande evento democratico e di popolo dei tempi recenti, la nascita del Pdl, con insulti e menzogne. Sembra in preda ad una crisi isterica”: è invece la replica del presidente dei senatori del PdL, Maurizio Gasparri.
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