
di Paola Ciccioli
“Non sono andato subito all’attacco del bambino. Ho costruito il rapporto di fiducia giorno per giorno. Il piccolo ha preso confidenza e dopo un po’ ha cominciato ad abbracciarmi. Così, quando ho abusato di lui, poteva sembrargli una cosa normale”. Un pedofilo descrive la subdola ragnatela psicologica nella quale ha intrappolato un bambino di 9 anni. Un caso drammatico, quanto emblematico, che può servire come chiave di lettura dei fatti di cronaca che si sono succeduti nelle ultime settimane.
L’uomo, che non ha ancora 40 anni, prima di finire in carcere per violenza sessuale aveva commesso quelli che in passato venivano definiti “atti di libidine” nei confronti di una minorenne che aveva seguito per la strada. Mesi dopo l’adolescente lo ha visto in piazza: è corsa in un negozio e ha telefonato alla polizia. Per questo episodio aveva ottenuto la sospensione condizionale della pena ed era stato affidato ai servizi sociali. E nel 2001 torna a violentare: la vittima è quel piccolo di 9 anni che, con la frequentazione assidua, aveva finito per considerarlo un amico, un compagno di giochi.
La condanna a 4 anni di reclusione, sommata ai due inizialmente sospesi, lo ha tenuto in carcere fino alla fine del 2006. Poi ha scontato 11 mesi in un ospedale psichiatrico giudiziario e ora, in libertà vigilata, segue a Milano un programma destinato ai sex offender presso il Servizio di mediazione penale finanziato dal comune e gestito dallo psicoanalista Luigi Colombo: qui sono in cura 95 responsabili di atti violenti, ma gli assistiti sono in totale 1.080. Ed è in questa sede che ha accettato di incontrare Panorama, chiedendo di rimanere anonimo.
“Il primo reato l’ho commesso nel 1998, ho molestato una ragazzina di 14 anni”: il racconto del pedofilo comincia con queste parole. “Per la verità a me aveva detto che ne aveva 10, la sua reale età è venuta fuori durante il procedimento penale e non mi so spiegare perché mi abbia detto una cosa diversa. Era pomeriggio, l’avevo vista passare e le sono andato dietro. È scattato qualcosa in me che mi ha spinto verso di lei. Ho attaccato discorso, le ho chiesto come si chiamava e abbiamo camminato insieme verso casa sua. Non ricordo se mi avesse colpito qualcosa in particolare, so che ho provato il bisogno di seguirla e di toccarla. Di avere un rapporto sessuale no, non pensavo di fare una violenza vera e propria. A un certo punto però le ho messo le mani addosso e le ho anche chiesto se potevo continuare. Mi ha detto di no e mi sono staccato. In passato avevo avuto altri impulsi di questo genere, non so con precisione quando sono iniziati. Posso soltanto dire che da bambino anch’io sono stato abusato. Ma non voglio parlarne. È una storia emersa durante un colloquio con una dottoressa, ero già grande e avevo fatto le prime sedute con gli psicologi. Ma non era andata bene, tanto è vero che nel 2001 ho commesso un altro reato”.
A questo punto emerge una diversa lettura di quanto accaduto. L’uomo ne dà una versione edulcorata, mentre negli atti processuali (lo sottolinea lui stesso) gli vengono addebitati comportamenti di estrema gravità, per di più commessi nell’arco di 6 mesi. Incredibile il momento in cui ha notato il bambino per la prima volta e ha deciso che sarebbe diventato la sua vittima.
“Avevo fatto amicizia con un collega della ditta in cui lavoravo e capitava che a volte andassi a trovarlo. È stato lì che ho conosciuto il bambino, era un vicino del mio amico. L’ho intravisto da una fessura della tapparella abbassata. Da questo spiraglio lo avevo osservato mentre apriva la finestra di casa sua. Mi è sembrato di ritrovare me stesso, i suoi occhi erano i miei di quando ero piccolo. Da quel giorno ho cominciato a pensare a lui e nei finesettimana tornavo sempre dal mio collega con la speranza di rivederlo. La madre era separata e viveva sola con questo e un altro figlio di 3 anni. Ho conosciuto anche lei e ne è nato un rapporto di fiducia. La prima volta che l’ho toccato stavamo giocando a pallone in cortile, noi due soli. A un certo punto ho tirato il pallone dentro l’androne del palazzo. L’ho fatto apposta, per poter andare a riprenderlo insieme a lui. Una volta dentro ho cominciato a fargli il solletico e, creato il contatto fisico, l’ho poi molestato.
“La seconda volta è stato circa 2 settimane prima che mi arrestassero. Ero andato a cercare il mio amico, che però non c’era. La madre della mia vittima mi ha visto e mi ha invitato a bere qualcosa. Era la prima volta che mettevo piede nel loro appartamento. Sono salito, ci siamo messi a chiacchierare, abbiamo preso un caffè e dopo un po’ lei è andata in bagno a lavarsi i capelli. Io sono rimasto solo con i bambini. Ci siamo messi sul divano a vedere la televisione, il più grandicello mi si è seduto sulle ginocchia e io non ho resistito. Lui non ha pianto, non ha urlato. Rimaneva lì, fermo”.
È il momento della violenza. Distaccato è il tono della voce, come fredda era la sua preoccupazione di quel pomeriggio: “Quando sono andato via, non l’ho minacciato, gli ho chiesto però, come avevo fatto la volta precedente, di non dire niente a nessuno. Nel frattempo era tornata la madre e io, salutando il bambino, gli ho detto: mi prometti di fare il bravo? Lui ha capito.
“Dentro di me era come se volessi farmi scoprire: volevo essere fermato ma la mia volontà non era sufficiente”. In una relazione scritta dagli operatori carcerari che si sono occupati del caso si legge che, in effetti, la sua capacità di intendere è integra, ma c’è “una grande diminuzione della capacità di volere che ne comporta un’incapacità di resistere, quando in lui insorgano, agli impulsi pedofiliaci”. Ecco per esempio perché, prima dell’arresto, si era scelto un lavoro che lo tenesse il più possibile lontano dalla vita di relazione. Mentre della reclusione dice che è stata un’esperienza scioccante, che lo ha spinto a chiedere di essere inserito in un progetto per la cura dei sex offender. “Ora la mia età corrisponde a quella anagrafica, ma prima del carcere era come se avessi 16 anni” dice. La sua tesi è questa: “I pedofili si mettono allo stesso livello delle loro vittime. Giocano, pensano e si comportano come bambini. Trasmettono ai piccoli emozioni che li rassicurano, che non li fanno apparire come nemici. E invece è esattamente e drammaticamente il contrario”.
- Sabato 7 Marzo 2009
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