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Una rimonta bianconera rimasta incompleta contro il Chelsea, due pali dell’Inter all’Old Trafford di Manchester, il rigore decisivo della Roma contro l’Arsenal tirato altissimo da Tonetto. Al netto delle chiacchiere, delle giustificazioni, delle attenuanti, la tripla sfida Italia-Inghilterra finisce 0-3.
Il calcio nostrano saluta mestamente la Champions League, mentre quello britannico fa l’en plein. E con il Liverpool, che ha distrutto il Real Madrid, manda quattro squadre nei quarti di finale, insieme a due spagnole (Barcellona e Villareal), una tedesca (Bayern) ed una portoghese (Porto). In teoria, se l’urna del 20 marzo non metterà di fronte nessuna inglese e se tutte e quattro vinceranno le proprie partite, potremmo assistere a semifinali dove l’unico inno sarà God save the queen. Che, tanto per mettere il dito nella piaga, è stato lo stesso della finale dello scorso anno, a Mosca, quando Manchester United e Chelsea diedero vita ad un grande spettacolo, vinto ai calci di rigori dalla squadra di Sir Alex Ferguson.
Italia (calcistica) fuori dall’Europa che conta, quindi. Italia bocciata.
Senza prove di appello e con tanto di sberleffo della stampa britannica che ci aveva descritto non più come i leoni feroci di un tempo, ma inoffensivi come gattini. “Le vivide immagini di Josè Mourinho e del suo giocatore più potente, Zlatan Ibrahimovic, a fatica possono coprire la moltitudine di crepe del calcio italiano”, scriveva il Times due giorni fa. Il giornale inglese non faceva a meno di rilevare i successi del calcio italiano campione del mondo: “Dategli una maglia azzurra e lotteranno come se l’onore della loro famiglia dipendesse da loro”, notando che “gli inglesi, nella loro disperata ricerca del segreto del successo del calcio italiano, hanno ingaggiato un tecnico italiano per la nazionale”. Ma se prima Juventus e Milan, che tra l’altro sono state guidate proprio da Capello, ispiravano rispetto, adesso, per le inglesi, non ci sarebbe “niente di cui avere paura”. Ieri il Wall Street Journal ha spiegato le ragioni per le quali il calcio italiano perde il confronto con quello britannico.
Citando John Foot, docente di storia italiana moderna all’University College di Londra. ”L’Italia” sostiene “non ha modernizzato né il suo Stato, né l’economia, né la società , né il suo sport nazionale e quindi non c’è da sorprendersi che abbia perso terreno rispetto ad altri paesi”. Negli anni ‘80 e ‘90 il nostro paese attirava i migliori giocatori del mondo come Maradona, Zico, Platini, Zidane oggi la destinazione dei calciatori più forti è la Premier League. Basta fare due conti: quanti calciatori inglesi hanno Chelsea, Manchester United e Arsenal? Pochi, forse una dozzina in tutto.
E questo spiega, almeno in parte, la disfatta italiana. Meno facile da spiegare come mai il calcio inglese, che non si ferma nemmeno a Natale e Capodanno, arrivi sempre fresco e senza infortuni nella fase cruciale della stagione, da marzo in poi; mentre le squadre italiane, Juve e Roma principalmente, (nonosante la lunga pausa invernale dal 21 dicembre all’11 gennaio) sembravano un ospedale da campo. Non solo una migliore preparazione, ma anche maggiore freschezza atletica e, forse, meno stress mentale rispetto al calcio italiano.
Inoltre, scrive il Wall Street Journal, i club italiani hanno un problema infrastrutturale: gli stadi sono vecchi e, a differenza di quelli inglesi, “molti non sono di proprietà dei club stessi, ma delle autorità municipali che hanno pochi incentivi a modernizzarli”. Perfino stadi come San Siro hanno pochi servizi e intere sezioni sono dominate da tifosi che possono diventare violenti. Di conseguenza, fa notare il quotidiano newyorchese, la partecipazione di pubblico alle partite è diminuita in media del 25 per cento negli ultimi dieci anni, mentre è cresciuta del 18 per cento in Inghilterra e del 20 per cento in Germania.
C’è anche il problema dei diritti televisivi. Il calcio italiano ha meno introiti tv perché le squadre di serie A vendono i diritti tv individualmente. Secondo Simon Chadwick, professore di business dello sport alla Coventry University, vendendo i diritti collettivamente, le leghe offrono un prodotto più forte e possono assicurare il benessere finanziario di tutte le squadre.
Usciamo, pertanto, con le ossa rotte e questa mattina i tabloid britannici se la ridono e prendono in giro soprattutto Mourinho, definito tutt’altro che “Special one”. Ci resta, ancora per un anno e pochi mesi, il trionfo di Berlino. E ci aggrappiamo a Fabio Capello: che porti, almeno in nazionale inglese, il famoso italian pride perso per strada. Ma per tornare a essere leoni la strada è ancora lunga: i “gattini”, per ora, restano senza denti.
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