Lo smarcamento di Fini: “Niente di male se mi dicono di sinistra”

Gianfranco Fini

Se da un lato continua ad alimentare dubbi e polemiche l’emendamento della Lega al decreto sicurezza che dà ai medici la possibilità di denunciare gli immigrati clandestini.
Dall’altro continua a smarcarsi dalla maggioranza il presidente della Camera Gianfranco Fini. All’indomani dell’annuncio congiunto di numerose sigle sindacali di medici, pronte a ricorrere alla Corte Ue contro l’emendamento, è in numero uno di Montecitorio a esprimere perplessità a riguardo. “Non mi convince la norma, che forse non ho capito bene, che obbliga il medico a denunciare i clandestini” ha detto il presidente della Camera durante Porta a porta. “Il medico ha il dovere di curare le persone e non di guardare se sono clandestine o meno. Per questo ci sono polizia e carabinieri” ha aggiunto Fini, paventando “il rischio di patologie contagiose che si diffondono” se un clandestino che ne è affetto arriva in Italia e non può presentarsi a un pronto soccorso. “Non si può dar vita a delle norme che ledano il diritto della persona, al di là del colore della pelle e della razza” afferma Fini “perché questo è immorale e ingiusto. Altra cosa è il doveroso impegno delle istituzioni contro l’immigrazione clandestina”.

Un intervento a tutto campo quello di Fini, in abiti istituzionali davani alle telecamere di Vespa. Parla con linguaggio proprio da presidente della Camera ma non per questo rinuncia a mettere in fila tutto ciò che lo “separa” da Silvio Berlusconi, premier e leader del Pdl, per l’oggi. Domani chissà. Tanto per sgombrare subito il campo dagli equivoci, Fini definisce “ridicola” la proposta di eleggere il Cavaliere presidente del Pdl a scrutinio segreto. “Non c’è un altro che si candida contro di lui”, spiega. Escluso, però, il voto per acclamazione: “Berlusconi non ha bisogno di investiture e lui è il primo a saperlo”.
“Stucchevole” è invece per il leader di An il dibattito sul suo ruolo futuro nel Pdl. “Io devo fare il presidente della Camera e questo basta e avanza. Se fossi stato preoccupato del mio ruolo mi sarei tenuta stretta An. Voglio fare ancora, ma non personalmente. Voglio fare il Pdl, perchè è un grande progetto per l’Italia dei prossimi 20, 30 anni”. Questa è la sfida, sprona An Fini, invitando la destra a “lasciare la copertina di Linus di un partito identitario” per costruire una grande forza politica in grado di affrontare le sfide globali.
Quanto alle divisioni con Berlusconi, sulle quali Bruno Vespa, Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli insistono da studio, Fini non nega: “Non è un mistero che con Berlusconi ci siano sensibilità diverse. Così come diversi sono i ruoli. Ciò non autorizza a parlare di scontro. Ma è noto che ogni volta che Berlusconi dice che il Parlamento è lento, la mia risposta arriva in tempo reale. Io faccio il presidente della Camera, lui fa il presidente del Consiglio”. Questo è il punto sul quale Fini batte: reciproco rispetto istituzionale. E da presidenzialista d’antan, il presidente della Camera può permettersi di ricordare in diversi passaggi a Berlusconi che la centralità del Parlamento non si tocca. Il premier “giustamente” vuole che la maggioranza governi in tempi celeri. Benissimo dunque la riforma dei regolamenti parlamentari, ma Fini ha l’ambizione di farla nella cornice di più ampie riforme. “Per mettere il Parlamento in condizione di controllare” sottolinea “ed esercitare una grande funzione di indirizzo”. Perciò, “i regolamenti parlamentari sono solo l’ultimo anello della catena” delle riforme da fare. E meglio sarebbe ripartire dalla bozza Violante, che aveva fatto registrare un accordo largo: rivedere il bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari.
Riforme e non solo, dice Fini parlando da leader. Il presidente della Camera conferma la bontà del voto con le impronte e avverte che chi sgarra sarà sanzionato, invita ad un patto generazionale a fronte di un’età più alta nel pubblico impiego per la pensione delle donne, sprona governo ed opposizione ad ascoltarsi reciprocamente, evitando un dialogo tra sordi vista la gravità della crisi. Qualcuno lo etichetterà ancora per questo leader di sinistra? “Non ci trovo nulla di male. Il presidente della Camera esprime le proprie opinioni, non è un ornamento”, chiosa il leader di An prima di ricordare commosso il grande padre della destra italiana Giorgio Almirante: “Nel mio primo giorno alla Camera, 26 anni fa, mi disse: ‘Qui imparerai cos’è la democrazia parlamentare’”.

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Il 27 Marzo 2009 alle 10:13 Silvio e Gianfranco e quei mal di pancia prima della festa Pdl » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Naturalmente da Silvio Berlusconi è arrivata la rettifica: “I miei concetti sono stati stravolti, cado dalle nuvole”. Alla quale segue, altrettanto naturalmente, un vertice a due, “chiarificatore”. Naturalmente Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di An, era insorto: “Il premier non può irridere il Parlamento, lo dirò chiaramente a Berlusconi”. Naturalmente Silvio Berlusconi, a Napoli per inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, e perciò molto su di morale, con i giornalisti aveva pronunciato le consuete battute di troppo. Fra queste c’è (o secondo la versione berlusconiana, ci sarebbe stata) quel “i parlamentari stanno lì a far numero, ad approvare con due dita emendamenti di cui non conosce nulla”. Con l’aggiunta di un “pazienza se ora Fini si risentirà”. Un breve resoconto al contrario per dire come il congresso fondativo del Popolo della Libertà si apra all’insegna di un nuovo conflitto tra capo del governo e presidente della Camera. Tra i due fondatori, Berlusconi e Fini. Sempre loro: per l’esultanza dell’opposizione, lo sconcerto dei militanti e la sostanziale alzata di spalle dell’opinione pubblica. Non basterà a guastare la festa del Pdl, eppure il problema c’è, ed è destinato a durare. Ben al di là dei summit chiarificatori, e ben oltre l’orizzonte della tre giorni della Fiera di Roma. Alcune cose non possono essere smentite né minimizzate. Quando Fini difende l’onore del Parlamento è chiaro che fa il suo dovere. Quando Berlusconi si lamenta del ritardo delle Camere nell’approvare i provvedimenti governativi dice una cosa, dal suo punto di vista, altrettanto giusta. C’è un dettaglio indicativo del vero umore del premier nei confronti del suo co-fondatore nel Pdl: quel “stanno lì ad approvare con due dita emendamenti di cui non conoscono nulla”. Le due dita sono quelle necessarie a votare con il nuovo sistema di impronte digitali voluto da Fini per debellare i famigerati “pianisti” di Montecitorio, deputati che per oltre cinquant’anni hanno premuti pulsanti ed infilato badge in nome e per conto dei colleghi assenti. Ebbene, quell’innovazione delle impronte a Berlusconi non è mai andata giù. Ed il motivo è semplice: tra ministri, sottosegretari e deputati impegnati in commissione, e mettiamoci un po’ di assenteismo, il centrodestra, nonostante la maggioranza amplissima di cui gode, rischia di non essere mai al completo nell’aula di Montecitorio. L’opposizione, che di impegni ne ha oggettivamente meno, si presenta ogni volta compatta. E così il governo va sotto. Aggiungiamoci che il sistema delle impronte digitali porta via, tecnicamente, circa cinque minuti per ogni singola votazione, ed ecco che palazzo Chigi vive nell’ansia di non vedere approvate leggi e decreti a cui ha affidato la propria azione di governo, ed anche la propria immagine. Berlusconi (e non solo lui) avrebbe preferito che Fini, più che sulle impronte, si impegnasse nella modifica dei regolamenti parlamentari, dove vige tuttora la regola ereditata dalla prima repubblica per la quale il rappresentante di un singolo partito può ritardare o bloccare il calendario dei lavori. L’iniziativa di Fini è andata a piovere sul bagnato. Cioè ad aggiungersi ad un feeling con il Cavaliere che non è mai stato brillantissimo, ma che con la nascita del Pdl è quasi sceso ai minimi storici. La competizione interna c’entra poco: nessuno mette in discussione la leadership berlusconiana né nel nuvo partito né nell’alleanza di governo. Quanto alla successione, il problema è più concreto, ma remoto. No, le incomprensioni sono più attuali e riguardano non solo i due primi attori, ma il rapporto tra Fini e il Pdl. Perché se è vero che Berlusconi va spesso sopra le righe nelle sue esternazioni, costringendo Fini a reagire, è altrettanto certo che il presidente della Camera vede ridursi un consenso, nel Popolo della Libertà, che ai tempi del patto di ferro tra Forza Italia e An era quasi pari, se non superiore, a quello di Berlusconi. Oggi Fini appare distante dai suoi ex colonnelli della fiamma; quanto alla corrente di destra sociale di Gianni Alemanno lo è sempre stato. La sensazione è che sciolta An, la sua classe dirigente stia in qualche modo facendo a meno di Fini, e viceversa. Per questo l’ultimo congresso di Alleanza nazionale dello scorso week end è scivolato via senza incidenti, ma anche senza particolari emozioni. Tutto ciò dall’altra parte, nella ex Forza Italia, non sarebbe neppure immaginabile. E Berlusconi lo sa benissimo. Tuttavia l’immagine di Fini nel Paese è sempre forte, e sempre più apprezzata dall’opposizione; cosa che non piace né a Berlusconi e neppure allo stato maggiore del Pdl, compresi molti ex di An. Se del prececessore di Fini alla presidenza di Montecitorio, Pier Ferdinando Casini, Berlusconi temeva i trabocchetti come leader dell’Udc (ed infatti è finita come è finita), la diffidenza nei confronti di Fini riguarda il personaggio in sé, ed il profilo sempre più bipartisan che si sta ritagliando, in un’Italia politica molto partisan. Perché Fini non è solo quello delle impronte digitali e della difesa del ruolo del Parlamento: è anche quello del no alle norme sugli immigrati e sulla bioetica. È il partner che Berlusconi, nei passaggi più delicati di un governo che pure continua ad avere il vento in poppa nei sondaggi, non ha mai sentito realmente al proprio fianco come alleato strategico. I tre giorni di kermesse del Pdl cercheranno ovviamente di sotterrare, sul breve, queste divergenze e queste diffidenze. E lo faranno, da parte di Berlusconi, su un terreno che da sempre costituisce un cavallo di battaglia di Fini: la riforma dell’impianto istituzionale con l’introduzione del presidenzialismo. Fini ha messo l’argomento al centro del suo discorso di domenica scorsa. Berlusconi farà presumibilmente altrettanto. Anche se quando si parla presidenzialismo bisognerà poi vedere a quale modello tende il centrodestra: se quello americano, con l’elezione diretta del capo dello Stato, oppure francese (elezione diretta ma capo dello Stato diverso dal capo del governo), oppure i cosiddetto modello Westminster, la formula inglese per cui alle elezione politiche si scelgono contemporaneamente la maggioranza parlamentare ed il premier. Berlusconi sembra orientarsi a quest’ultima formula, che garantirebbe meglio la governabilità. E che certamente ridurrebbe gli spazi di manovra del Parlamento nei confronti di palazzo Chigi. Berlusconi e Fini non vogliono far nascere il Pdl in mezzo ad una lite tra loro. Ad uscirne peggio, nonostante tutto, sarebbe oggi il presidente della Camera. E quindi nei prossimi tre giorni assisteremo ad uno scambio di reciproci riconoscimenti, e forse anche a qualche abbraccio. Ma non ci vuole molto a scommettere che sarà solo una tregua. [...]

Il 29 Aprile 2010 alle 8:01 Notizie dai blog su Chi sono i nostri? “Anno Zero questa sera alle ore 21,00″ ha scritto:

[...] a smarcarsi dalla maggioranza il presidente della Camera Gianfranco Fini . blog: canale italia | leggi l’articolo Per help e visualizzare le immagini abilitare javascript. Scrivi un [...]

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