I carabinieri di Monza hanno arrestato 20 persone, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nelle province di Milano, Taranto, Crotone e Catanzaro, indagate a vario titolo per associazione a delinquere di stampo mafioso.
L’indagine, denominata “Isola”, era stata avviata oltre due anni fa dai carabinieri di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, dopo un attentato contro un esponente di una storica famiglia della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
Le indagini hanno permesso di identificare la presenza a Cologno Monzese di clan criminali legati alle famiglie Nicoscia e Arena della ‘ndrangheta calabrese, impegnate in attività di riciclaggio di capitali, favoreggiamento di latitanti e sfruttamento dell’immigrazione clandestina.
“Le indagini hanno offerto la dimostrazione inquietante di come fosse possibile aggirare la normativa antimafia proprio per le Grandi opere e come di fatto i lavori di movimento terra fossero controllati dalla ‘ndrangheta”. Lo scrive il gip milanese Caterina Interlandi nel provvedimento di custodia cautelare in carcere per 20 indagati tra i quali esponenti di “famiglie” calabresi e un appartenente alla guardia di finanza. Il sistema per chiamata diretta per eseguire i lavori nei cantieri dell’alta velocità di Cassano d’Adda, Melzo e di centri dell’hinterland milanese era egemonizzato dai Nicosia, Arena, Perre e Barbaro. Dai due anni e mezzo di intercettazioni secondo l’accusa emerge che dagli appalti si approdava prima ai subappalti e sucessivamente in contrasto con le norme antimafia ad ulteriori subappalti con affidamento dei lavori del tutto in nero.
Il clan della ‘ndrangheta a cui appartenevano alcune delle persone arrestate era riuscito a creare attorno a sé “un alone permanente di intimidazione” e imponeva “agli operatori economici del settore delle opere pubbliche, relative alla realizzazione del raddoppio della linea ferroviaria Milano-Venezia ad alta Velocità e della quarta corsia dell’autostrada A4, nelle tratte dell’hinterland milanese e in Lombardia, l’assegnazione degli appalti per il movimento terra, secondo il sistema e le regole di spartizione della ‘ndrangheta” si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.
Il gruppo era capeggiato da Marcello Paparo, crotonese, 45 anni. A lui facevano capo varie cooperative, la più importante delle quali era la P&P Autotrasporti. Paparo cercava attraverso il consorzio di cooperative Itaca (intestato a Luana, la figlia ventunenne) di prendere il controllo di altre cooperative che avevano già ottenuto l’assegnazione di appalti pubblici. Se i titolari si ribellavano, scattavano le minacce e le violenze. Come quella contro Giovanni Apollonio, che si opponeva al tentativo dei calabresi di prendere il controllo della cooperativa di cui era vice presidente. Contro di lui era stata organizzata una spedizione punitiva, ma per errore era stato ferito con due colpi di pistola il suo vicino di casa.
L’azione dei carabinieri ha portato al sequestro di armi, immobili, conti correnti bancari e postali, polizze assicurative e società riconducibili agli indagati per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro. Tra le armi a disposizione della cosca c’era anche un lanciarazzi in dotazione alle forze armate delle Nato.
Giancarlo Paparo, fratello del presunto capo del clan Marcello, “deteneva” si legge nell’ordinanza “per conto del sodalizio un’arma da guerra del tipo controcarro in dotazione alle forze armate della Nato”. Giancarlo Paparo, infatti, si occupava, secondo l’accusa, dell’approvvigionamento e della custodia delle armi del gruppo.
“Quella condotta dai carabinieri è un’indagine particolarmente significativa che ha permesso di individuare la terza generazione dell”ndrangheta in Lombardia, quella costituita da imprenditori che agiscono con metodologie mafiose, grazie alla forza di intimidazione che nasce anche dal collegamento con le casi madri in Calabria” ha spiegato il procuratore della Repubblica di Milano Manlio Minale, chiarendo che “la prima generazione era dedita alle estorsioni dirette e al traffico di stupefacenti, e la seconda dimostrava la volontà di partecipare agli utili delle aziende imponendo la propria presenza in qualità di soci occulti”.
Secondo il procuratore, la nuova generazione, “presente nel tessuto socioeconomico lombardo e forte dei capitali accomulati dai nonni e dai padri”, va oltre “l’intermediazione parassitaria tipicamente mafiosa” e mostra anche il “tentativo di svincolarsi dalle case madri per poter fare affari e tenersi fuori dai contrasti e dalle faide che caratterizzano i territori di origine in Calabria”. Insomma le ‘ndrine del milanese dimostrano “non piena autonomia ma una certa libertà d’azione”, tanto da trovarsi in alcuni casi al centro “di pretese da parte delle casi madri”.
Minale si riferisce al fatto che gli arrestati nell’operazione Isola sono considerati affiliati alle famiglie degli Arena e dei Nicoscia, ‘ndrine al centro di una sanguinosa faida che ha per teatro Isola Capo Rizzuto (Crotone). Mentre in Calabria parlano le armi, nel milanese le due famiglie sono alleate dal 2006 per spartirsi gli affari, prevalentemente, incentrati sugli appalti nel settore edile.
“L’importanza di questa indagine - conclude il procuratore della Repubblica di Milano - consiste nel fatto di aver analizzato e toccato con mano le nuove metodologie utilizzate dalle ‘ndrine, fatto che apre nuovi orizzonti investigativi e ci permette di formulare nuove strategie di contrasto”.
- Lunedì 16 Marzo 2009
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Il 23 Aprile 2009 alle 16:29 Estorsioni, smantellata organizzazione della ‘ndrangheta in Lombardia » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “L’associazione a delinquere di stampo mafioso smantellata questa mattina dai carabinieri nel varesotto ripropone in Lombardia le stesse modalità e finalità dei clan calabresi” ha detto il procuratore capo della Repubblica, Minale, che ha sottolineato come si tratti di una “diretta affiliazione della ‘ndrina calabrese con una struttura che consegna intatto il Dna della mafia calabrese nelle sue forme più arcaiche, con le stimmate di una struttura che fa perno su estorsioni condotte nel modo più violento e comprende le bacinelle (la raccolta fondi ndr) per il sostegno dei detenuti e delle loro famiglie. A 15 anni dall’operazione Notte dei fiori di San Vito contro il clan Mazzaferro” ha proseguito Minale “ritroviamo la stessa struttura verticistica il medesimo Dna ‘ndranghetista che non riesce a modificarsi e permane in tutta la sua violenza”. Minale ha evidenziato inoltre come i fenomeni di estorsione, usura, rapina, omicidi tentati ed eseguiti, siano “diffusissimi nella zona di Lonate Pozzolo e più in generale nella zona di Legnano, Busto Arsizio e Varese nei confronti di piccoli imprenditori e esercenti di locali pubblici”. LEGGI ANCHE: Ndrangheta, 20 arresti a Milano, infiltrazioni in appalti e alta velocità [...]
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