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di Karen Rubin
Guai a chiamarli vigili urbani: sono “agenti di polizia locale”. Devono contrastare i fenomeni di degrado urbano e garantire la sicurezza sociale sul territorio. Ma non è così in tutta Italia. La polizia municipale è costituita in corpi dipendenti direttamente dai comuni. “Il sindaco ha il potere di utilizzarli come vuole. Capita che nei piccoli comuni siano autisti di autobus o guardiani nei cimiteri e che in altri svolgano attività di prevenzione e repressione in campo amministrativo e penale” spiega il senatore Maurizio Saia, relatore di una proposta di riforma che sarà presto un disegno di legge per il coordinamento della polizia municipale italiana. “Vogliamo che tutti i comuni e le regioni si adeguino a linee guida che stabiliscano, a livello nazionale, armamenti, divise, gradi e utilizzi di un corpo che conta oltre 60 mila uomini” dice Saia.
Il problema è più sentito nelle grandi città. Secondo la vecchia legge quadro del 1986, l’agente di polizia municipale è normativamente un ibrido che sta a metà tra un vero poliziotto e un ausiliario del traffico, mentre sindaci e cittadini chiedono sempre più spesso la disponibilità a interventi nell’ambito della sicurezza. “In questi anni alcuni agenti sono stati denunciati da prefetti o magistrati perché in possesso di uno sfollagente o di una pistola. Ma come potrebbero difendere se stessi e la popolazione durante attività rischiose se non legittimamente armati?” si interroga Saia.
E così capita che se a Modena gli agenti sono provvisti di strumenti di autotutela, a Bologna non sia così. “La giunta Cofferati ha proibito l’uso del bastone estensibile e dello spray al peperoncino. In piazza Verdi gli episodi di aggressione contro gli agenti causano un grosso numero di infortuni nella polizia locale. In città c’è una folta comunità di punkabbestia che si divertono ad aizzare i loro cani contro la polizia. Intervenire senza difese adeguate è impossibile”.
Ma la riforma non riguarda solo gli equipaggiamenti. Con questo disegno di legge la polizia locale acquisirà una extraterritorialità che con l’attuale normativa è negata, “ma soltanto in teoria perché molto spesso siamo obbligati a lasciare il nostro territorio per scortare vittime del racket della droga o della prostituzione minorile verso centri di accoglienza che sono anche in altre regioni. Lo facciamo perché ci viene richiesto direttamente dal magistrato, ma, se dovesse accaderci qualcosa durante il viaggio, saremmo contrattualmente fuori dalle regole” precisa l’agente Marco Milani, del 17° gruppo di Roma.
Se, come previsto, il Senato approverà la legge in maggio, agli agenti sarà consentito, durante il servizio, di superare i limiti territoriali nel rispetto del contratto di assunzione. Attualmente gli operatori non sono considerati poliziotti locali ma classificati alla stregua degli altri impiegati comunali. “Il rischio di prendere un pugno non viene neanche contemplato. Se rimaniamo feriti durante una colluttazione e nei giorni seguenti manchiamo dal lavoro, non ci viene riconosciuta neanche l’indennità di servizio e il nostro stipendio, che è legato alla presenza effettiva, a fine mese è notevolmente ridotto” lamenta il tenente Alessandro Marchetti, segretario generale aggiunto del Sulpm.
Per quale motivo il poliziotto locale dovrebbe difendere un cittadino se poi si fa male e perde anche dei soldi? “Oltre al danno anche la beffa” dice Milani. Il quale è noto alle cronache per brillanti operazioni di polizia giudiziaria svolte nella capitale. Centinaia di interventi con le sole tecniche di difesa imparate in una palestra di pugilato, che ha frequentato di sua iniziativa. La normativa attuale infatti non prevede alcun addestramento particolare. Stefania Rodà è un funzionario in servizio dal 1990 presso il gruppo di Sicurezza sociale urbana di Roma: “Due anni fa ho speso 120 euro per partecipare a un corso di difesa personale. Considerato che il nostro stipendio medio è di 1.200 euro, non sono pochi. Se fossi stata assunta da poco, me lo avrebbe pagato il Comune di Roma”.
- Mercoledì 18 Marzo 2009
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