Il Pd e i versamenti degli eletti. E la sinistra va in crisi (economica)

Franceschini e Fassino

di Paola Sacchi

Gli ex margheritini Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, deputati del Pd, di fronte a un’indiscrezione in Transatlantico raccolta, che li mette in una lista di 12 parlamentari sospetti “evasori” del contributo volontario al partito, non si scompongono. Con il sorriso sulla bocca, seccamente smentiscono: “Versiamo il contributo sia al partito nazionale sia a quello territoriale”. Anzi, Mantini, protagonista di una lite su una storia di quattrini tra Ds e Margherita con Piero Fassino, che lo apostrofò con un “Cretino, mi hai rotto i c…” ricorda a Panorama che lui finanzia “una sede del Pd a Cinisello Balsamo e una dell’ex Ulivo a Milano”.
Ma c’è pure chi ammette di non dare parte del proprio stipendio al partito locale. Quasi si inalbera l’ex margheritino Roberto Zaccaria, ex presidente Rai e deputato Pd, a un lapsus del cronista e scandisce: “V-o-l-o-n-t-a-rio! Il nostro contributo non è dovuto. Io certamente lo verso a Roma, non l’ho ancora potuto fare a Milano, dove ho sostenuto una campagna elettorale il cui costo è dell’ordine di 60-65 mila euro, cifra che è nella norma per una città come quella”. Poi precisa: “Tenendo anche conto che, pur essendo alla terza legislatura, sono poco più di tre anni che sto in Parlamento, ho detto al Pd che devo prima rientrare delle spese sostenute per la campagna elettorale”.

Altra motivazione viene data da Furio Colombo, ex direttore dell’Unità. Anche lui dice di versare soldi a Roma, ma non a Milano, il collegio dove è stato eletto. Spiega Colombo: “Li ho subito avvisati che non posso ancora farlo, devo accantonare una certa cifra perché ho cause civili alle quali devo far fronte. Sa, come ex direttore dell’Unità si resta ansiosi, basta solo che ne perda una…”. Colombo dice di averne collezionate abbastanza, tutte intentate “da esponenti della destra”. E c’è da credergli, dal momento che la sua era un’Unità più barricadera di quella oggi guidata da Concita De Gregorio.
“Ah, poveri soldi miei. Ma che siete diventati nostalgici del Msi?” ha scherzato, ma non troppo, l’ex tesoriere dei ds Ugo Sposetti in Transatlantico con i cronisti dell’Unità, sulla cui prima pagina il 17 marzo campeggiavano i saluti romani della destra che si scioglie. Anche questo è un segno dei tempi. Sarebbe stato inimmaginabile nel vecchio Pci che un solo parlamentare non versasse la sua quota.
Tra gli ex ds non mancano sospetti sul fatto che a non pagare siano soprattutto gli ex margheritini. Accusa che nell’ex partito di Francesco Rutelli commentano così: “Noi siamo gente libera, abituata a discutere e a lasciare libertà d’azione. Senza residui di stalinismo”.
Renzo Lusetti ammette: “Io pago la mia quota a Roma, non a Varese, dove sono stato eletto, anche perché da lì nessuno me la chiede. Ma ho già versato 50 mila euro per la campagna elettorale”.

Da una ricostruzione di Panorama emerge che il grosso dei contributi territoriali (1.500 euro al mese che vanno sommati ad altrettanti richiesti a Roma) viene da deputati e senatori delle regioni rosse: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Altra musica al Sud. A Roma è stata sfrattata per morosità la sezione dell’ex Pci di viale Mazzini, quella di Massimo D’Alema. La sede pd che era subentrata ha mantenuto il nome, “Circolo Mazzini”, ma è ospitata nei locali del Pd di via Trionfale. A Milano il Pd ha sollecitato maggiori contributi per la campagna elettorale delle europee e amministrative. Se si dovessero confermare gli ultimi sondaggi che vedono il partito di Dario Franceschini sotto il 25 per cento, gli esiti sarebbero negativi anche sul piano finanziario: meno eletti, meno rimborsi elettorali.
L’ex segretario Walter Veltroni sudò sette camicie per raddrizzare i conti. Impose che i candidati si pagassero la campagna elettorale. E a Montecitorio mise alle calcagna dei deputati, perché pagassero tutti la quota, un cerbero dal pugno di velluto come l’ex parlamentare di Padova Piero Ruzzante, che era sul palco accanto a Enrico Berlinguer. Dice l’ex braccio destro di Veltroni, il senatore Giorgio Tonini: “Non mi risulta che ci siano evasori per le quote al partito nazionale. Per quanto riguarda invece quelle territoriali è un po’ una giungla sulle cui regole stiamo discutendo”. Aggiunge Tonini: “Non credo ci sia gente che i soldi li tiene in tasca per sé. Ci sono due concezioni diverse che non vanno demonizzate. Nella componente ex Ds vige la disciplina di partito, nell’ex Margherita c’è una dimensione più individuale. Magari i parlamentari provenienti da quel partito preferiscono spendere i soldi allestendo un proprio ufficio”.
Una soluzione l’ex presidente della vigilanza Rai Riccardo Villari, margheritino espulso dal Pd, l’avrebbe: il federalismo delle quote: “Si paga sulla base dei rimborsi elettorali che il Pd locale riceve”. Lei la quota la pagava? “Non in modo costante e continuativo a Roma. E mai quella locale”.
Altra musica nella Lega nord: 3 mila euro a testa e non si discute. È l’ultimo “partito comunista” d’Italia.

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