Fini: “Su Mussolini grande statista ho cambiato idea”

Gianfranco Fini

Ospite dell’Associazione Stampa Estera a Roma, Gianfranco Fini ha fatto marcia indietro su una sua frase dei primi anni ‘90 quando disse che “Mussolini era stato il più grande statista del Novecento”.
“È evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni. Altrimenti sarei schizofrenico”. Insomma, per il presidente della Camera, questo suo cambio di idea non può che andare di pari passo con il suo percorso storico “di cui voi stessi” ha detto rivolgendosi ai cronisti esteri “avete parlato. Quindi è ovvio che oggi non la penso più così”.
Ma Fini ha anche parlato di Berlusconi e dell’annosa domanda che gli viene posta spesso sulla leadership: “Siamo in una Repubblica, non in una monarchia. In una monarchia il re sceglie l’erede, mentre in una democrazia c’è dibattito. E quindi quando sarà il momento si dibatterà e il partito sceglierà. Oggi il leader è Berlusconi”. Discorso chiuso? No.

Anzi, per la terza carica dello Stato “gli esami, come diceva Eduardo De Filippo, non finiscono mai”. E ancora su Berlusconi. Fini ha sostenuto che se il Pdl oggi è più forte del Pd è proprio grazie ad una leaderhisp “forte come quella del Cavaliere”. E di fronte alle domande sbigottite della stampa estera che gli chiedeva ragione del successo “e dell’eterna durata di Berlusconi”, l’inquilino di Montecitorio non ha fatto una piega: “E’ la democrazia”, ci mancava aggiungesse ‘bellezza…’.
Nell’incontro con la Stampa Estera la terza carica dello Stato ha anche parlato del nascituro Pdl spiegando che “Dovrà saper costruire l’Italia del futuro, guardando non alle logiche del secolo scorso”. E sull’immigrazione ha ribadito le sue tesi: “Bisogna rispettare i diritti umani delle persone, clandestini o regolari che siano”. Quindi parlando della crisi e del rischio che gli immigrati possano perdere i lavoro è stato problematico: “La crisi pone rischi molto seri anche ai cittadini che si sono integrati qui nel nostro Paese. E credo che se qualcuno perdesse il lavoro non si potra’ rispondere solo con ‘hai perso lavoro e ora vai via’”.
Sulla bioetica Fini ha invitato i partiti, e quindi anche il Pdl, a non essere “una chiesa laica: un partito plurale deve avere ben chiari gli ambiti della politica e sulle questioni eticamente sensibili un partito non può dire ‘si fa cosi’ o sei fuori’”.
Fini ha poi chiesto al Brasile di estradare Cesare Battisti “perché non è un perseguitato politico”. E ritenuto importanti due fatti accaduti proprio a Montecitorio ieri: “l’approvazione del federalismo fiscale è stato un avvenimento, un atto importante anche per il modo, visto che non c’è stato uno scontro frontale tra le parti politiche” e a proposito di riforme (condivise): l’atto con cui ieri il governo ha dato parere favorevole all’ordine del giorno Franceschini, che chiedeva di rimettere in agenda quelle riforme che erano state approvate a larga maggioranza nella bozza Violante, è stato stato un atto di enorme rilievo. Ed è questo” ha concluso Fini “il modo di cominciare a costruire l’Italia di domani”.

LEGGI ANCHE: Fini dopo 60 anni spegne la Fiamma - Avanti verso il Pdl ma no sarà pensiero unico

Commenti

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Il 25 Marzo 2009 alle 23:22 liongi ha scritto:

Di Fini ha parlato bene Formigoni sul Giornale qualche giorno fa. Mi pare sia stato lui a dire che se una persona di una coalizione ha da dire OGNI TANTO, pubblicamente, qualcosa sulla formazione, può essere tollerabile, se lo fa spesso è bene che si chieda se è dalla parte giusta !!! Sette punti esclamativi.
Dunque se Fini ha tutti questi ripensamenti, non è bene che ripensi anche al suo esistere come componente di un partito di destra e come rappresentante di destra? Non che per essere di destra si debba per forza abbracciare l’ideologia fascista ma dopo tanti anni di “militanza” è bene che uno si chieda davvero se è dalla parte giusta. Non vi pare? Scusate ma mi vien da ridere!

Il 26 Marzo 2009 alle 11:01 melloni ha scritto:

Dal “fardello dell’uomo bianco” ( Kipling ) al “fardello dell’uomo nero” ( Fini giovane ) a “no fardello, no party” ( An fiuggina ) a ” no Martini, no party ” ! Grande !

Il 26 Marzo 2009 alle 20:40 Silvio e Gianfranco e quei mal di pancia prima della festa Pdl » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Naturalmente da Silvio Berlusconi è arrivata la rettifica: “I miei concetti sono stati stravolti, cado dalle nuvole”. Alla quale segue, altrettanto naturalmente, un vertice a due, “chiarificatore”. Naturalmente Gianfranco Fini, presidente della Camera ed ex leader di An, era insorto: “Il premier non può irridere il Parlamento, lo dirò chiaramente a Berlusconi”. Naturalmente Silvio Berlusconi, a Napoli per inaugurare il termovalorizzatore di Acerra, e perciò molto su di morale, con i giornalisti aveva pronunciato le consuete battute di troppo. Fra queste c’è (o secondo la versione berlusconiana, ci sarebbe stata) quel “i parlamentari stanno lì a far numero, ad approvare con due dita emendamenti di cui non conosce nulla”. Con l’aggiunta di un “pazienza se ora Fini si risentirà”. Un breve resoconto al contrario per dire come il congresso fondativo del Popolo della Libertà si apra all’insegna di un nuovo conflitto tra capo del governo e presidente della Camera. Tra i due fondatori, Berlusconi e Fini. Sempre loro: per l’esultanza dell’opposizione, lo sconcerto dei militanti e la sostanziale alzata di spalle dell’opinione pubblica. Non basterà a guastare la festa del Pdl, eppure il problema c’è, ed è destinato a durare. Ben al di là dei summit chiarificatori, e ben oltre l’orizzonte della tre giorni della Fiera di Roma. Alcune cose non possono essere smentite né minimizzate. Quando Fini difende l’onore del Parlamento è chiaro che fa il suo dovere. Quando Berlusconi si lamenta del ritardo delle Camere nell’approvare i provvedimenti governativi dice una cosa, dal suo punto di vista, altrettanto giusta. C’è un dettaglio indicativo del vero umore del premier nei confronti del suo co-fondatore nel Pdl: quel “stanno lì ad approvare con due dita emendamenti di cui non conoscono nulla”. Le due dita sono quelle necessarie a votare con il nuovo sistema di impronte digitali voluto da Fini per debellare i famigerati “pianisti” di Montecitorio, deputati che per oltre cinquant’anni hanno premuti pulsanti ed infilato badge in nome e per conto dei colleghi assenti. Ebbene, quell’innovazione delle impronte a Berlusconi non è mai andata giù. Ed il motivo è semplice: tra ministri, sottosegretari e deputati impegnati in commissione, e mettiamoci un po’ di assenteismo, il centrodestra, nonostante la maggioranza amplissima di cui gode, rischia di non essere mai al completo nell’aula di Montecitorio. L’opposizione, che di impegni ne ha oggettivamente meno, si presenta ogni volta compatta. E così il governo va sotto. Aggiungiamoci che il sistema delle impronte digitali porta via, tecnicamente, circa cinque minuti per ogni singola votazione, ed ecco che palazzo Chigi vive nell’ansia di non vedere approvate leggi e decreti a cui ha affidato la propria azione di governo, ed anche la propria immagine. Berlusconi (e non solo lui) avrebbe preferito che Fini, più che sulle impronte, si impegnasse nella modifica dei regolamenti parlamentari, dove vige tuttora la regola ereditata dalla prima repubblica per la quale il rappresentante di un singolo partito può ritardare o bloccare il calendario dei lavori. L’iniziativa di Fini è andata a piovere sul bagnato. Cioè ad aggiungersi ad un feeling con il Cavaliere che non è mai stato brillantissimo, ma che con la nascita del Pdl è quasi sceso ai minimi storici. La competizione interna c’entra poco: nessuno mette in discussione la leadership berlusconiana né nel nuvo partito né nell’alleanza di governo. Quanto alla successione, il problema è più concreto, ma remoto. No, le incomprensioni sono più attuali e riguardano non solo i due primi attori, ma il rapporto tra Fini e il Pdl. Perché se è vero che Berlusconi va spesso sopra le righe nelle sue esternazioni, costringendo Fini a reagire, è altrettanto certo che il presidente della Camera vede ridursi un consenso, nel Popolo della Libertà, che ai tempi del patto di ferro tra Forza Italia e An era quasi pari, se non superiore, a quello di Berlusconi. Oggi Fini appare distante dai suoi ex colonnelli della fiamma; quanto alla corrente di destra sociale di Gianni Alemanno lo è sempre stato. La sensazione è che sciolta An, la sua classe dirigente stia in qualche modo facendo a meno di Fini, e viceversa. Per questo l’ultimo congresso di Alleanza nazionale dello scorso week end è scivolato via senza incidenti, ma anche senza particolari emozioni. Tutto ciò dall’altra parte, nella ex Forza Italia, non sarebbe neppure immaginabile. E Berlusconi lo sa benissimo. Tuttavia l’immagine di Fini nel Paese è sempre forte, e sempre più apprezzata dall’opposizione; cosa che non piace né a Berlusconi e neppure allo stato maggiore del Pdl, compresi molti ex di An. Se del prececessore di Fini alla presidenza di Montecitorio, Pier Ferdinando Casini, Berlusconi temeva i trabocchetti come leader dell’Udc (ed infatti è finita come è finita), la diffidenza nei confronti di Fini riguarda il personaggio in sé, ed il profilo sempre più bipartisan che si sta ritagliando, in un’Italia politica molto partisan. Perché Fini non è solo quello delle impronte digitali e della difesa del ruolo del Parlamento: è anche quello del no alle norme sugli immigrati e sulla bioetica. È il partner che Berlusconi, nei passaggi più delicati di un governo che pure continua ad avere il vento in poppa nei sondaggi, non ha mai sentito realmente al proprio fianco come alleato strategico. I tre giorni di kermesse del Pdl cercheranno ovviamente di sotterrare, sul breve, queste divergenze e queste diffidenze. E lo faranno, da parte di Berlusconi, su un terreno che da sempre costituisce un cavallo di battaglia di Fini: la riforma dell’impianto istituzionale con l’introduzione del presidenzialismo. Fini ha messo l’argomento al centro del suo discorso di domenica scorsa. Berlusconi farà presumibilmente altrettanto. Anche se quando si parla presidenzialismo bisognerà poi vedere a quale modello tende il centrodestra: se quello americano, con l’elezione diretta del capo dello Stato, oppure francese (elezione diretta ma capo dello Stato diverso dal capo del governo), oppure i cosiddetto modello Westminster, la formula inglese per cui alle elezione politiche si scelgono contemporaneamente la maggioranza parlamentare ed il premier. Berlusconi sembra orientarsi a quest’ultima formula, che garantirebbe meglio la governabilità. E che certamente ridurrebbe gli spazi di manovra del Parlamento nei confronti di palazzo Chigi. Berlusconi e Fini non vogliono far nascere il Pdl in mezzo ad una lite tra loro. Ad uscirne peggio, nonostante tutto, sarebbe oggi il presidente della Camera. E quindi nei prossimi tre giorni assisteremo ad uno scambio di reciproci riconoscimenti, e forse anche a qualche abbraccio. Ma non ci vuole molto a scommettere che sarà solo una tregua. [...]

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