
“Sento delle voci. La ’ndrangheta mi perseguita, gli extracomunitari mi odiano… Dovete aiutarmi”. Il 9 marzo Antonio Olivieri, 43 anni, capelli radi e barba incolta, si presenta in una caserma dei carabinieri alla periferia di Torino. Mostra i polsi al maresciallo: ci sono segni di tagli superficiali, che si è procurato da solo. Da una tasca dei jeans sbuca un coltello con una lama di 10 centimetri. Il maresciallo allora chiama il 118. L’ambulanza porta Olivieri al pronto soccorso, ma per il medico di turno è un “codice verde”. Passano tre quarti d’ora, l’uomo, riarmato di un coltellaccio da cucina, aggredisce Lorenzo Bollati, 47 anni, e la figlia Giorgia, 16: lui muore riverso sul cofano della sua auto; la figlia è ferita all’addome. Intanto, nella sala d’attesa, un’infermiera al microfono continua a scandire: “Olivieri!”. È il suo turno, finalmente. Ma lui è già in manette, con i vestiti e le mani insanguinati.
Storie di matti, che stanno diventando sempre più di ordinaria follia. Solo dall’inizio del 2009 sei malati di mente hanno aggredito o ucciso altre persone. Come a Torino spesso sono casi pieni di dubbi e noncuranza: assurdi ed evitabili. Qualche giorno dopo il suo arresto Olivieri, mai curato dai servizi psichiatrici, ha tentato di impiccarsi. Ha riportato “danni neurologici irreversibili”: rischia di morire. La procura ora non esclude di accertare le responsabilità di chi avrebbe dovuto occuparsi dell’uomo. Altrove invece i magistrati hanno già condannato medici che sbagliano diagnosi, non impongono ricoveri, assistono poco e male.
Trent’anni dopo la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi cresce la consapevolezza che in Italia i pazienti pericolosi non vengono sempre seguiti e curati adeguatamente. Cresce anche l’allarme sociale e la politica si adegua. Il Parlamento si prepara a discutere una proposta di legge sulla riforma dell’assistenza psichiatrica. A Milano l’assessorato alla Sanità vorrebbe stendere una lista dei casi più problematici. E in Liguria verrà assegnato a ogni malato un codice di rischio: servirà alle forze dell’ordine, che saranno pure equipaggiate con cuscini, guanti antitaglio e giubbotti protettivi.
La regione si è mossa dopo l’uccisione del poliziotto Daniele Macciantelli, 36 anni. Il 15 settembre scorso viene chiamato, assieme con altri tre colleghi, per un intervento. Un giovane sta devastando la casa, minaccia i genitori. Quando arrivano, gli agenti si trovano davanti Danilo Pace, 27 anni, in cura per “mania con sintomi psicotici”. Prima si rifiuta di farli entrare, poi desiste. Dietro le spalle nasconde però un coltellaccio da cucina. Macciantelli si avvicina per calmarlo, ma lui lo uccide.
L’11 marzo Pace viene assolto: incapace di intendere e di volere al momento del fatto. Dovrà stare per dieci anni in un ospedale psichiatrico. Però l’avvocato del poliziotto, Alessandro Sola, annuncia un esposto alla Procura di Genova: “Contro chi si doveva occupare della salute del giovane e invece non l’ha fatto. Per accertare se c’è stata omissione di atti d’ufficio”. Qualche giorno dopo il delitto, infatti, Vito Pace, il padre dell’omicida, denuncia che, in quattro anni, nessun medico ha visitato il figlio a domicilio. Misura necessaria, quando il paziente rifiuta le cure. “Sono stato io a cercare i dottori, ma non mi hanno quasi mai parlato” ha aggiunto.
Danilo Pace era già stato ricoverato cinque volte, tra l’autunno 2004 e l’inverno 2008, nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Sampierdarena. Il 18 febbraio dell’anno scorso entra per l’ultima volta in ospedale. La mattina di quel giorno sragiona ed è aggressivo. La famiglia chiama il 118, che avverte la polizia. Pace non gradisce la visita: si scaglia su un agente, che reagisce e gli rompe un polso. In pratica un’anteprima dello stesso copione che qualche mese dopo porterà alla morte dell’agente Macciantelli. Eppure, quel febbraio il giovane rimane in ospedale appena dieci giorni, benché i medici rilevino una condizione mentale sempre più grave: Pace è convinto che ci sia un complotto tra dottori e forze dell’ordine. Si sente spiato da loro.
Quando esce dal centro, smette di prendere i farmaci e interrompe ogni rapporto. Nessuno però lo cerca. Anzi, il 24 settembre un avvocato contatta lo specialista: la famiglia, estenuata, chiede come poter ottenere la tutela giudiziaria del figlio, per farlo entrare in comunità. Gli viene dato appuntamento il 30 settembre: l’ennesimo ritardo. Pochi giorni prima l’agente Macciantelli viene ucciso.
Una storia paradigmatica. “In Italia si curano solo i volontari” avverte Maria Luisa Zardini, presidente dell’Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica (Arap). “Per chi invece deve combattere quotidianamente con persone che non accettano la loro situazione è un dramma. Chiami il 118 e arriva dopo ore, magari quando la crisi è finita. Molti medici rifiutano di avere rapporti con i parenti del malato, che spesso non possono leggere nemmeno la sua cartella clinica. E chi non va alle visite viene abbandonato”.
Sembra la storia del “martellatore folle” di Gerenzano. Ernesto Zaffaroni, 58 anni, schizofrenico paranoide, si alza la mattina del 25 settembre 2005 con un piano delirante: uccidere la prima donna che si trovi davanti. Esce di casa, vede Marta Angaroni, 12 anni, che mangia un gelato. Va verso la ragazzina e la colpisce alla testa con 14 martellate. Lei è oggi in stato vegetativo; l’uomo a marzo 2007 viene assolto per incapacità di intendere e di volere. Lo scorso dicembre però il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato a due mesi e 200 mila euro di risarcimento Elisabetta Capra, la psichiatra del centro psicosociale (Cps) di Saronno che seguiva Zaffaroni: “Concorso in lesioni colpose gravissime”.
Il paziente, prima del delitto, viene ricoverato cinque volte, l’ultima a giugno 1999: la diagnosi è “schizofrenia paranoide”. Seguono alterni contatti con il centro. Fino all’interruzione definitiva dei rapporti, a giugno 2004. Un giorno di quell’estate l’uomo schiaffeggia la madre, che finisce al pronto soccorso.
A settembre 2004 i medici scrivono una lettera a Zaffaroni, invitandolo a una visita: “Nel caso in cui non si presentasse, saremo costretti a chiedere un trattamento sanitario obbligatorio (Tso)”. Minaccia inutile: Zaffaroni non risponde, ma non gli viene prescritto il ricovero forzoso. Anzi, nel febbraio 2005, nel diario clinico del Cps viene annotato, incredibilmente, “che un intervento coatto alimenterebbe i vissuti persecutori del paziente”.
Per due mesi si dimenticano di lui, nonostante la morte della madre, l’unica persona con cui aveva rapporti. I medici hanno solo qualche timido contatto con gli zii prima dell’estate. Ma nessuno va a trovarlo a casa. I vicini si lamentano invano delle sue stranezze. Poi il delitto, l’assoluzione dell’omicida e la condanna del suo psichiatra: “L’addebito principale mosso alla dottoressa Capra è quello di natura omissiva” scrive il giudice Donatella Banci Buonamici nella sentenza, depositata due mesi fa, “la mancata richiesta per Zaffaroni del trattamento sanitario obbligatorio”.
Anche il caso del “martellatore folle” è sintomatico. In Italia si fanno pochi ricoveri coatti? Gli ultimi dati sono stati appena pubblicati, anche se risalgono al 2001: scarto temporale di per sé eloquente. I Tso, in un anno, sono stati 12.799: il 9 per cento delle degenze di malati acuti. Una percentuale scesa drasticamente negli ultimi 30 anni. Prima dell’abolizione dei manicomi, nel 1978, la cifra era superiore al 50 per cento. “Le malattie mentali non sono però in regresso” puntualizza Angelo Picardi, psichiatra del centro di epidemiologia, sorveglianza e promozione dell’Istituto superiore di sanità. “Questa riduzione drastica è frutto soprattutto di un cambio culturale dei nostri medici, che cercano di ridurre i Tso. Si è passati da un estremo all’altro”.
Nei paesi europei, in media, i Tso sono il triplo. In Italia, per di più, hanno una durata ridotta: 9 giorni. “Un periodo troppo breve” commenta Picardi. “Anche perché la maggior parte dei farmaci comincia a fare effetto dopo due settimane, quando i pazienti sono già a casa”.
L’allungamento del trattamento sanitario obbligatorio è al centro della proposta di legge sulla riforma dell’assistenza psichiatrica presentata a febbraio in Parlamento. Il progetto, di cui è primo firmatario il vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera, Carlo Ciccioli, prevede il Tso anche in strutture private: dura 30 giorni, può essere interrotto prima o allungato. La proposta introduce pure il dovere delle visite a domicilio, anche quando non c’è collaborazione.
“La cura di quanti rifiutano assistenza è in effetti il punto debole di un sistema che nel complesso funziona bene” sostiene Claudio Mencacci, vicepresidente della Società italiana di psichiatria e direttore del dipartimento di salute mentale del Fatebenefratelli di Milano. “Dopo le fasi acute servono strutture che seguano i pazienti. Invece normalmente ritornano in famiglia: un passaggio troppo brusco che, a volte, può diventare drammatico”.
Le strutture pubbliche sono poche: 4.108 posti letto per i casi più gravi. La Gran Bretagna ne ha 12.277. In Italia i ricoveri, secondo gli ultimi dati, sono stati 103.260. Un ricambio di degenti elevatissimo. “Oltre a essere luoghi angusti e senza svaghi, sono come porte girevoli: il malato resta un paio di settimane e poi viene riaffidato ai centri di salute mentale, dove spesso basta saltare un paio di visite per essere depennati” dice Lucio Dal Buono, presidente dell’associazione Vittime della 180. “Lo schizofrenico uccide perché non è curato bene. Questi delitti di cui leggiamo periodicamente sono tutti episodi di malasanità”.
A novembre 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi per omicidio colposo a un noto psichiatra bolognese: Euro Pozzi. Un suo paziente schizofrenico, Giovanni Musiani, il 24 maggio 2000 uccise Ateo Cardelli, assistente di una comunità di Imola. Un assassinio di cui, secondo i giudici, Pozzi è indirettamente responsabile per avere sbagliato le cure. I magistrati rilevano una serie di “palesi negligenze”.
Musiani entra in comunità nel dicembre 1995. Nel 1999 Pozzi comincia a seguirlo ma, scrivono i giudici, “non si preoccupa minimamente di acquisire la documentazione” medica. Gli incontri durano “pochi minuti” e avvengono “senza lo scambio di informazioni e notizie necessarie per la valutazione clinica del paziente”.
Il 16 marzo 2000 lo psichiatra riduce i farmaci a Musiani. L’uomo comincia rapidamente a peggiorare: diventa aggressivo, rifiuta il cibo e ogni terapia. Annuncia perfino i suoi propositi omicidi. Per tutti doveva essere sottoposto a un Tso. Ma non per chi l’aveva in cura. “Avevo la strana sensazione che qualcosa dovesse accadere” racconterà un assistente della comunità al processo. E qualcosa di tragico accade, in una mattinata di fine maggio 2000.
Sette anni dopo i giudici lo hanno confermato definitivamente: ad armare lo schizofrenico fu l’incuria. “Signori della corte, voi non condannate me, ma la riforma Basaglia” ha detto Pozzi ai giudici. Invece a essere condannata era solo una malintesa visione della psichiatria.
(ha collaborato Francesca Bacinotti)
- Sabato 28 Marzo 2009
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