Omelie noiose e fedeli in fuga? Pronto il bigino del predicatore

Un momento della messa secondo l'antico rito

Accade ogni domenica, “in ogni chiesa, grande o piccola, bella o brutta, di città o di campagna”. Adirittura: “È scontato che c’è. Dopotutto, è duemila anni che funziona così.” Eppure, il rischio di una disaffezione - complici media, talk-show e ritmi frenetici - è sempre più alto. Visto che la modernità incalza, è dunque il caso che il prete si adegui, a cominciare dalla predica domenicale.

L’invito arriva dalla diocesi di Verona: don Mario Masina ha così pensato di scrivere un vero e proprio “manuale del predicatore” pubblicato sul sito della sua circoscrizione vescovile ad uso e consumo dei colleghi in abito talare. Punto cruciale, le letture.

Qui il nostro alterna consigli ad ironia e spiega serafico: “Qualcuno rimane convinto che basti aver frequentato i corsi di esegesi dell’antico e del nuovo testamento, con votazione di esame almeno superiore al venti, per commentare bene le letture domenicali. Qualche altro con meno dimestichezza di ermeneutica e dogmatica, fa affidamento all’imposizione delle mani del giorno della propria ordinazione che, ex opere operato, ha fatto di lui un buon predicatore. Altri, arrivati di corsa all’ultimo momento, si affidano allo Spirito, non avendo avuto il tempo di leggersi in anticipo nemmeno il vangelo. Altri vengono presi dal panico, perché parlare davanti all’assemblea non è mai facile.”

Certo, ci sono, come è ovvio, anche i sacerdoti che “affrontano serenamente il compito perché preparato con cura da tempo”, ma il rischio di prendere la missione alla leggera è sempre dietro l’angolo, anche perchè “i cristiani si aspettano alcune cose. In primo luogo di non addormentarsi perché sottoposti a un lungo, confuso e noioso monologo; in secondo luogo di non doversi sorbire l’ennesimo sfogo emotivo di uno che sembra ce l’abbia col mondo intero; infine, di portarsi a casa qualcosa che arricchisca spiritualmente la propria vita cristiana”.

“Vi pare poco?” aggiunge retoricamente il sacerdote, ribadendo poi che “prendere la parola davanti a un’assemblea è un’arte”. E se è pur vero che “artisti si nasce. È però altrettanto vero che artisti si diventa. Questo per dire che accanto ad innegabili predisposizioni congenite, come ogni arte, anche il prendere la parola in pubblico domanda un tirocinio di applicazione, di graduale acquisizione delle regole fondamentali, di paziente e umile riconoscimento di aver qualcosa da imparare”.
Occhio dunque ad “una buona base biblica”, ma soprattutto “alla vita reale e vissuta della gente”. Non va poi affatto trascurata la convinzione: “si intuisce subito se un prete crede a quello che dice o lo dice solo perché è un prete. Si avverte subito se è implicato nella riflessione, come discepolo tra discepoli, se la Parola la sente rivolta prima di tutto a sé o parla sempre e solo per gli altri”.

E qui arriva il tema, spinosissimo degli “elementi di carattere personale”. Ogni prete, infatti, “si pone di fronte alla propria gente in modo tutto originale, con il proprio carattere, la propria timidezza o sicurezza, umiltà od ostentazione. Molti disturbi della comunicazione nascono molto prima che la gente entri in chiesa. Se sono aggressivo e scorbutico nei rapporti quotidiani, se sono dispotico e poco aperto al dialogo, tutto questo giocherà un ruolo negativo nell’accoglienza dell’annuncio della Parola”.

Restano di importanza capitale sia la durata che il finale: se non si ha contezza della seconda, il rischio di annacquare contenuti e forma della prima è alto, se non altissimo. Anche perchè il buon senso - osserva Masina - suggerisce che in situazioni ordinarie la predica non duri più di dieci minuti.

Ce ne è abbastanza per un vademecum del buon pastore, da non sottovalutare e prendere sotto gamba, anche perchè “se gli altri curano fino all’ossessione i particolari di un discorso di tre minuti fatto alla TV - e spesso per dire solo scemenze – cosa non dovremmo fare noi che annunciamo nientemeno che Gesù Cristo?”

Commenti

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Il 1 Aprile 2009 alle 19:17 foxgrin ha scritto:

In chiesa si va per ricevere l’amore di Dio, che il celebrante sia un buon oratore è un dono ma è un dono anche che il fedele sia un buon ascoltatore, quindi non ci sono ne colpe ne colpevoli ma solo la buona volontà deli uomini.

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