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Il sogno? Roberto Saviano all’Europarlamento sotto le insegne della Lega. Un sogno balenato in mente al sindaco di Treviso, e segretario veneto del Carroccio Giampaolo Gobbo, che - dice - lancerà la proposta di candidare l’autore di Gomorra con il Carroccio il 6/7 giugno, in Campania o anche in un’altra circoscrizione: “è un’idea mia e di qualcuno di noi, ma devo ancora dirlo a Bossi. Vedremo” spiega Gobbo sulle pagine del Gazzettino. “In un Paese in cui dopo 60 anni ancora si parla di camorra e di mafia, in cui in tanti hanno pagato con la vita, Saviano ha lanciato un messaggio importante”.
In attesa dello scrittore, in campo ci sono comunque filosofi, hostess, ex pm, calciatori in pensione e volti noti. Tutti con un incarico preciso: rastrellare voti e vincere la sfida per Strasburgo. È già in moto la macchina organizzativa dei partiti che devono mettere a punto le liste per l’appuntamento del 6-7 giugno. La “caccia” agli acchiappavoti è già cominciata e a dare il là è stato lo stesso premier Silvio Berlusconi che, rispondendo all’altolà di Dario Franceschini, ha già fatto sapere che si candiderà come capolista in tutte le circoscrizioni utilizzando il proprio nome e la propria storia politica e personale come “bandiera”.
Fanno resistenza, invece, secondo quanto si è appreso, diversi ministri di provenienza azzurra che nicchiano di fronte allo sprone del Cavaliere che vorrebbe candidarli tutti nelle rispettive regioni di origine per capitalizzare al massimo il voto europeo. Ma non tutti - si dice nel Pdl - hanno la potenza organizzativa di un Claudio Scajola che è prontissimo alla “prova”, così come, tra gli altri, Raffaelle Fitto, Angelino Alfano, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Ben felici di collocarsi in vetrina, invece, gran parte dei ministri di An, a cominciare da Ignazio La Russa (in lista nel Nord-Ovest), titolare della Difesa e coordinatore del Pdl.
Delle strategie elettorali bipartisan fanno anche parte la popolarità e la notorietà , ed è per questo che nelle liste che i partiti stanno presentando in questi giorni, spiccano diversi personaggi: mentre Emilio Fede ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di candidarsi, così come scrivevano alcuni giornali, nel Pdl circola insistente la voce di un posto in lista per Emanuele Filiberto che potrebbe così continuare “a ballare sotto le stelle” europee. L’interessato ha fatto sapere che scioglierà la riserva entro il 10 aprile, ma nel Pdl dicono che il “principe” terrebbe molto a essere della partita. Punta a Strasburgo anche Clemente Mastella che ha trovato ospitalità proprio nelle liste del Pdl.
Sulla sponda avversa, il Pd è alle prese con il caso di Sergio Cofferati (capolista nella circoscrizione Nord Ovest, in una sfida serrata con Ignazio La Russa) la cui candidatura in Europa è molto contrastata nell’area emiliana del partito ma è molto ben considerata da Dario Franceschini che ritiene l’ex sindaco di Bologna “una risorsa”. In lista dovrebbero entrare, per il centro, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l’ex braccio destro di Veltroni, Gianfranco Bettini (spedendo in Europa il consigliere di Uòlter, Franceschini darebbeun altro colpo all’impianto del suo predecessore). Comunque, i due sindaci di Firenze e Bologna sono a fine mandato e solo per questo il motivo risultano candidabili per Strasburgo, visto che un documento di qalche giorno fa della Direzione Pd sbarra la porta dell’Europarlamento agli amministratori locali. Comunque, la definizione delle candidature è ancora in alto mare a Largo del Nazareno, dove si lavora per individuare delle candidature forti da inserire nelle teste di lista. La linea di Franceschini, infatti, opposta a quella di Berlusconi, è di collocare nelle liste non candidature di bandiera ma “reali”, persone cioè che raccolti i voti non cedano poi il posto ad altri per incompatibilità. Nel collegio Nord Est il capolista sarà l’europarlamentare uscente Vittorio Prodi. Al Sud in lista probabilmente Umberto Ranieri e Sergio D’Antoni. Nella circoscrizione isole il capolista del Pd dovrebbe essere Enzo Bianco, ex ministro, ex sindaco e oggi senatore. Secondo alcune indiscrezioni, Franceschini starebbe cercando di convincere Rita Borsellino, che potrebbe essere candidata in Sicilia.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris; il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo (che è già stato europarlamentare per i Ds e ha una storia tutta a sinistra); l’esperto di droga e mafia Pino Arlacchi (sociologo con tanto di incarico all’Onu); Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso dalla mafia; l’ex hostess Alitalia Maruska Piredda, nota per la sua battaglia contro Cai (Maruska esultava felice nelle foto di tutti i giornali, mentre Daniela Martani mostrava il famoso cappio), saranno tra i candidati dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Che schiera anche Maurizio Zipponi, già esponente della Fiom e di Prc, l’ala dura e prua “di sinistra” della Cgil e Giovanni Pesce, avvocato e membro del collegio difensivo di Clementina Forleo.
Il Governatore della Sicilia e leader del Mpa Raffaele Lombardo, dopo aver stretto la “strana” alleanza con La Destra di Francesco Storace, dovrebbe essere capolista in tutte le circoscrizioni.
A buon punto anche le candidature dell’Udc: i fiori all’occhiello del partito di Pier Ferdinando Casini sono: l’ex Golden boy Gianni Rivera (ex Margherita), nel centro Italia; l’ex vice direttore del Corriere della Sera, convertitosi di recente al cristianesimo, Magdi Cristiano Allam fondatore del Ppec, Protagonisti per l’Europa Cristiana (capolista nella circoscrizione Nord-ovest).
Chi ancora non è uscito allo scoperto, a parte il “sogno” di Gobbo, è la Lega. Le prime decisioni sui nomi in lista dovrebbero essere adottate dal Consiglio federale che si riunirà nei prossimi giorni, dice alle agenzie l’europarlamentare del Carroccio Mario Borghezio. L’unica cosa certa, al momento, è la riconferma degli uscenti: oltre allo stesso Borghezio Francesco Speroni e il gigantesco Erminio Boso, a suo tempo ribattezzato Obelix proprio in ragione della sua mole.
Nella corsa ad un seggio ci sarà anche la sinistra. Ma così divisa. Da una parte, la lista della neonata Sinistra e libertà, che riunisce Verdi, socialisti, Sinistra democratica e il Movimento per la sinistra del Governatore della Puglia Nichi Vendola. Dall’altra, la lista Pdci-Prc, insieme all’Associazione Socialismo 2000 di Cesare Salvi e a Consumatori uniti, potrebbe far scendere in campo i leader Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero, insieme con lo stesso Salvi, l’europarlamentare uscente Vittorio Agnoletto e l’astrofisica Margherita Hack.
- Giovedì 2 Aprile 2009
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Il 3 Aprile 2009 alle 15:58 Il Pd Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico. Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente. Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”. Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd). Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil. La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles. A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”. Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”. Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine. Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”. [...]
Il 18 Aprile 2009 alle 19:14 Eurodeputati: i trucchi e i vizi della casta italiana a Strasburgo » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani. Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio. Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni. La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati). A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”. Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”. Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972. Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti. “Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”. Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”. [...]
Il 19 Aprile 2009 alle 11:11 :: LaDestra.info - Il portale d'informazione della destra italiana ha scritto:
[...] È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalistaAlessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo:Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani. Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio. Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni. La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati). A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”. Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”. Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972. Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti. “Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”. Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”. [...]
Il 25 Aprile 2009 alle 18:04 Europee senza big: nel Pd cresce la lista “Strasburgo? No, grazie” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] E contro la strategia di Franceschini ci si è messo pure il Direttivo del Pd, che ha escluso i sindaci e i governatori: tranne Flavio Zanonato, sindaco uscente di Padova, che all’ipotesi di un seggio al Parlamento europeo ha preferito ritentare le comunali per il secondo mandato; il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e i governatori della Campania, Antonio Bassolino, e del Piemonte, Mercedes Bresso, hanno rinunciato dopo la decisione dei vertici del partito di evitare la candidatura di chi ricopre ruoli di governo e amministrazione.Franceschini, tra le altre, ha provato pure la carta Roberto Saviano. Ma l’autore di Gomorra - che piaceva anche alla Lega per una candidatura al Sud - avrebbe risposto picche. La lista “no, grazie”, infine, si conclude con l’ex Garante della Privacy, Stefano Rodotà: “Quindici anni da deputato, otto anni da presidente dell’Autorità per la privacy. Mi sembra più che sufficiente, ho già dato”, ha spiegato in un’intervista a Il Giornale. Tanti no, insomma. Tutti giustificati con il timore di mettere la propria faccia su una prevedibile batosta? O tutti impegnati ad affilare le armi per la “conquista del palazzo a ottobre”, quando al congresso un Franceschini sconfitto alle europee sarebbe una facile preda? [...]
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