La mafia all’assalto dell’Italia sana

Mafia

Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.

Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.

Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.

“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.

Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.

“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.

Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.

Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.

I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.

“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.

Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.
Sequestri-antimafia

Commenti

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Il 5 Aprile 2009 alle 14:35 vincenzoaliascontadino ha scritto:

Se lo Stato, era forte con Democrazia questo in Italia non sarebbe successo! Sentiamo i rimbrotti di Epifani Franceschini e di tutti gli esponenti della Sinistra senza pensarci, forse smemorati come fu quel furbino -sfortunato del caso Bruneri - Canella, noto anche come lo smemorato di Collegno? Dunque, se fosse stato il vagabondo criminale, sarebbe restato in galera, viceversa confermò d’essere Canella nella ricchezza! Chiedetevi dov’erano i Kompagnuzzi da sessanta anni a questa parte? A me risulta che erano in Politica, chi era Fascista e fanno ni o, ti rispondono: ” Io non ci sto! Insomma, prendiate uno qualsiasi, ecco lì, freschi, freschi ad affermare che le colpe sono del Bettino Craxi o di Berlusconi, perché egli era suo amico de grande Statista, così al Cavaliere non si perdona neanche d’essere amico di Putin, infatti, le sue presunte colpe addebitate al Cav! Cosa sto tergiversando? Che bastava solo un articolo di Legge CONFISCA DEI BENI e lo Stato era proprietario da subito dei beni di questi malviventi! Insomma programma Ness che sconfisse Al Capone non vi pare? Invece, anche Giovanni Falcone a detta del mio professore e PM e FF, Presidente del Tribunale Minorile di Milano in Via Barletta di nome dott. Guido Bandirali, affermò che Falcone sbagliava celebrare il Maxi Processo, poiché sarebbe stato lungo e molti mafiosi sarebbero usciti grazie alla scadenza dei termini! In poche parole, celebrare subito i processi e condanne non meno di trenta anni, ma in penitenziari da Papillon, altro del 41bis immorale! Poi, non è vero che il lavoro nobilita? vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera.

Il 6 Aprile 2009 alle 9:24 cavallotti ha scritto:

Sono anni che continuo a leggere sta roba.
Tanti sono anche gli anni che sono trascorsi dagli eccidi e la sterminazione di uomini valorosi.E tanti sono stati coloro,uomini onesti e coraggiosi,che tramite la loro caparbia volonta di arrivare ai colpevoli,malgrado lo squallido e corrotto sistema giudiziario ereditato e messo in piedi da una classe di aguzzini,che oggi,finalmente,incominciamo a vederne il frutto.Eppure sembra che i nostri leaders degli articoli sopra,efficacemente elaborato e stampato da Panorama,non sono cose che gli riguardano,un po come l’acqua che scivola dal trench coat.
Apparentemente al momento,il come sbarazzarsi di quel maledetto ostacolo(per loro naturalmente)chiamato,INTERCETTAZIONE,occupa tutto il loro onorevole tempo.

Il 21 Aprile 2009 alle 12:17 L’allarme di Pisanu: Attenti ai mafiosi della porta accanto » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl, è stato capo della segreteria politica della Dc, sottosegretario alla Difesa e al Tesoro, ministro dell’Interno e oggi è presidente della commissione Antimafia. Un curriculum che lo iscrive fra i maggiori esperti nella lotta alla criminalità organizzata, che per Pisanu “È più pericolosa di quel che sembri quando non ammazza, perché significa che è concentrata sui grandi affari”. Per questo in cima all’agenda dei lavori della sua commissione c’è il contrasto all’espansione delle mafie nell’economia. È un pericolo tanto serio? Più che di serio pericolo parlerei di concreta realtà. L’esperienza dimostra che le mafie hanno una straordinaria capacità di adattarsi ai grandi mutamenti economici, sociali e politici e di sfruttarli a loro vantaggio. Prima ancora che il Muro di Berlino cadesse completamente i referenti di Cosa nostra e della ‘ndrangheta erano già dall’altra parte a comprare ristoranti, alberghi, magazzini e quant’altro capitava. Nello scorso numero di Panorama Gian Gaetano Bellavia, commercialista e importante consulente di diverse procure, ha dichiarato che molti aumenti di capitale di imprese del Nord stanno avvenendo con i soldi delle cosche. Ha segnali che confermano questa tendenza? Non posso dare indicazioni precise, ma posso assicurare che Bellavia dice il vero. In una fase di stretta creditizia come questa, le grandi organizzazioni criminali acquistano di tutto (partecipazioni azionarie, titoli calanti in borsa, esercizi commerciali in difficoltà, beni immobili) a condizioni di favore e finanziano nuove iniziative anche in settori avanzati come l’eolico e le energie alternative. C’è di più: alcune ‘ndrine calabresi hanno messo gli occhi sul coltan africano, un prezioso minerale utilizzato per tecnologie sofisticate (compresi i cellulari, ndr). A Panorama risulta che in questo periodo molte aziende italiane stiano ricevendo offerte di capitali da parte di misteriosi fondi canadesi. Ha notizie di questo flusso di denaro da oltreoceano? Le vostre informazioni sono quantomeno verosimili. I clan calabresi muovono e ripuliscono il denaro sporco con tale competenza che i cartelli sudamericani della droga li preferiscono ormai ai loro tradizionali servizi finanziari. Il procuratore Piero Grasso ha affermato che il primo problema da risolvere è quello dei paradisi societari. Che ne pensa? Sono d’accordo, perché i paradisi fiscali sono i principali centri di raccolta e ridistribuzione dei capitali sporchi che vi arrivano per vie diverse, più o meno occulte, da ogni angolo del pianeta. Il sistema bancario nazionale e internazionale vi è coinvolto. Non a caso nei paradisi fiscali si addensano nugoli di filiali bancarie di ogni parte del mondo. Sicuramente dopo le decisioni prese dai capi di stato e di governo al recente G20 di Londra i paradisi fiscali avranno vita più difficile e molti intrecci sporchi tra banca e finanza salteranno. A questo fine la Germania, la Francia e l’Italia hanno fatto un lavoro egregio e, nonostante le resistenze che vengono da diversi paesi, sono sicuro che non demorderanno. Le zone più coinvolte dallo shopping mafioso sarebbero quelle settentrionali, Lombardia anzitutto. Le risulta? In base alle sue informazioni, quali sono le regioni o le città più colpite dal fenomeno? Come il denaro pulito, anche quello sporco atterra nelle aree e nei settori più redditizi. Fare una graduatoria delle regioni e delle città più colpite sarebbe arbitrario, ma possiamo essere certi che essa coincide con quella del reddito pro capite. E infatti il denaro sporco di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra ha risalito lo Stivale prima dei suoi proprietari e si è insediato dappertutto nel Centro-Nord, da Roma a Bologna, Milano, Genova e Torino. Nel recente passato, quando in Sicilia calava il prezzo degli agrumeti a Milano saliva il prezzo degli immobili. C’è un settore economico più esposto di altri all’assalto: edilizia, smaltimento dei rifiuti? I settori più esposti sono quelli più redditizi e, in generale, meno soggetti ai controlli di legalità. Peraltro le mafie sanno adeguarsi rapidamente a tutte le situazioni. Per esempio, ora che lo Stato intensifica la caccia ai capitali illeciti, loro affinano le tecniche di occultamento; e investono sempre più all’estero, dove non esistono normative antimafia stringenti come le nostre. In ogni caso conta soprattutto il business, vecchio o nuovo che sia e in qualsiasi angolo d’Italia e del mondo si presenti. E in quali paesi esteri investono maggiormente le cosche? In Europa direi Germania, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Romania e area balcanica. Oltreoceano, Canada, Stati Uniti, Messico, Australia, Colombia e Venezuela. Le ultime indagini dimostrano che la criminalità organizzata usa tecniche (soprattutto le false fatturazioni) che permettono di aggirare i controlli antimafia. Ha in mente nuove regole? Tra le nuove misure messe a punto in Sicilia per il controllo degli appalti pubblici, ricordo le stazioni uniche appaltanti e i conti correnti unici per singole opere pubbliche. In quest’ultimo caso tutte le operazioni di spesa concernenti un’opera pubblica verrebbero effettuate attraverso un solo conto corrente, in modo da poter individuare tutti i beneficiari, dal più grande al più piccolo. Il sostituto procuratore Antimafia Alberto Cisterna ha detto che il vero segreto degli affari della criminalità organizzata è il cosiddetto insider trading mafioso, ovvero la capacità delle cosche di conoscere con anticipo le scelte che le pubbliche amministrazioni faranno in campo economico, e di organizzarsi di conseguenza. Che cosa ne pensa e come si può risolvere il problema? Purtroppo le mafie sono entrate nella pubblica amministrazione e nel mondo politico e riescono a influenzarne le decisioni, specialmente a livello di enti locali e regioni. Per di più dispongono di organizzazioni aziendali con dirigenti, impiegati e consulenti esterni. La rottura del rapporto mafia-politica è condizione indispensabile per la vittoria definitiva dello Stato. In questo senso dobbiamo estendere e affinare la legislazione esistente. Il federalismo avvicina la gestione delle risorse pubbliche alle amministrazioni locali, meno impermeabili alle infiltrazioni delle cosche. Questo richiede compensazioni sul piano dei controlli: ci state lavorando? Lei ha ragione. Il potere decentrato è più vulnerabile e corruttibile. Pensi a quel che è successo dopo il passaggio delle competenze dalla benemerita Cassa per il Mezzogiorno alle regioni del Sud: più sprechi, più manomorta, minore quantità e qualità degli investimenti pubblici. Sorte analoga è toccata più tardi ai fondi europei per lo sviluppo. Ma l’esempio non tragga in inganno. Le mafie incombono su tutto il territorio nazionale e minacciano gravemente l’economia, la società e le istituzioni. Anche il federalismo deve temerle e prevenirle, al Sud, al Centro e al Nord. La ricostruzione post terremoto e il piano casa non rischiano di rivitalizzare l’edilizia mafiosa? Le indagini della magistratura hanno svelato che in Umbria, dopo il sisma del 1996, si trasferirono intere ‘ndrine per partecipare ai lavori di ricostruzione. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono già arrivate in Abruzzo e certamente puntano sulla ricostruzione. Bisogna proteggere gli investimenti pubblici con una ferrea squadra antimafia. Amintore Fanfani diceva che “il denaro dei poveri si amministra in ginocchio”; in questo caso io aggiungerei: e con le armi spianate contro i malfattori. [...]

Il 9 Maggio 2009 alle 0:14 Allarme dal Colle: “La mafia può approfittare della crisi economica” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] L’allarme, basato sulle parole del procuratore antimafia Piero Grasso, lo aveva lanciato Panorama (qui e qui) qualche settimana fa. E ora il monito viene ribadito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 157esimo anniversario di fondazione della polizia: Il Presidente della Repubblica avverte: “Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell’attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del Paese”. “Il livello di attenzione” aggiunge “dovrà essere mantenuto sempre”. Napolitano riconosce comunque, nel suo messaggio, alle forze dell’ordine di aver conseguito “brillanti risultati”. “Straordinari” afferma “quelli nella lotta alla criminalità organizzata, con la disarticolazione di organizzazioni criminali fortemente radicate in alcuni territori e con la cattura di pericolosi latitanti, anche all’estero, grazie a sapienti strategie di cooperazione internazionale. In tale ottica determinante potrà essere l’armonizzazione delle legislazioni per consentire di aggredire i patrimoni illeciti anche al di fuori dei confini nazionali, affermando la forza della legge e l’autorità dello Stato”. [...]

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