Processo alla giustizia. Se il magistrato va fuori di toga

dai magistrati ai primari, radiografia delle caste

di Anna Maria Greco

Sorpresa, stupore almeno. Esaminando alcuni dei fascicoli dei magistrati al vaglio del Csm (Consiglio superiore della magistratura) per la valutazione della carriera delle toghe, ci si chiede come finora abbiano potuto alcune di loro avanzare nella carriera, malgrado curricula pieni di macchie: condanne disciplinari, processi penali, sanzioni, esposti, cartelle cliniche per gravi disturbi. Tutto, senza serie conseguenze. Fino ad arrivare ai livelli più alti.
Qualche esempio? Maddalena C., consigliere di Cassazione ambisce a funzioni direttive superiori. Però emerge che pur essendo dal 2000 l’unico giudice del lavoro in un tribunale sardo, non sa lavorare. Causa gravi problemi all’ufficio, perché gestisce gli affari con “confusione e disordine”, dimostra “carenza di equilibrio”, fa errori nei provvedimenti e trascura formazione e aggiornamento professionale. La qualità del suo lavoro è “non soddisfacente”, per il consiglio giudiziario. E poi predilige le sentenze “non definitive”, quelle che decidono solo alcuni capi della controversia, allungando i tempi dei processi e dilatando i costi. Sentenze che, puntualmente, vengono impugnate e nella maggioranza dei casi bocciate in appello.
Pensare che negli anni passati ha collezionato solo elogi. Ma stavolta il Csm non le riconosce la “necessaria capacità professionale” per essere promossa. La lascia al suo posto dove continuerà a fare, male, il giudice del lavoro.
E questo è solo uno dei tanti casi eclatanti. Aveva ottimi pareri dei consigli giudiziari il magistrato di Cassazione Fulvio V., giudice a Roma. Ma era stato condannato dalla sezione disciplinare perché, con un errore “macroscopico e incontrovertibile” in una sentenza, aveva dato ragione a una società poi fallita, causando un danno economico allo Stato di 30 miliardi di lire. “All’imperizia” si legge nel suo fascicolo “si aggiunge la grave approssimazione e la negligenza grave”.
Possibile che finora nessuno si sia accorto di lacune così profonde? Anche perché il magistrato era finito un’altra volta di fronte al tribunale delle toghe, per gravi ritardi nel deposito di svariate sentenze, ma era stato assolto in virtù della “grande laboriosità” dimostrata in precedenza. Al Csm, per le funzioni direttive, l’hanno fermato.
È andata meglio a Giuliana B., magistrato d’appello in un tribunale marchigiano: censurata dalla disciplinare perché da pm aveva dimenticato di denunciare la sua incompatibilità in procedure di aggiudicazione che potevano interessare una società di costruzioni di cui era socia con marito e fratello, ha ottenuto ugualmente la nomina in Cassazione. “Il disvalore delle condotte censurate” per il Csm è stato messo in secondo piano dalle valutazioni positive avute sul suo lavoro.
Per una bocciatura ci vogliono storie clamorose. Quella di Giulio L., per esempio, che a novembre è stato dispensato dal servizio per “sopravvenuta inettitudine”. Avvocato e curatore di collane giuridiche, nel 2004 è diventato consigliere di Cassazione “per meriti insigni”. Ma subito sono fioccate lamentele e proteste: in camera di consiglio non era all’altezza della discussione, le sue sentenze erano incomplete, fraintendeva le questioni, non le approfondiva. Nessun presidente lo voleva nel proprio collegio. Il plenum del Csm l’ha “licenziato” per “incapacità assoluta di affrontare il giudizio di legittimità” e “scarsissima diligenza” nelle sentenze. Un caso più unico che raro. Che alimenta anche sospetti sullo spirito corporativo nel Csm: si potrebbe pensare che è più facile essere severi con un ex avvocato che con un magistrato di carriera.
Anche per Assunta M., della Corte d’appello di Milano, Palazzo de’ Marescialli ha valutato la dispensa per “sopravvenuta inettitudine”. Forte depressione, mesi di congedo straordinario e di aspettativa, eccessivi tempi di deposito delle sentenze, numero dei provvedimenti “molto inferiore allo standard richiesto”, due procedimenti disciplinari per i ritardi nel lavoro (per uno c’è stata l’assoluzione, mentre l’altro è ancora in corso): e il Csm l’ha lasciata al suo posto. Idem per Cinzia S., giudice in Sicilia, affetta da grave anoressia che non le permetteva di lavorare per lunghi periodi.
Di storie ce ne sono tante. Vittorio S., magistrato d’appello, speculava comprando case popolari e rivendendole in barba alla legge. Sotto processo per truffa aggravata, concussione, evasione fiscale, si è salvato grazie alla prescrizione. Il Csm non gli ha riconosciuto il V livello, ma il IV sì. E in Liguria è sempre lì a giudicare gli altri.
Ve lo immaginate un magistrato per i minorenni che aggredisce una signora sul molo del porto per un banale diverbio e picchia anche il marito, insultando pesantemente entrambi? Pietro C., giudice per i minorenni in Basilicata, l’ha fatto, poi ha negato, inventando di essere stato colpito per primo con una pagaia, ha poi giocato d’anticipo con querele e denunce contro le vittime e mai si è giustificato. “Solo una personalità priva del necessario, minimo equilibrio” si legge negli atti “può manifestarsi in una reazione così arrogante e sproporzionata”. La nomina in Cassazione non l’ha avuta.
C’è, poi, chi non si arrende facilmente alla sconfitta: Giuseppe M., giudice in Sicilia, ha fatto ricorso straordinario al capo dello Stato contro la dispensa dal servizio. Una perizia lo descrive come: aggressivo, arrogante, narcisista, autoritario. Diagnosi dello psichiatra: disturbo della personalità. Ricorso irricevibile per il Csm, ma la vicenda si chiude solo dopo anni di comportamenti “pazzeschi” in ufficio.
Giulio D., giudice in Liguria, è stato bloccato sulla strada della corte d’appello perché ha avuto due procedimenti disciplinari (con la perdita di 2 anni di anzianità), dopo due processi penali, uno dei quali l’ha condannato a 1 anno e 4 mesi di carcere. Si occupava di fallimenti ed era stato accusato di avere fatto una nomina in cambio di 27 milioni di lire e della promessa di ulteriori 50. La corruzione non è stata provata ma diverse anomalie sì, compresa la falsificazione di un atto giudiziario. Ma forse, è la professione che è un po’ scaduta. Al punto che Sandra L., chiromante e sensitiva nota in tv come “la Maga della Toscana”, ha chiesto di fare il giudice onorario. Il Csm, però, ha avuto il pudore di rigettare la domanda.
In realtà dal 30 luglio 2007, quando la riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario ha introdotto, fra l’altro, un nuovo sistema di valutazione dei magistrati, la parola d’ordine per gestire le carriere delle toghe dovrebbe essere meritocrazia. Ma il Csm si trova ad applicare i nuovi criteri tra mille problemi.
Basta con la carriera automatica per anzianità, ma sette esami di professionalità, uno ogni 4 anni. La progressione in carriera si decide sulla base della storia di ogni magistrato, di eventuali condanne disciplinari o penali, dei pareri dei capi degli uffici e dei 26 consigli giudiziari di tutt’Italia; e anche dell’analisi a campione di provvedimenti e verbali di udienza. Le difficoltà non mancano, anche perché non ci sono ancora standard medi di produttività né i necessari parametri di efficienza che dovrebbero permettere al Csm una valutazione trasparente e omogenea.
E poi è difficile fare piazza pulita, in un colpo solo, di consolidate logiche correntizie e spartitorie che per troppi anni hanno dominato.
Lavoro in salita, dunque, quello dell’organo di autogoverno della magistratura in questa fase di transizione. A Palazzo de’ Marescialli i nodi vengono al pettine. A decidere dell’idoneità per uno dei sette livelli è la IV commissione, competente per la progressione di carriera. La V attribuisce gli incarichi direttivi e semidirettivi. E la VII si occupa dell’organizzazione degli uffici giudiziari, con delibere che entrano nel fascicolo di ogni magistrato da valutare.
Su migliaia di pratiche in esame (sono 2.213 le definite e 282 quelle pendenti dal 1º settembre 2007 a oggi) quelle che contengono una bocciatura sono poche decine. Dal giugno 2005 i magistrati che non hanno avuto nomine e promozioni sono solo 39; altri otto hanno il parere negativo della commissione ma non ancora quello finale del plenum. Rarissime, poi, le dispense dal servizio: cinque definitive e due pendenti nell’ultimo anno e mezzo.
“Invertire la tendenza non è facile” conferma Celestina Tinelli, presidente della VII sezione del Csm, membro laico del Pd, “perché interveniamo in una situazione già fortemente pregiudicata e rimane la difficoltà dei magistrati a giudicare sui loro colleghi. Fino a ieri non è stato esercitato il dovuto controllo, anche per la mancanza di norme. Adesso gli strumenti ci sono (anche se ho qualche perplessità, per esempio, sul fatto che dopo il 28° anno di servizio cessano le valutazioni), molto dipenderà da come il Consiglio saprà usarli”.
Spiega il laico del Pdl Michele Saponara, membro della IV e V commissione: “Siamo ancora in fase di rodaggio. L’anzianità non pesa più come una volta, deve prevalere il giudizio su professionalità ed efficienza. Ed è molto importante, per una seria valutazione dei magistrati, la nuova responsabilità che in questo campo hanno i capi degli uffici”.
Quanto ai pareri dei consigli giudiziari, dove più forti sono i condizionamenti locali, la tendenza è (o almeno era) quella di descrivere quasi tutti con un profluvio di lodi per “laboriosità”, “diligenza”, “preparazione”… “Troppo spesso” sostiene il laico di centrosinistra Mauro Volpi “a questo livello le valutazioni sono positive e non si può aderirvi senza spirito critico. C’è anche il sospetto che, visto che il 90 per cento delle toghe è iscritto a una delle correnti, possa essere penalizzato quel 10 per cento che è fuori da tutto”.
Per Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente e membro di IV e V commissione, le valutazioni dovranno fondarsi “sempre di più su elementi precisi, in modo che le scelte del Csm siano trasparenti e fondate su criteri di meritocrazia, professionalità e competenza”. Solo così, sottolinea, “si potrà evitare che l’invadenza delle correnti degeneri e, magari, provochi un danno a chi ha scelto di mantenersi distante da queste logiche”.

Commenti

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Il 8 Aprile 2009 alle 12:43 nhico ha scritto:

In magistratura ci vorrebbe un terremo di proporzioni immani, così che le ruspe del buonsenso potessero fare finalmente piazza pulita. Ma quello che fa più rabbia è che la più grande vergogna nazionale viene in un certo senso tutelata dal Capo dello Stato e difesa a spada tratta da tutta l’opposizione. Casini compreso.

Il 10 Aprile 2009 alle 10:50 roverna ha scritto:

Il magistrato in questione, oltre ad essere espulso dalla “magistratura”, dovrebbe essere condannato a risarire allo Stato i “danni” derivati dal suo assurdo comportamento.
Spero che la Corte dei Conti provveda in tal senso, sia attraverso il pignoramento di eventuali beni immobili, sia mediante la trattenuta sulle rate di pensione.
La legge lo consente, speriamo venga applicata..

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