In Abruzzo, giù chiese e monumenti. A rischio la memoria artistica dell’Aquila

chiesa

Era la città delle 99 Cannelle, famosa per le 55 Chiese, bella come un presepe: L’Aquila. Già, era…

Ora è un ammasso di macerie, con pochi monumenti in piedi e la maggior parte delle chiese distrutte. La mano infernale che nel buio della notte ha stritolato l’Abruzzo, ha prodotto lesioni gravi alla totalità del patrimonio artistico e culturale dell’Aquila e della zona del cratere. E a essere a rischio è la memoria storica, culturale, della città.
Non si è salvato praticamente nulla, conferma l’architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei Beni Culturali d’Abruzzo.

Anzi, qualcosa che si è salvato c’è: la teca che contiene le spoglie di Papa Celestino V (il “Papa del gran rifiuto” che già si salvò nel terremoto del 1703, quando venne giù il soffitto dell’edificio costruito nel 1287). L’operazione di recupero è stata condotta da Vigili del Fuoco, Protezione Civile, con la collaborazione della Guardia di Finanza e sotto la supervisione del rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli. La teca è stata trasferita dal complesso di Collemaggio, gravemente danneggiato dal terremoto: “Si tratta di un altro grande miracolo di papa Celestino V - ha commentato Fabio Carapezza Guttuso, responsabile Commissione Sicurezza Beni Culturali -. Le spoglie di Celestino sono state conservate in perfetta sicurezza”. La volta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio è infatti crollata proprio nel punto in cui si trovava la teca, che era rimasta quindi sotto un cumulo di macerie.

Il sisma di lunedì scorso ha fatto precipitare la volta della chiesa romanica. E non solo di quella, visto che per Daniel Noviello, responsabile nazionale di Legambiente Protezione Civile, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos: “Il 70% dei beni culturali de L’Aquila è andato distrutto”. E il resto “ancora non lo abbiamo visto” perché i lavori di recupero “si stanno concentrando soprattutto sul centro storico del capoluogo, che è andato giù tutto”.
Insomma, è gravissima la situazione delle chiese del capoluogo, da Collemaggio alle Anime Sante, drammatica quella dell’Archivio di Stato che aveva sede nel Palazzo del Governo totalmente crollato. “Non sappiamo in che condizioni sono i documenti medioevali, libri e quant’altro riguarda la storia dell’Aquila” racconta Ciciotti “ma la stima dei danni complessivi è al momento incalcolabile. E ci vorranno anni per ricostruire”.

Il danno non riguarda solo monumenti o palazzi storici - non è rimasto in piedi neanche un campanile del cratere - ma anche l’indotto turistico che ha sempre portato un notevole introito all’Aquila e all’aquilano. “Ora non possiamo fare nessun intervento. Ci vorranno mesi per fare un inventario, puntellare gli edifici, fare una lista dei danni, evacuare biblioteche, quadri, statue, cioè i beni mobili culturali e poi mettere in depositi, da individuare perchè non sappiamo ancora dove metterli - riprende affranto Ciciotti - Prima va messo tutto in sicurezza per provare a salvare il salvabile. Ci sono riflessi sul tutto il territorio incalcolabilì’.
L’Aquila ferita, tutto l’aquilano e parte delle provincie limitrofe violentate dalle scosse che continuano a scuotere la terra. Distrutta la torre medicea di S.Stefano di Sessanio, gioiello architettonico del Gran Sasso - in cui sono crollate molte case ricostruite di recente - crollato in pezzi il bellissimo castello-rocca di Ocre, lesionata la chiesa sul tratturale di S.Stefano a S.Pio delle Camere, capolavoro romanico, lesionati o inagibili altri conventi e chiese in Val Peligna e nel pescarese, campanili sbriciolati a Rovere sull’Altopiano delle Rocche.
Pochi i miracoli, poche le strutture che hanno resistito alla furia del terremoto. Proprio a S.Pio delle Camere, paese natale dell’ex presidente del Senato Franco Marini, nessun danno al triangolare castello fortezza abbarbicato, mentre a pochi chilometri nella frazione di Castelnuovo ci sono stati crolli e vittime.
E salva anche la Rocca di Calascio, splendido baluardo mediceo che fu abbandonato assieme al borgo nei secoli scorsi proprio a causa di un sisma.
Il palazzo della Prefettura all'Aquila

Aspettando anche gli aiuti americani (concordati telefonicamente tra il premier Berlusconi e il presidente Usa Obama), per cominciare a mettere “fondi in cascina”, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha attivato il conto corrente postale “Salviamo l’arte in Abruzzo”, contando di raccogliere le donazioni di contributi dall’Italia e da tutto il mondo. “Di fronte a questa immane tragedia” ha dichiarato il Ministro Sandro Bondi nel corso del Consiglio dei Ministri svoltosi oggi a Palazzo Chigi “che rischia di cancellare intere comunità locali, credo sia particolarmente importante l’impegno del Governo per assicurare che anche il patrimonio artistico distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Le chiese, le piazze, i palazzi antichi esprimono infatti in modo simbolico la memoria e l’identità più profonda di questi luoghi. In tutto il mondo, oltre il cordoglio per i numerosi lutti, non a caso c’è preoccupazione soprattutto per lo stato del patrimonio artistico, che anche all’estero viene percepito come vera essenza del nostro paese”. In campo anche una task force di esperti, già intervenuti sui monumenti danneggiati dal sisma del 1997 in Umbria e Marche, in supporto ai funzionari locali.

Commenti

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Il 9 Aprile 2009 alle 19:12 fercas ha scritto:

Capisco che è ancora troppo presto per esprime pensieri e fare domande sul come è stato costruito a L’Aquila ma, il fatto che anche i recenti manufatti si siano sbriciolati come fossero castelli di sabbia, dà da pensare! Forse, se si fosse costruito con del ferro e del vero cemento, forse dico, ci sarebbero stati meno morti! Cordialità.

Il 19 Aprile 2009 alle 10:26 Sgarbi in Abruzzo, viaggio (critico) nell’arte da salvare » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] “Aprile è il più crudele dei mesi”. Attraversando la provincia dell’Aquila, in queste giornate luminose di primavera, fra spettrali rovine di chiese, di interi borghi, di edifici rurali, mi tornano alla mente i versi terribili e profetici di T. S. Eliot, il folgorante inizio di The waste land, la terra desolata, appunto. Come oggi appare l’Abruzzo. Ho iniziato la via crucis da Paganica, accompagnato dagli sguardi amici dei cittadini, dei vigili del fuoco, dei carabinieri, festosi per avere recuperato la bellissima madonna (senza il bambino) cinquecentesca della scuola di Silvestro dell’Aquila e le due sculture di San Giustino e del Cristo in pietà, che per due giorni porteranno in processione. Entro nella Chiesa dell’Immacolata, a pianta centrale, con la curva facciata barocca staccata dal corpo dell’edificio; vedo il disastro degli altari abbattuti. I volti, in apprensione, chiedono parole di conforto sulle opere recuperate e rassicurazioni sui futuri restauri architettonici. Nessun dubbio che questo centro debba essere risarcito. E sembra una beffa che il bel palazzo della delegazione municipale, che si affaccia su una piazza che sembra un quartiere di Parigi, sia appena stato restaurato e attendesse di essere inaugurato il martedì dopo Pasqua: la struttura ha resistito, ma sono crollati stucchi e cadute statue dai piedistalli nelle nicchie. Il restauro dovrà riprendere. Inizia di qui la richiesta unanime di tornare nelle case; e crescerà nel coro dei sindaci dei piccoli borghi, colpiti quasi in ogni edificio, quando non distrutti, come Onna (anche qui verrò portato in un deposito prezioso dove, fra tele settecentesche, in particolare un bel vescovo di scuola napoletana del Settecento, apparirà un’altra nobilissima Madonna con il Bambino, scultura lignea cinquecentesca, policroma e dorata, di cui la festa ricorre la seconda domenica di maggio; ed è ora indiscussa patrona del campo). Decido allora di non entrare nella vicina L’Aquila, ma di batterli a uno a uno, convinto che la ricostruzione degli edifici monumentali nel centro storico del capoluogo non comporterà problemi. Non temo per Santa Maria di Collemaggio, emblema e simbolo, come già lo fu in passato, per i cattivi restauri che la “debarocchizzarono” con l’obiettivo di restituirla a una purezza architettonica frigida e innaturale. La vedevamo nella foggia che assunse agli inizi degli anni Settanta: non sarà difficile riportarla a quella condizione. In questi giorni abbiamo visto che, dalla Porta della Perdonanza, a cielo aperto, sono stati recuperati dipinti, sculture e la preziosa reliquia di Celestino V. Molta è stata l’apprensione per questi salvataggi fra i muri pericolanti. Ma sono certo che, tra qualche anno, come Santa Maria di Collemaggio ritroveremo, restituite alla loro integrità, San Bernardino, Santa Maria di Paganica, San Domenico, chiese oggi ferite, come le due della piazza, il Duomo (più volte rimaneggiato fino a vedere conclusa la facciata nel 1928) e Santa Maria del Suffragio, detta delle Anime sante, con la bella cupola, oggi frantumata, su disegno di Giuseppe Valadier. Impressionante è stato vederla sfarinarsi in diretta, attraverso un filmato durante la serie di scosse della seconda giornata. Tutto tornerà come prima, e il puro disegno dell’architettura sarà fedelmente riprodotto in una nuova e più resistente tessitura muraria, come è di recente avvenuto alla Cattedrale di Noto, rassicurante precedente per queste imprese di restauro, secondo il principio “come era e dove era”. Dopo il sopralluogo a Santa Maria di Collemaggio e il percorso di guerra tra rovine di edifici, condomini, scuole, caserme, ospedali, uffici pubblici, di recente costruzione e puntuale distruzione, esco dall’Aquila sfiorando, lungo le mura parzialmente abbattute, Porta Rivera: il sagrato è polveroso per i detriti della bella e semplice Chiesa di San Vito del XIII secolo, ma, di fronte, la bella corte seminterrata della Fontana delle 99 cannelle, simbolo laico della città, è miracolosamente intatta. Così viaggio in affanno verso quello che forse vedrò per l’ultima volta, verso ciò che forse è perduto per sempre. Penso alle pievi remote e all’edilizia minore, soprattutto rurale. Penso che, se lesionate, quelle povere architetture verranno implacabilmente abbattute per lasciare spazio a condomini in cemento armato; e penso, allora, che il genio civile e le soprintendenze dovranno procedere a un salto culturale per il quale è essenziale un’alta indicazione politica, e “spirituale”, del governo, del presidente del Consiglio e del ministro dei Beni culturali. I piccoli centri che visito, dopo Onna: Villa Sant’Angelo, Sant’Eusanio, Casentino, Fossa, San Demetrio de’ Vestini. Devono essere intesi come beni culturali, nella loro organica unità urbana. Ogni paese deve essere considerato come un monumento, senza rubricarlo nei caratteri dell’edilizia minore. E deve essere quindi pazientemente ricucito attraverso il consolidamento degli edifici, nelle forme, nelle cubature e nei materiali originali. Ogni sindaco conviene con questi principi di restauro che coincidono con le esigenze, profonde e semplici, della popolazione, che non vuole quartieri nuovi, anonime periferie urbane, satelliti costruiti a qualche chilometro dai siti devastati, inevitabilmente destinati a morire o a trasformarsi in ruderi e rovine. Il destino ha voluto che vi sia un modello per questi piccoli centri, talvolta di miracolosa conservazione, come Casentino o Sant’Eusanio. Un modello di restauro integrale e di prevenzione imprevista: Santo Stefano di Sessanio. Qui, da circa 10 anni, osservatori, studiosi e giornalisti italiani e stranieri gridano al miracolo di un ripristino di decine di case abbandonate, senza coperture e in condizioni non diverse da quelle dei luoghi oggi terremotati. Un giovane e audace investitore di origine danese, Daniele Kihlgren, e l’architetto abruzzese Lelio Oriano Di Zio hanno dato una prova e un esempio formidabili inducendo, in quell’area del versante meridionale del Gran Sasso in prossimità di Rocca Calascio, gli amministratori a pretendere vincoli di inedificabilità, difendendo il costruito storico e sottoponendolo a ripristino e consolidamento. Oggi, dopo il terremoto, Kihlgren mi propone di procedere, nelle opere di sgombero delle macerie, a un’avveduta raccolta differenziata di materiale di recupero, dalle pietre scolpite, e cornici e mensole, ai legni poveri, ma secolari e ancora sani, dei solai, come di porte, portoni, finestre. Continuo il calvario; e vedo la facciata sgretolata di Villa Sant’Angelo; l’abside lacerata di Casentino, piccolo paese che si inerpica sulla collina; la bella piazza di Sant’Eusanio con il rosone della chiesa spezzato e i palazzi slabbrati. Registro che hanno resistito le chiese e gli affreschi di Bominaco, capolavori dell’arte romanica, e di Tornimparte, dove ha lavorato uno dei maestri del Rinascimento nell’Italia centrale, Saturnino Gatti. Ma osservo con tristezza la rovina di una delle più belle facciate d’Abruzzo, quella della Chiesa di Santa Giusta di Bazzano, borgo che vede a rischio anche edifici lesionati del Quattrocento e del Cinquecento. Ma i danni più gravi sono nella Chiesa di Santa Maria ad criptas di Fossa, con vistose cadute di intonaco dipinto nell’angolo tra la controfacciata e la parete laterale. [...]

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