In soccorso dell’Abruzzo: quei medici che prima scavano e poi operano

medico

Guai a chiamarli eroi. Dicono che hanno fatto solo il loro dovere. Ma due cose vanno dette. La prima è che tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale Nuovo hanno vissuto la terribile scossa occupandosi subito di se stessi, dei propri cari, degli amici del piano di sotto; la seconda è che, senza alcuna chiamata, si sono riversati sul proprio posto di lavoro.
Storie di gente che ha visto morire il figlio e subito dopo è andata a salvare un anonimo ragazzo, con i camici chiusi con il cerotto, con il filo di sutura che non c’era più, con le garze esaurite. Le barelle sistemate sull’asfalto, e dai a ridurre una frattura, a praticare un massaggio cardiaco, a tamponare una ferita che sembrava una fontana. La vita contro la morte: un pediatra ha perso moglie e due figlie, un medico di base e sua moglie ematologa hanno visto andarsene Filippo, il loro ragazzo di 16 anni, un cardiologo non ha più né moglie né figlia, un anestesista ha perso la moglie e il figlio è in rianimazione. Ma tutti, prima ancora di capire e di piangere, sono tornati lì dove forse qualcosa, forse moltissimo, si poteva ancora fare.

Guido Liris è un giovane di 29 anni, specializzando in igiene: “Dormivo, con i miei genitori e i miei fratelli. La nostra casa, seppur lesionata, ha retto ma quella dello zio Armando, che è accanto alla nostra, è implosa, tutto crollato. Ho preso le medicine che potevano servire, adrenalina, ossigeno, filo di sutura, e ci siamo messi a scavare con le mani o con una pala. Era una lotta impossibile. Lì sotto c’erano lo zio e mia cugina Barbara di 35 anni. Noi abitiamo a Pianola, un piccolo centro vicino all’Aquila, e stavamo tutti lì a scavare. Barbara l’abbiamo tirata fuori abbastanza presto, stava bene, un armadio le era crollato addosso e così i calcinacci non l’avevano seppellita. Ma dello zio nessuna notizia. Dopo un’ora e mezzo dalla scossa un amico mi urla: “Corri Guido, c’è lo zio, è vivo, è caldo”. Sono arrivato con tutto quello che poteva servire. Lo vedo con gli occhi chiusi ma caldo, effettivamente. Vicino a lui una maschera per l’ossigeno che usava per un problema respiratorio. L’ossigeno deve avergli allungato un po’ la vita ma poi non ce l’ha fatta. Fossimo arrivati poco prima…”.

Estratto il corpo dello zio e assicuratosi che tutto era in sicurezza, Liris è montato in macchina ed è corso in ospedale. Lui è delegato sindacale dei 450 specializzandi, una specie di sindacalista di destra, visto che fino allo scioglimento di An è stato il coordinatore provinciale di Azione giovani. “La prima immagine è stata la grande nuvola di polvere scura sopra il centro storico della mia città. Era ancora buio, ma si vedeva questa cappa nera sopra i miei campanili medioevali. Arrivo in ospedale e quello che vedo non si può raccontare. Altro che Er, altro che i film apocalittici. C’erano già quasi tutti i malati portati fuori, i feriti che arrivavano in continuazione, ma non potevamo metterli dentro perché dentro era tutto sfasciato. Primari e infermieri, specializzandi e portantini, tutti insieme. Un caos pazzesco, poco coordinamento, come è logico, ma una grande pagina di solidarietà. La cosa bella in questi momenti è che si muove uno e si muovono tutti. Decidiamo di tirare fuori i malati dell’ultimo reparto: rianimazione. Li abbiamo portati fuori con le flebo e i respiratori attaccati, intanto i nostri primari chiamavano i loro colleghi di altri ospedali: “Ho uno in coma oncologico, te lo puoi prendere? L’ambulanza è già pronta”. Poi è successo il peggio: arrivavano, scaricati da macchine, centinaia di feriti e lì riconoscevi l’amico, il figlio del barista, il lontano parente. E più passava il tempo, più i morti erano superiori ai vivi”.
Va bene, niente eroi, però dopo aver lavorato 18 ore consecutive andando a prendere nei reparti lesionati e abbandonati garze, pinze e filo di sutura il nostro Guido è tornato a Pianola e con un’infermiera amica sua ha messo su in quattro e quattr’otto un presidio medico nel campo sportivo del paese: “Rifacciamo le medicazioni fatte in tutta fretta quella notte, diamo pasti caldi a 300 persone. Ho staccato solo mezz’ora e purtroppo quando riaccendo il cellulare è quasi sempre qualcuno che mi dice: “Hai saputo di Tizio? È morto”.
L’ospedale da fuori sembra pure bello e nuovo, come il suo nome. Ci sono voluti 26 anni per costruirlo e consegnarlo in pompa magna appena nove anni fa. Cemento armato e struttura antisismica, tanti reparti uno separato dall’altro come un aeroporto con tanti terminal. Ma ha retto solo il cemento armato, mentre i tramezzi, i controsoffitti, i cornicioni e molte pareti laterali si sono sfarinati sotto le scosse.

“Siamo in zona sismica ma non abbiamo mai fatto alcuna esercitazione” dice il primario di neurologia, così tutti i 500 malati sono stati evacuati in tempi record grazie al lavoro del personale e della Protezione civile. Ora è stato allestito nel prato dietro questo monumento all’inutilità un ospedale da campo. C’è naturalmente la tenda del pronto soccorso, quella per il deposito dei medicinali, quella per la pediatria, quella per le prescrizioni dei farmaci, quella per l’ostetricia. Sandra Moro è un altro dei tanti medici non eroi: “Vivo a Paganica, uno dei paesi più colpiti. Noi tutti bene, mio marito e i miei due figli. Dopo le prime ore sono scesa quaggiù a vedere cosa c’era da fare. Non immaginavo di trovare l’inferno. Sono ginecologa e la prima cosa è stata mettere in sicurezza le nostre pazienti. Una donna era arrivata alla massima dilatazione e ha partorito in ambulanza. Ma poi c’erano da curare i feriti, cucire, fasciare, rianimare. Ho detto: io so far nascere i bambini ma voi utilizzatemi per qualsiasi cosa. No, non c’era tempo per pregare”.
Oppure Vincenzo Corridore, otorino: “Ovvio, prima abbiamo scavato per tirare fuori i nostri vicini di casa e poi in ospedale. Sono arrivato alle 6 e ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. “Trovatemi un paio di forbici” diceva uno, e io a correre in un reparto a prendere dagli armadietti tutto quello che poteva servire”.
Per carità, nessun eroe, hanno solo fatto il proprio dovere. Mariapia Lepidi è una giovane infermiera oncologica: era qui di turno e dopo aver trascinato insieme a una collega i 14 suoi malati si è messa a disinfettare e pulire, a fare iniezioni e prelievi per altre 18 ore, senza mangiare e bevendo solo 12 ore dopo, quando è arrivata un po’ d’acqua. O ti raccontano di quanto è stata brava Benita Capannolo, anestesista che si è fatta in 12 per alleviare le sofferenze dei moribondi che transitavano nel pronto soccorso all’aperto. O di Marina Tobia, primaria di ginecologia ospedaliera che sembrava la più giovane delle infermiere per quanta forza e umiltà metteva nel suo soccorrere chiunque. “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht al suo Galileo Galilei. Vero, però che consolazione il Paese che ogni tanto trova tanta gente che sa fare così bene il proprio dovere.

Commenti

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Il 13 Aprile 2009 alle 12:27 squiz ha scritto:

A fronte di tanti medici che si sono prodigati senza sosta, andrebbero segnalati anche casi vergognosi, come quello di due medici aquilani, marito e moglie, lui internista lei anatomo patologo, che pur non avendo subito perdite né danni, si sono imboscati. Si sono fatti prestare una casa al mare da un collega e non si sono presentati in ospedale (forse hanno preso le ferie). Lei è stata precettata venerdì, giorni dei funerali di stato, è venuta per un paio d’ore ed è ripartita subito per il mare dicendo che se il tempo reggeva avrebbe pure potuto abbronzarsi un pò.
Una vergogna e un ulteriore sfregio per chi invece fa il proprio dovere con abnegazione.

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