- Tags: case, cemento, costruttori, crollo, denunce, esposto, indagini, LAquila, parenti, Procura, sisma, studenti, terremoto in Abruzzo
- Un commento

di Bianca Stancanelli
Shaula adesso è tranquilla. Se ne sta accucciata davanti alla tenda. Oppure gioca con Laura, che ha spento una candelina sulla sua prima torta di compleanno due giorni prima della scossa grande ed è l’unica, in quest’angolo di tendopoli, a ridere beata. “Di questi giorni lei non ricorderà più nulla” prevede suo padre, Vincenzo Breia, 44 anni, napoletano, da cinque anni all’Aquila.
Lui, invece, ricorderà ogni momento di quella notte. E ricorderà, soprattutto, come sia stata Shaula, pastore tedesco di 7 mesi, a salvare la vita a tutta la famiglia, guaendo, smaniando, ululando, dando musate al vetro della camera da letto, alle 3 del mattino di lunedì 6 aprile, mezz’ora prima della catastrofe. Grazie a quel cane impazzito d’angoscia Vincenzo ha capito che qualcosa di mostruoso stava per accadere, che doveva svegliare la sua compagna, Chiara, 32 anni, che dormiva semivestita, sfinita da una notte di scosse e allarmi, afferrare la piccola Laura addormentata, correre verso la porta, scappare. Lasciandosi tutto alle spalle: la casa con le pareti che si aprivano e si chiudevano, come in un incubo, i mobili che crollavano al suolo, i lampadari a terra e i vetri infranti. E Shaula sul balcone, prigioniera.
“Siamo andati a prenderla tre giorni dopo, sfidando i divieti, attraversando la città in macerie” racconta Vincenzo, davanti alla tenda numero 36 del campo più grande dell’Aquila, in piazza d’Armi. È stata Chiara a salire con cautela al terzo piano del palazzo di piazza della Lauretana, nel centro, nell’appartamento devastato. “Per tre giorni” racconta Chiara “avevo chiesto a un vecchietto che aveva la casa lì, intatta, di chiamarla, di rassicurarla. Poi non ce l’ho fatta più: sono andata a prenderla. Se fossimo stati noi a restare chiusi in casa, Shaula non ci avrebbe pensato due volte a venirci a cercare”. Mentre lei si arrampicava sulle scale pericolanti, come sganciate dal corpo del palazzo, Vincenzo aspettava al portone, in ansia.
Storie da una catastrofe. Che ha spazzato via tutto. “Stiamo soffrendo” dice Vincenzo. “Casa, lavoro, non c’è più niente. Se dovessi comprare il latte a mia figlia, non saprei come fare. Siamo in balia degli altri”. Lo dice con una strana serenità. “In 20 secondi ho capito il valore della vita. Ho capito che l’unica cosa che conta è avere Chiara accanto, crescere mia figlia. L’ho capito quando ho sentito che un mostro invisibile stava cercando di togliermi tutto quello che amo”.
Aveva già visto in faccia una volta il mostro terremoto. A Secondigliano, periferia di Napoli, il 23 novembre 1980, quando l’inferno si scatenò in Irpinia (qui un VIDEO di allora). Vincenzo Breia allora aveva 16 anni. “Stavo per strada con i miei amici, davanti a un circolo ricreativo: parlavamo, scherzavamo. All’orizzonte c’era un cielo rosso come per un incendio. Di colpo arrivò la scossa grande. Come all’Aquila. C’era un ragazzo che giocava al biliardo: il tavolo gli si scatenò addosso, lo schiacciò contro la parete, spezzandolo in due. Provammo a liberarlo: era incastrato. Io vedevo il palazzo venirci contro e tornare indietro. Fuggimmo, lasciando quel ragazzo lì, morto”.
Per anni Vincenzo si è portato dentro il rimorso per quella fuga e l’angoscia del terremoto. La vita l’ha portato lontano da Napoli: in Germania, per 15 anni, a fare l’operaio metalmeccanico, il saldatore, il manovale; poi all’Aquila, a dare l’intonaco nei palazzi freschi di costruzione. “Li ho visti, adesso, alcuni di quei palazzi. Pieni di crepe. E con i cartelli “vendesi” ancora appesi”. Scuote la testa: “I palazzi vecchi sono caduti perché dovevano cadere. Ma quelli nuovi? Perché di due palazzi identici, uno accanto all’altro, uno cade e uno no? Chi lo va a spiegare alle madri di quegli studenti perché sono morti i loro figli? Chi lo spiega che qualcuno ha mangiato sulle fondazioni?”.
Il figlio maggiore di Vincenzo, Nicola, avuto da un primo matrimonio, era a Roma la notte del terremoto. È un ragazzo di 18 anni, gioca nell’Aquila rugby. Il sisma gli ha portato via un amico: Lorenzo Sebastiani, un campione. ““Papà, è morto Ciccio” mi ha detto al telefono. “Quello che mi insegnava la touche”” ricorda Vincenzo.
Breia guarda sua figlia Laura: “Quando si svegliava, la mattina, si sedeva accanto a noi, nel letto grande, e batteva le mani”. Nella tenda numero 36 non l’ha mai fatto.
Vincenzo pensa al suo futuro: “Sfortunatamente è uscito tanto lavoro dove prima non ce n’era. Io lo so come nasce una casa e so che qui il lavoro si troverà. Ma non volevo trovarlo così: con 300 morti, con tanti bambini uccisi. Non volevo”.
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Commenti
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Il 21 Aprile 2009 alle 14:13 miciomiciobaubau ha scritto:
Complimenti a Vincenzo! Il suo cane ha salvato lui e la sua famiglia con mezz’ora d’anticipo e cos’ha fatto? L’ha lasciato sul terrazzo durante il terremoto e per i 3 giorni successivi. Spero che la prossima volta Shaula pensi a se stessa e si salvi, senza avvertire padroni egoisti.
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