L’allarme di Pisanu: Attenti ai mafiosi della porta accanto

Giuseppe Pisanu, del Pdl

Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl, è stato capo della segreteria politica della Dc, sottosegretario alla Difesa e al Tesoro, ministro dell’Interno e oggi è presidente della commissione Antimafia. Un curriculum che lo iscrive fra i maggiori esperti nella lotta alla criminalità organizzata, che per Pisanu “È più pericolosa di quel che sembri quando non ammazza, perché significa che è concentrata sui grandi affari”. Per questo in cima all’agenda dei lavori della sua commissione c’è il contrasto all’espansione delle mafie nell’economia.
È un pericolo tanto serio?
Più che di serio pericolo parlerei di concreta realtà. L’esperienza dimostra che le mafie hanno una straordinaria capacità di adattarsi ai grandi mutamenti economici, sociali e politici e di sfruttarli a loro vantaggio. Prima ancora che il Muro di Berlino cadesse completamente i referenti di Cosa nostra e della ‘ndrangheta erano già dall’altra parte a comprare ristoranti, alberghi, magazzini e quant’altro capitava.
Nello scorso numero di Panorama Gian Gaetano Bellavia, commercialista e importante consulente di diverse procure, ha dichiarato che molti aumenti di capitale di imprese del Nord stanno avvenendo con i soldi delle cosche. Ha segnali che confermano questa tendenza?
Non posso dare indicazioni precise, ma posso assicurare che Bellavia dice il vero. In una fase di stretta creditizia come questa, le grandi organizzazioni criminali acquistano di tutto (partecipazioni azionarie, titoli calanti in borsa, esercizi commerciali in difficoltà, beni immobili) a condizioni di favore e finanziano nuove iniziative anche in settori avanzati come l’eolico e le energie alternative. C’è di più: alcune ‘ndrine calabresi hanno messo gli occhi sul coltan africano, un prezioso minerale utilizzato per tecnologie sofisticate (compresi i cellulari, ndr).
A Panorama risulta che in questo periodo molte aziende italiane stiano ricevendo offerte di capitali da parte di misteriosi fondi canadesi. Ha notizie di questo flusso di denaro da oltreoceano?
Le vostre informazioni sono quantomeno verosimili. I clan calabresi muovono e ripuliscono il denaro sporco con tale competenza che i cartelli sudamericani della droga li preferiscono ormai ai loro tradizionali servizi finanziari.
Il procuratore Piero Grasso ha affermato che il primo problema da risolvere è quello dei paradisi societari. Che ne pensa?
Sono d’accordo, perché i paradisi fiscali sono i principali centri di raccolta e ridistribuzione dei capitali sporchi che vi arrivano per vie diverse, più o meno occulte, da ogni angolo del pianeta. Il sistema bancario nazionale e internazionale vi è coinvolto. Non a caso nei paradisi fiscali si addensano nugoli di filiali bancarie di ogni parte del mondo. Sicuramente dopo le decisioni prese dai capi di stato e di governo al recente G20 di Londra i paradisi fiscali avranno vita più difficile e molti intrecci sporchi tra banca e finanza salteranno. A questo fine la Germania, la Francia e l’Italia hanno fatto un lavoro egregio e, nonostante le resistenze che vengono da diversi paesi, sono sicuro che non demorderanno.
Le zone più coinvolte dallo shopping mafioso sarebbero quelle settentrionali, Lombardia anzitutto. Le risulta?
In base alle sue informazioni, quali sono le regioni o le città più colpite dal fenomeno? Come il denaro pulito, anche quello sporco atterra nelle aree e nei settori più redditizi. Fare una graduatoria delle regioni e delle città più colpite sarebbe arbitrario, ma possiamo essere certi che essa coincide con quella del reddito pro capite. E infatti il denaro sporco di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra ha risalito lo Stivale prima dei suoi proprietari e si è insediato dappertutto nel Centro-Nord, da Roma a Bologna, Milano, Genova e Torino. Nel recente passato, quando in Sicilia calava il prezzo degli agrumeti a Milano saliva il prezzo degli immobili.
C’è un settore economico più esposto di altri all’assalto: edilizia, smaltimento dei rifiuti?
I settori più esposti sono quelli più redditizi e, in generale, meno soggetti ai controlli di legalità. Peraltro le mafie sanno adeguarsi rapidamente a tutte le situazioni. Per esempio, ora che lo Stato intensifica la caccia ai capitali illeciti, loro affinano le tecniche di occultamento; e investono sempre più all’estero, dove non esistono normative antimafia stringenti come le nostre. In ogni caso conta soprattutto il business, vecchio o nuovo che sia e in qualsiasi angolo d’Italia e del mondo si presenti.
E in quali paesi esteri investono maggiormente le cosche?
In Europa direi Germania, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Romania e area balcanica. Oltreoceano, Canada, Stati Uniti, Messico, Australia, Colombia e Venezuela.
Le ultime indagini dimostrano che la criminalità organizzata usa tecniche (soprattutto le false fatturazioni) che permettono di aggirare i controlli antimafia. Ha in mente nuove regole?
Tra le nuove misure messe a punto in Sicilia per il controllo degli appalti pubblici, ricordo le stazioni uniche appaltanti e i conti correnti unici per singole opere pubbliche. In quest’ultimo caso tutte le operazioni di spesa concernenti un’opera pubblica verrebbero effettuate attraverso un solo conto corrente, in modo da poter individuare tutti i beneficiari, dal più grande al più piccolo.
Il sostituto procuratore Antimafia Alberto Cisterna ha detto che il vero segreto degli affari della criminalità organizzata è il cosiddetto insider trading mafioso, ovvero la capacità delle cosche di conoscere con anticipo le scelte che le pubbliche amministrazioni faranno in campo economico, e di organizzarsi di conseguenza. Che cosa ne pensa e come si può risolvere il problema?
Purtroppo le mafie sono entrate nella pubblica amministrazione e nel mondo politico e riescono a influenzarne le decisioni, specialmente a livello di enti locali e regioni. Per di più dispongono di organizzazioni aziendali con dirigenti, impiegati e consulenti esterni. La rottura del rapporto mafia-politica è condizione indispensabile per la vittoria definitiva dello Stato. In questo senso dobbiamo estendere e affinare la legislazione esistente.
Il federalismo avvicina la gestione delle risorse pubbliche alle amministrazioni locali, meno impermeabili alle infiltrazioni delle cosche. Questo richiede compensazioni sul piano dei controlli: ci state lavorando?
Lei ha ragione. Il potere decentrato è più vulnerabile e corruttibile. Pensi a quel che è successo dopo il passaggio delle competenze dalla benemerita Cassa per il Mezzogiorno alle regioni del Sud: più sprechi, più manomorta, minore quantità e qualità degli investimenti pubblici. Sorte analoga è toccata più tardi ai fondi europei per lo sviluppo. Ma l’esempio non tragga in inganno. Le mafie incombono su tutto il territorio nazionale e minacciano gravemente l’economia, la società e le istituzioni. Anche il federalismo deve temerle e prevenirle, al Sud, al Centro e al Nord.
La ricostruzione post terremoto e il piano casa non rischiano di rivitalizzare l’edilizia mafiosa?
Le indagini della magistratura hanno svelato che in Umbria, dopo il sisma del 1996, si trasferirono intere ‘ndrine per partecipare ai lavori di ricostruzione. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono già arrivate in Abruzzo e certamente puntano sulla ricostruzione. Bisogna proteggere gli investimenti pubblici con una ferrea squadra antimafia. Amintore Fanfani diceva che “il denaro dei poveri si amministra in ginocchio”; in questo caso io aggiungerei: e con le armi spianate contro i malfattori.

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