
Dovrebbe finire così: giovedì prossimo il Consiglio dei ministri convocato a L’Aquila fisserà la data del referendum al 14 giugno, poi un eventuale rinvio. Anche perché il governo dovrà rispettare i paletti del Quirinale.
E secondo alcune indiscrezioni raccolte da Panorama.it il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, considererebbe l’indizione del referendum elettorale nella finestra prevista dalla legge tra il 15 aprile e il 15 giugno un atto dovuto e quindi l’idea del voto indetto insieme con il turno di ballottaggio il 21 giugno tramite un decreto sarebbe così esclusa. Napolitano quindi non dovrebbe indire il referendum nella data del 21 giugno perché “fuori finestra”.
Insomma, per il Colle il referendum dovrebbe essere indetto per la data del 14 giugno, poi casomai si potrebbe procedere a cambiare la legge e stabilire un’altra data, e in quel caso il 21 giugno potrebbe tornare in gioco. Come infatti ha spiegato il premier Silvio Berlusconi, lasciando la sede del Pdl di via dell’Umiltà dove si è svolto un vertice sulle Elezioni europee: ”Credo che il referendum si faccia adesso, immagino il 21 ma non posso dirvi di più perché non ho ancora avuto il ritorno dal ministro Maroni che sta avendo colloqui con l’opposizione”.
Trattandosi di materia elettorale, considerata molto delicata, non sarebbe corretto intervenire tramite un decreto, ma attraverso un ddl che andrebbe poi all’esame del Parlamento, insomma una “leggina”. “Questa” ha detto Berlusconi “è una tecnicalità di cui non mi sono occupato. Credo che la soluzione ottima sia fare una leggina in Parlamento che si approva con l’accordo dei presidenti di camera e senato in quattro giorni. Credo ci voglia questo. Molto meglio che un decreto legge, spetta al Parlamento prendere una decisione nell’accordo di tutti i gruppi”.
E proprio il 24 aprile scade il termine ultimo per indire il referendum a norma di legge il 14 giugno. Solo dopo, e solo se il ministro dell’Interno, Robeto Maroni riuscirà a trovare la necessaria convergenza, si potrà varare il provvedimento per l’accorpamento del referendum ai ballottaggi del 21 giugno.
Dopo aver visto quali burrasche politico-istituzionali stanno montando in merito al tema, meglio chiarire che cosa propongono i referendari.
Cosa cambia se passano i tre quesiti
Niente premio di maggioranza alle coalizioni, sia alla Camera che al Senato; divieto di candidarsi in più circoscrizioni. È quanto prevedono i tre quesiti referendari di Mario Segni e Giuseppe Guzzetta sulla legge elettorale.
Secondo l’attuale legge elettorale, a beneficiare del premio di maggioranza possono essere alternativamente liste o coalizioni di liste. I primi due quesiti referendari si propongono di abrogare l’assegnazione del premio di maggioranza alle coalizioni e la disciplina che permette il collegamento tra liste. In caso di vittoria dei referendari, il premio di maggioranza verrebbe attribuito solo alla lista singola, e non più alla coalizione di liste, che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Di conseguenza, verrebbero innalzate le soglie di sbarramento, che sarebbero del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato.
Resterebbero in vigore, invece, le norme sull’indicazione del “capo della forza politica” e quelle sul programma elettorale. Il sistema elettorale prodotto dai referendum dovrebbe, nelle intenzioni dei referendari, spingere verso il bipartitismo, con tutela per le minoranze più rilevanti. Il terzo quesito, infine, intende cancellare la possibilità per il candidato eletto in più circoscrizioni di optare per uno dei seggi ottenuti, consentendo ai primi dei non eletti di subentrargli. Se passerà il quesito referendario verrà abrogata la possibilità di candidature multiple alla Camera e al Senato.
E sui referendum gli schieramenti politici hanno posizioni molto variegate.
Chi è per il Sì
Secondo il ministro leghista Roberto Calderoli il successo del referendum “non lo vuole nessuno tranne Gianfranco Fini e la parte del Pdl proveniente da Alleanza Nazionale”. A cui si aggiungono, ovviamente, Giovanni Guzzetta e Mario Segni come comitato promotore del referendum. Al quale sono politicamente iscritti Antonio Di Pietro (e la sua Idv), Arturo Parisi, esponente del Pd. A proposito, i Democratici, riuniti in direzione, hanno infine deciso di votare sì. Ma - si spiega - benché a cambiare l’attuale legge si sono detti tutti i membri della direzione, ci sono stati cinque che hanno votato contro e quattro che si sono astenuti. In vero, nel Pd le voci che si sono levate contro la consultazione referendaria non sono state poche. Se la radicale e vicepresidente del Senato, Emma Bonino arriva a parlare di “golpe in caso di rinvio”, l’ex leader della Margherita, Francesco Rutelli, si schiera apertamente per il no ai quesiti: “Io credo che il bipartitismo consegnerebbe l’Italia al populismo della destra e quello che uscirebbe dal referendum sarebbe peggio di quello che abbiamo oggi”. Curiosa la posizione di Luciano Violante, ex presidente della Camera ed esponente del Pd, che esprime un doppio no: a quesito e a rinvio. Per Violante “il referendum non è contro la legge Calderoli, ma la rafforza: la vittoria del sì ne confermerebbe i tre caratteri principali: la sottrazione ai cittadini del potere di scegliere i parlamentari, il sistema proporzionale; il premio di maggioranza”.
Contrari
Non sono pochi coloro che all’interno delle forze politiche si proclamano esplicitamente contrari alla consultazione. Siccome il referendum, se avesse successo, favorirebbe le grandi forze mentre le piccole perderebbero gran parte del loro potere d’interdizione, tra i contrari ci sono l’Udc di Pier Ferdinando Casini, Rifondazione, l’Udeur di Clemente Mastella e prossoché l’intera area della sinistra massimalista. Oltre al Carroccio.
Ma anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Proprio lo stesso presidente dei deputati ha spiegato le perplessità di fronte ad un referendum con cui il Pdl “potrebbe andare a nozze”, ma le cui ragioni di semplificazione “sono venute meno” da quando i gruppi parlamentari si sono ridotti a cinque. La vittoria dei sì produrrebbe infatti, secondo Cicchitto, una legge per la quale Dario Franceschini griderebbe alla “fascistizzazione dello Stato” se fosse venuta dal Pdl. Comunque sull’ipotesi slittamento al 2010 la posizione ufficiale del Pd, che pure lamenta di non essere stato consultato, si dice “disponibile con la condizione, giuridicamente e politicamente irrinunciabile, che vi sia il necessario e preventivo assenso da parte dei promotori del referendum”.
La questione costi
L’accusa che il centrosinistra ha lanciato contro la maggioranza e il governo è che avendo rinunciato all’election day il 7 giugno, per colpa di Bossi che avrebbe ricattato l’esecutivo di aprire la crisi. E che i costi ai danni dell’erario ammontano così 460 mln di euro. Numeri smentiti dal premier Silvio Berlusconi che da L’Aquila ha parlato di “cifre assolutamente inferiori”. Parole a cui ha replicato il segretario del Pd, Dario Franceschini: “Si stanno arrampicando sugli specchi perché la cifra è quella, ma anche se fosse un solo milione, sarebbe assurdo buttarlo dalla finestra su ricatto di Bossi, in un momento in cui servono risorse”. Costi che per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dovrebbero accollarsi Guzzetta e Segni: “Andrebbero messi a carico dei referendari”.
Parole che gli sono valse la reprimenda del presidente, e professore universitario (leggi qui l’intervista di Panorama.it), del comitato promotore, Giovanni Guzzetta: “Tremonti è ignorante, nel senso che ignora i fondamentali del diritto costituzionale”.
- Martedì 21 Aprile 2009
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Commenti
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Il 21 Aprile 2009 alle 17:28 bepiro ha scritto:
Mi permetto di contraddire il chiarissimo professor Guzzetta: non è ignorante il professor Tremonti, ma è in malafede lui.
Infatti quando in italiano usiamo il condizionale, nello specifico la frase “andrebbero messi a carico dei referendari”, intendiamo esprimere un nostro desiderio, un nostro auspicio.
Che non può realizzarsi in quanto contrario alle norme vigenti che NON ignoriamo, ma auspichiamo possano essere cambiate.
In modo da far sostenere i costi di una azione minoritaria a chi è responsabile della generazione della stessa e non alla intera comunità , magari contraria o indifferente.
In tale auspicata ipotesi vedrei il costo addebitato ai soli promotori in caso di non raggiungimento del quorum (obiettiva manifestazione di disinteresse della comunità ), mentre in caso di raggiungimento del quorum sarebbe corretto far pagare la comunità .
Per carità , possiamo discuterne, è solo un’idea. Ma rifiuto in modo più assoluto l’appellativo di ignorante in Diritto Costituzionale, in quanto è vero il contrario!
Il 21 Aprile 2009 alle 18:59 Berlusconi e il 25 aprile: “Ci sarò, non sia una festa di parte” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Silvio Berlusconi sul 25 aprile ha deciso: “Ho preso la decisione di celebrarlo, anche se dove sarò lo comunicherò più avanti. Credo che ci sia bisogno di dire qualcosa, perché di questa festa non se ne appropri soltanto una parte”. Quanto al referendum, dice, “non credo ci sarà un rinvio, si voterà il 21 giugno. La soluzione ottima sarebbe una leggina in Parlamento con l’accordo di tutti i gruppi, che è molto meglio di un decreto legge. Sulla data del referendum stiamo decidendo, ma credo si farà . Maroni sta sentendo l’opposizione. Io”, ha proseguito Berlusconi, “sono il più interessato al referendum che darebbe al Pdl il 55 per cento, ma non sarebbe esteticamente apprezzabile che io me ne interessassi e per questo ho detto al ministro Maroni: occupatevene voi”. [...]
Il 22 Aprile 2009 alle 11:24 Referendum, accordo tra maggioranza e opposizione: si vota il 21 giugno » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Netta, a tal proposito, la contrarietà dell’Italia dei valori. Il capogruppo Felice Belisario spiega che “l’Idv è contraria a qualsiasi spostamento della data del referendum”, così come “siamo contrari alla deliberante. Continueremo la nostra battaglia perché è pericoloso non far votare i cittadini quando lo stabilisce la legge”. L’approvazione di un ddl per spostare il referendum, in modo che coincida con i ballottaggi per le amministrative, era stata sollecitata dallo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nelle settimane scorse, l’opposizione aveva duramente attaccato la maggioranza, affermando che il mancato accorpamento del referendum (qui l’abc) alle elezioni europee ed amministrative del 6 giugno (un’ipotesi duramente osteggiata dalla Lega, che secondo Berlusconi era pronta a una “crisi di governo”) provocherà una perdita di 400 milioni di euro. Numeri smentiti dal premier Silvio Berlusconi che da L’Aquila ha parlato di “cifre assolutamente inferiori”. [...]
Il 29 Aprile 2009 alle 20:42 Il sì al Referendum agita i poli, Maroni: “Inevitabili conseguenze, il Pd ci ripensi” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Non è un asse esplicito, ma Pd e Pdl dalla stessa parte della barricata (sul sostegno al referendum abrogativo della legge elettorale) preoccupano gli altri partiti. Berlusconi lo appoggia esplicitamente e per tutta risposta la Lega chiede al Pd di ripensarci. Franceschini dice che il premier “umilia la Lega” ma non sembra voler ritirare il suo Sì alla consultazione. Attirandosi le critiche di tutti gli altri partiti (esclusa l’Idv, con Di Pietro che si è espresso più volte a favore) dall’Udc alla sinistra, da Paolo Ferrero (Prc) e da Pier Ferdinando Casini: ‘’Stanno costruendo un’autostrada, lastricandola a favore di Berlusconi’’, dice il leader dell’Udc. La dichiarazione del Cavaliere “certo che voterò sì al referendum, non sono masochista”, insomma, muove le carte in tavola. Dopo aver ceduto alla Lega che voleva cambiare la data dei quesiti referendari per non accorparla alle europee (alla fine si voterà il 21 giugno insieme ai ballottaggi delle amministrative), il premier ha dato un dispiacere all’alleato. La tentazione è troppo forte: con la legge elettorale che uscirebbe dal referendum approvato, la maggioranza andrebbe al primo partito, in questo momento quasi certamente il Pdl. Così oggi il ministro Maroni ha tentato di portare Franceschini dalla sua parte: ‘’Mi pare evidente dopo la dichiarazione di ieri di Berlusconi a chi convenga quella consultazione: ora mi aspetto che il segretario del Pd, Dario Franceschini, ripensi a quanto finora dichiarato e cioè che sosterrà il referendum’’. Questo sì, ha spiegato Maroni, ‘’mi sembrerebbe un atto masochista da parte del leader del Partito democratico’’. Quanto alla Lega, ha ripetuto, ‘’la nostra posizione è di contrasto netto ai contenuti del referendum e mi aspetto che anche la sinistra si ravveda perché da ieri è chiaro a chi giova e a chi non giova quella consultazione’’. La posizione di Berlusconi, per il ministro dell’Interno, è ‘’saggia dal suo punto di vista. Dice che non è masochista. Ma se il referendum portasse a una nuova legge elettorale, sarebbe inevitabile trarne le conseguenze’’. Conseguenze che potrebbero farsi sentire nelle elezioni regionali e amministrative al nord, dove la Lega potrebbe anche andare da sola. La Lega non è sola nell’opporsi al referendum: tutti i partiti che rischiano di scomparire sotto la soglia dell’ 8% si augurano che fallisca. E anche nell’altro grande partito, il Pd, ci sono diverse sensibilità : Franceschini ha appoggiato il referendum e auspica che possa portare alla discussione di una nuova legge elettorale, ma altri come Rutelli hanno già messo in guardia: “Non consegnamo il paese a Berlusconi”. E la senatrice Pd Anna Finocchiaro attacca il premier: “Purché gli convenga, si fa qualunque cosa. Non conta quello che si è detto due giorni prima, si dimentica il fatto di avere travolto il Mattarellum con questo Porcellum. Si disfa tutto - ha concluso Finocchiaro -purché gli convenga: questa è la sua filosofia’’. LEGGI ANCHE: L’Abc del referendum elettorale [...]
Il 4 Giugno 2009 alle 13:02 Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore [...]
Il 10 Giugno 2009 alle 18:24 Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”. Queste le parole del premier. Già , le parole. Nessun ricatto della Lega A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema. Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”. Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità , però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”. I mal di pancia di Fini Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì. Nessun sostegno, nessun divieto E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale. Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”. [...]
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