Kebab conteso a Milano: da Facebook parte la “disobbedienza gastronomica”

La linea dura della Regione Lombardia contro i kebab travolge anche piadine, pizze d’asporto e gelati: sarà vietato mangiarli in strada e non potranno essere venduti dopo l’una del mattino. Un vero e proprio coprifuoco che sarebbe stato voluto soprattutto dalla Lega Nord.

Che rincara la dose: “Dalla prossima settimana vigili e Asl eseguiranno una serie di controlli mirati nei 350 kebab di Milano” rincara la dose il vicesindaco del capoluogo lombardo Riccardo de Corato. Una scelta in linea con l’ondata di protezionismo gastronomico iniziata a Lucca con il divieto di apertura ai locali etnici nel centro della città. E proseguita con le esortazioni del ministro per le poplitiche agricole Luca Zaia di mangiare bagna cauda.
Il giro di vite ha fatto infuriare il popolo di Facebook: è già partita l’iniziativa “Non capiscono un cono” che riunirà domani a Milano i disobbedienti gastronomici in una mangiata all’aperto. Commenta un utente: “Credo che sarà il caso di disobbedienza civile popolare più ghiotta della storia. Per la prima volta leggendo le mie analisi del sangue e salendo sulla bilancia …potrò sorridere e dire l’ho fatto per una giusta causa”. Scrive una ragazza: “Allora vietiamo anche di fumare poichè la cenere va nell’aria e danneggia chi è più vicino… il profumo di una pizza non è un danno alla collettività… bando agli scherzi, quale sarà la prosisma tappa nella diffusione dell’insicurezza sociale?”. E pensare che il kebab ha una storia millenaria: è stato descritto anche dal leggendario viaggiatore musulmano Ibn Battuta (il Marco Polo arabo) come un cibo mangiato nella corte reale indiana. Ma ora rischia la sopravvivenza proprio nell’epoca della globalizzazione.

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Il 26 Aprile 2009 alle 20:46 Un posto dove appendere il cappello » Blog Archive » Italia - No country for Kebab Men ha scritto:

[...] Tra folli leggi anti-kebab, crociate contro il cibo etnico, ministri che dispensano perle di stoltezza e xenofobie alimentari, sta a vedere che nel 2010 un ananas non potrà circolare in Italia se non dimostrerà di possedere risorse economiche sufficienti. Se alla Lega e alla Regione Lombardia non garbavano le ore piccole delle kebbaberie bastava imporre un orario di chiusura. Era tanto facile e non ci sarebbero state né polemiche, né disobbedienze gastronomiche. Invece hanno varato una legge coprifuoco che punirà anche chi etnico non è, penalizzando quarantamila persone che di cibo di strada campano e fanno campare anche noi. Io ero già insorto contro la giunta di Lucca quando bandì i ristoranti etnici e sul mio blog e su ‘L’Arena’ parlai senza mezze misure di pulizia etnica in cucina. Ma gli amministratori locali del nostro paese, a quanto pare, ‘brillano’ per colossale incultura gastronomica e così sulla scia di Lucca altre città ne stanno seguendo l’esempio - giorni fa Gianna mi segnalava Recco. Checché ne dica Zaia, la nostra grande cucina deve moltissimo al métissage con le cucine degli altri. Se poi volessimo fare del fondamentalismo gastronomico, come il talebano Zaia, dovremmo rispedire agli americani mais, cacao, tacchini, pomodori, peperoni, peperoncini e patate. Agli indiani, le ghiotte melanzane che gli ebrei livornesi importarono dall’Andalusia. Agli antichi egizi, cipolle, aglio, porri e ravanelli. Persino l’obsoleto topinambur è etnico: nordamericano per la precisione. Se Zaia oltre che demagogo fosse coerente, in quella sua bagna càuda che ha eletto come tipico esempio di ‘mangiare italiano’, che verdure ci metterebbe visto che sono quasi tutte etniche come l’ananas che si vanta di aver sempre rifiutato di mangiare? [...]

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