Sisma in Abruzzo: “Avevamo visto giusto, è servito a poco”

Il palazzo della Prefettura all'Aquila

di Karen Rubin
Che cosa sia stato fatto in Abruzzo dal 1999, anno in cui fu preparato il dossier Barberi, a oggi non è un mistero. Per ripercorrere le tappe che dovevano portare alla messa in sicurezza degli edifici che sono miseramente crollati con il terremoto che ha scosso la regione la notte del 6 aprile basta parlare con l’ingegner Pierluigi Caputi. Sotto la sua direzione ai Lavori pubblici e alla Protezione civile si è svolta gran parte dell’indagine che ha censito gli edifici pubblici abruzzesi.
Il dossier regionale che seguì quello di Barberi aveva la stessa finalità ma interessò un numero di stabili maggiore del precedente. In tutti e due i casi si trattò di una schedatura in cui vennero riportate soltanto le lesioni osservabili a occhio nudo. Nessuna analisi approfondita sulla efficienza statica degli edifici a partire dalle fondazioni.
Il censimento non fu condotto dai tecnici della Protezione civile regionale bensì da una società privata, la Collabora, nel cui capitale entrarono prima la provincia e successivamente la regione. “Effettuammo i rilevamenti grazie all’opera di 50 squadre di tecnici formate da due uomini ciascuna. La nostra però era una società di servizi. Non potevamo fare alcuna verifica di agibilità perché i nostri tecnici non erano ingegneri. Riportarono la presenza di lesioni nelle schede senza fare alcuna valutazione di resistenza al rischio sismico” racconta Vittorio Ricciardi, che all’epoca dell’indagine era direttore generale e amministratore delegato della Collabora. “Il nostro era un lavoro di ricognizione e censimento degli edifici sul territorio al solo scopo di creare un’anagrafe dell’immobile”.

L’indagine iniziò nel 2002 e terminò nel 2005, furono individuati 1.400 edifici scolastici e 1.100 edifici strategici. Soltanto a quel punto sarebbe stato possibile procedere a verifiche che interessassero finalmente gli edifici pubblici in termini di stabilità e sicurezza.
“Alla regione spettava il compito di effettuare il censimento, che oltretutto fu inviato su supporto informatico a tutti i proprietari degli immobili. Spettava la programmazione delle risorse messe a disposizione dal dipartimento della Protezione civile nazionale e dalla stessa regione per le verifiche statiche successive. Delle verifiche e delle attività di messa in sicurezza la legge ha stabilito che a occuparsene siano i proprietari in prima persona” spiega Caputi.
Nel caso degli edifici scolastici, si tratta delle province per quanto riguarda gli istituti superiori e dei comuni per le scuole elementari e secondarie. “I primi fondi si resero disponibili a metà del 2005. Furono reperiti 5326 milioni di euro, una briciola rispetto alle esigenze” precisa l’ingegnere. Finanziamento, che a partire dal 2006, fu utilizzato per le verifiche di 180 edifici e 100 ponti. A oggi sembra che ne siano state svolte soltanto 70.
“Il cambiamento della normativa antisismica del 2003 ci creò il problema di formare ingegneri che fossero in grado di sottoporre gli edifici ad analisi sismica con le nuove norme vigenti” ricorda Caputi.

Pochi mesi dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia venivano fornite nuove indicazioni tecnico-normative per la costruzione o la verifica in zona sismica. Altri criteri, stavolta europei, definivano le azioni da utilizzare nei progetti, precisando da ultimo anche le caratteristiche dei materiali da mettere in opera. Una normativa che è stata prorogata a più riprese e che ancora non è entrata in vigore.
“L’intera attività di messa in sicurezza degli edifici e delle infrastrutture coinvolge una filiera che va dallo Stato alle amministrazioni regionali e provinciali. Manca la capacità delle amministrazioni di garantire, a questo fine, un flusso continuo di risorse nei bilanci dello Stato e degli enti locali. Manca la consapevolezza di quanto prevenire sia meglio che curare. Da queste mancanze si è generato il dramma di casa nostra” lamenta Caputi.
Fra gli edifici già verificati in base alle nuove norme c’è quello occupato dalla prefettura dell’Aquila. La scheda indicava una previsione di sicurezza pari al 30 per cento, dunque una soglia di rischio molto alta. Sarà la procura a indagare e decidere se il mancato consolidamento dell’edificio sia responsabilità dell’amministratore provinciale. “Non è un mistero per nessuno che i fondi a disposizione della regione non sono commisurabili alle esigenze. Agiamo privilegiando le urgenze. È ipocrita invocare gli interventi se non ci sono le risorse per attuarli” conclude amaro Caputi.

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Il 29 Aprile 2009 alle 10:32 Il Papa in Abruzzo: “Ora case solide, anche per rispetto ai morti” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Terremoti, quel rapporto di 10 anni fa che fa tremare l’Italia “Avevamo visto giusto, è servito a poco” - Terremoti d’Italia: ma quelle mappe sono affidabili? - Lo SPECIALE di Panorama.it [...]

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