Archivio di Aprile, 2009

Non è un asse esplicito, ma Pd e Pdl dalla stessa parte della barricata (sul sostegno al referendum abrogativo della legge elettorale) preoccupano gli altri partiti. Berlusconi lo appoggia esplicitamente e per tutta risposta la Lega chiede al Pd di ripensarci. Franceschini dice che il premier “umilia la Lega” ma non sembra voler ritirare il suo Sì alla consultazione. Attirandosi le critiche di tutti gli altri partiti (esclusa l’Idv, con Di Pietro che si è espresso più volte a favore) dall’Udc alla sinistra, da Paolo Ferrero (Prc) e da Pier Ferdinando Casini: ”Stanno costruendo un’autostrada, lastricandola a favore di Berlusconi”, dice il leader dell’Udc.
La dichiarazione del Cavaliere “certo che voterò sì al referendum, non sono masochista”, insomma, muove le carte in tavola. Dopo aver ceduto alla Lega che voleva cambiare la data dei quesiti referendari per non accorparla alle europee (alla fine si voterà il 21 giugno insieme ai ballottaggi delle amministrative), il premier ha dato un dispiacere all’alleato. La tentazione è troppo forte: con la legge elettorale che uscirebbe dal referendum approvato, la maggioranza andrebbe al primo partito, in questo momento quasi certamente il Pdl. Così oggi il ministro Maroni ha tentato di portare Franceschini dalla sua parte: ”Mi pare evidente dopo la dichiarazione di ieri di Berlusconi a chi convenga quella consultazione: ora mi aspetto che il segretario del Pd, Dario Franceschini, ripensi a quanto finora dichiarato e cioè che sosterrà il referendum”. Questo sì, ha spiegato Maroni, ”mi sembrerebbe un atto masochista da parte del leader del Partito democratico”. Quanto alla Lega, ha ripetuto, ”la nostra posizione è di contrasto netto ai contenuti del referendum e mi aspetto che anche la sinistra si ravveda perché da ieri è chiaro a chi giova e a chi non giova quella consultazione”. La posizione di Berlusconi, per il ministro dell’Interno, è ‘’saggia dal suo punto di vista. Dice che non è masochista. Ma se il referendum portasse a una nuova legge elettorale, sarebbe inevitabile trarne le conseguenze”. Conseguenze che potrebbero farsi sentire nelle elezioni regionali e amministrative al nord, dove la Lega potrebbe anche andare da sola.
La Lega non è sola nell’opporsi al referendum: tutti i partiti che rischiano di scomparire sotto la soglia dell’ 8% si augurano che fallisca. E anche nell’altro grande partito, il Pd, ci sono diverse sensibilità: Franceschini ha appoggiato il referendum e auspica che possa portare alla discussione di una nuova legge elettorale, ma altri come Rutelli hanno già messo in guardia: “Non consegnamo il paese a Berlusconi”. E la senatrice Pd Anna Finocchiaro attacca il premier: “Purché gli convenga, si fa qualunque cosa. Non conta quello che si è detto due giorni prima, si dimentica il fatto di avere travolto il Mattarellum con questo Porcellum. Si disfa tutto - ha concluso Finocchiaro -purché gli convenga: questa è la sua filosofia”.
LEGGI ANCHE: L’Abc del referendum elettorale - Il Senato approva: il Federalismo fiscale è legge
Sembrava un incidente come tanti. Un cittadino romeno che cammina lungo i binari, non lontano dal campo dove probabilmente vive. Scivola, forse a causa della pioggia, viene investito dal treno e muore. Ma dopo poche ore, quasi per caso, i carabinieri di Milano si imbattono in quello che si dichiara il suo assassino. Raccontando una storia di intolleranza e violenza.
La morte di Marian M., romeno di 39 anni incensurato, risale appunto a lunedì verso le 21. Si credeva fosse stato investito dal treno che da Porta Genova va a Pavia, vicino alla stazione San Cristoforo, periferia sud della città. La Polfer era intervenuta e, non trovando testimoni, aveva ipotizzato l’incidente. Verso le 22.30 però un passante ha chiamato i carabinieri della compagnia di Porta Magenta per una rissa: aveva visto un gruppo di romeni della baraccopoli di viale Carlo Troja armati di bastoni.
Uno dei militari ha notato sopra il ponte della ferrovia un cittadino egiziano inginocchiato a pregare e gli ha chiesto se avesse visto la rissa. Quest’ultimo, un 25enne clandestino senza precedenti penali che fa il manovale, ha cominciato a inveire contro i romeni e ha dichiarato di averne appena ucciso uno. Lentamente il carabiniere lo ha convinto a raccontare tutta la storia, che poi l’egiziano ha ripetuto anche davanti al pm. Ed è stato fermato per omicidio.
Secondo la versione dell’egiziano, Marian M. lo aveva visto pregare inginocchiato e lo aveva preso a calci, insultando lui e tutti i musulmani. Il 25enne, fervente islamico, ha reagito con un pugno e, al passaggio del treno, lo ha spinto volutamente contro una carrozza. Il romeno ha battuto la testa ed è morto sul colpo. In caserma il fermato ha chiesto di potersi lavare e di poter cambiarsi i vestiti. Poi ha pregato tutta la notte.
- Tags: affari, analisi, appalti, camorra, Così-Cosa-nostra, Lombardia, mappa, ndrangheta, Ros, Sco, tangenti
-

La conferma? L’indagine che venerdì 24 aprile ha portato all’arresto di due boss di Gela che, oltre ad architettare un attentato contro il sindaco gelese Crocetta, imponevano il pizzo alle aziende siciliane con lavori nel nord Italia (qui l’intervista all’imprenditore che ha denunciato i due boss). Conferma di che?
Di un dato impressionante. E cioè che in Lombardia Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta si sono “spartite” città e comuni e hanno siglato accordi di “non belligeranza” con le altre mafie etniche: romene, albanesi, nigeriane e cinesi.
Secondo l’analisi effettuata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, la presenza più massiccia nel capoluogo lombardo è senza dubbio quella della ‘ndrangheta: le cosche calabresi si sono insediate nei comuni dell’hinterland di Milano e poi successivamente negli affari del capoluogo lombardo: dalla movimentazione della terra, al narcotraffico, dalla gestione delle imprese edili e agli appalti pubblici. “Sono piccoli gruppi omogenei, propaggini delle ‘ndrine calabresi al Nord dove spesso trovano protezione anche i boss in fuga dai territori d’origine ” specifica il tenente colonnello Roberto Pugnetti, comandante Reparto Analisi del Ros dei Carabinieri “è una struttura sociale utilizzata anche i clan camorristi”
Nei comuni di Buccinasco e Cernusco sul Naviglio si sono insediate le cosche storiche calabresi: i Talia, Bruzzaniti, Barbaro e Papalia.
A Lecco, la potente cosca dei Coco Trovato mentre a Monza spiccano i clan Mancuso e Arena. Le indagini e le operazioni della Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza hanno evidenziato a Varese il dominio delle cosche catanzaresi e quella dei Farao Marincola mentre a Brescia e Bergamo quella dei Bellocco di Reggio Calabria.
Differente è metodo utilizzato da Cosa nostra per impossessarsi di un territorio: “La mafia siciliana utilizza singoli uomini d’onore attraverso i quali reinveste capitali e ricicla denaro sporco nel territorio da conquistare. In questo modo è più difficile, per gli investigatori, localizzare il mafioso” continua il colonnello Pugnetti. Fanno eccezione, in Lombardia i comuni di San Donato Milanese, dove quasi i due terzi degli abitanti sono originari di Gela e quello di Busto Arsizio, in provincia di Varese. In questi territori vivono affiliati ai clan Emanuello, di cui facevano parte anche i boss La Rosa e Trupia e i Rinzirillo.
“Anche in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana le organizzazioni criminali sono riuscite ad infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico gestendo il narcotraffico, piccole imprese edili e appalti pubblici” spiega Raffaele Grassi, Direttore della I° Divisione dello Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato “una presenza che è aumentata per la crisi economica che stiamo attraversando in questo periodo; Le organizzazioni criminali, infatti, dispongono di denaro contante che in questo periodo necessita alle aziende in crisi”.
La Regione al nord con la maggiore presenza di organizzazioni criminali dopo la Lombardia è l’Emilia Romagna;
A Modena è stata registrata la presenza di esponenti legati ai clan dei Casalesi così come a Reggio Emilia e a Parma. In queste ultime due città, assieme a quella di Piacenza, ci sono anche potenti ‘ndrine calabresi. “La Liguria, invece è considerata sia dalla camorra (clan Ascione) che dalla ‘ndrangheta uno snodo fondamentale per il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal sud America” spiega Grassi “i corrieri dalla Spagna attraversano la Francia e entrano in Italia .
In modo marginale anche la Toscana è nel mirino delle organizzazioni criminali: cosche di Reggio Calabria (i Condello) si sono insediate sia lungo la costa tra Viareggio, Lucca e Livorno che a Firenze (Farao Marincola). Pur essendo Regione economicamente appetibile sembra rimanere al di fuori degli interesse delle organizzazioni criminali, il Veneto. Nonostante molte aziende campane abbiano trasferito le loro attività nel Nord Est, come spiega il comandante Pugnetti, non sono stati registrati o denunciati casi di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. ” Il Veneto a differenza delle altre realtà del Nord Italia, ha aziende importanti ma per la maggior parte ancora a conduzione familiare” puntualizza Raffaele Grassi “quindi molto più difficili da controllare e da gestire da parte delle organizzazioni criminali in trasferta”.
LEGGI ANCHE: L’intervista all’imprenditore che si è ribellato al pizzo
- Tags: acquedotto, affari, clan, Cosa-Nostra, Emmanuello, Gela, imprenditore, Milano, pizzo, sindaco, tangente
-

A Milano come a Gela: se vuoi lavorare devi pagare il pizzo a Cosa nostra.
I boss Maurizio La Rosa e Maurizio Trupia, legati al clan Emanuello, arrestati venerdì scorso dalla Squadra mobile di Caltanissetta, imponevano il pagamento del pizzo agli imprenditori siciliani che si aggiudicavano appalti pubblici nelle città del Nord Italia. Ed in particolare nel capoluogo lombardo.
“A niente serviva lasciare la terra d’origine e cercare lavoro altrove perché a Cosa Nostra le ditte siciliane erano costrette a pagare comunque il 2 o il 3 per cento di ogni appalto pubblico vinto’fuori’ dall’isola”, puntualizza il questore di Caltanissetta, Guido Marino.
Cesare (nome di fantasia), originario di Gela, due anni fa si è aggiudicato un appalto da 3 milioni e 300 mila euro per la manutenzione dell’acquedotto di Milano e di alcuni comuni confinanti. Lui come altre decine di imprenditori, per mesi, ha dovuto subire i ricatti e le intimidazioni dei boss gelesi La Rosa e Trupia. Ma ha avuto il coraggio di reagire, di denunciare i suoi estorsori e di collaborare con gli investigatori.
A Panorama.it ha parlato delle richieste dei boss e ha spiegato come è riuscito a farli arrestare “lavorando” fianco a fianco con la Polizia di Stato.
Quando sono iniziate le prime richieste di pizzo?
Dopo pochi mesi che avevo vinto l’appalto. Mi sono aggiudicato la gara a fine luglio 2007 e a gennaio del 2008 per la prima volta è venuto a trovarmi Trupia. Mi ha chiesto un “regalo”. Non ha parlato di cifre ma era chiaro che voleva un anticipo sulla percentuale che Cosa nostra pretende dagli imprenditori come me. Ha saputo del mio nuovo lavoro a Milano e voleva il tre per cento dei tre milioni e 300 mila euro, il valore dell’intero appalto.
Lo ha denunciato subito?
No, ho aspettato alcuni mesi. Poi, ho parlato con i miei familiari e abbiamo deciso che dovevamo mettere la parola fine a questi ricatti. Ogni volta che io tornavo a casa, a Gela, lui o l’altro (Trupia, ndr) suonavano alla porta di casa. Sono venuti circa cinque o sei volte e in ogni occasione mi ripetevano che mi avrebbero aiutato nel mio lavoro, mi avrebbero agevolato con le ditte per i subappalti e mi avrebbero ‘protetto’ i mezzi . Sono vent’anni che faccio questo lavoro e per vent’anni sono stato costretto a pagare percentuali a questo o quel clan se volevo lavorare tranquillo.
Quando si è rivolto alla polizia?
A marzo 2008. Adesso è più di un anno che collaboro con le Forze dell’ordine. Mi sono presentato in Questura a Caltanissetta e al dirigente della Squadra mobile ho raccontato tutto: nomi, fatti, luoghi.
È stato minacciato con una pistola?
No, mai. Loro non vengono mai con le pistole. Tutti gli imprenditori siciliani lo sanno che i boss, quelli veri, non vengono mai armati. Se tu non paghi con i soldi, paghi con la casa, con le proprietà, con gli affetti o con la vita.
Quando sono venuti l’ultima volta a chiederle i soldi?
A Pasqua. Questa volta è venuto Trupia. “Vedi di metterti a posto per le festività pasquali” mi ha detto, visto che per Natale non ero venuto a Gela e lui non aveva avuto modo di chiedermi la tangente. Ero rimasto volutamente a Milano.
Quanti soldi le ha chiesto?
Mi ha chiesto quindici mila euro. Io ho preso tempo. Riesco a far trascorrere alcuni giorni. Intanto parlo con la polizia e il magistrato. Poi lui ritorna all’attacco: alle 4 di un venerdì pomeriggio, ci incontriamo con La Rosa e mi dice di portare i soldi, in contanti, in un bar del centro di Gela per le ore 20.
E lei?
Ho detto che non potevo trovare tutti quei soldi a quell’ora del pomeriggio: le banche sono chiuse. La Rosa, di risposta, mi ha anticipato l’orario alle 19. E poi è scattata l’operazione della polizia. Ho registrato tutti gli incontri che ho avuto con La Rosa e Trupia, e poi li ho consegnati agli investigatori.
Lei ha appalti milionari anche a Torino e Gorizia. Adesso non ha paura?
Tranquillo non sono ma ho piena fiducia negli investigatori e nello Stato. Mi seguono in ogni mio spostamento e mi proteggono. Certo, non escludo, che qualcun altro suoni alla mia porta a chiedermi nuovamente il pizzo.

A pensarci bene poteva capitare solo a Napoli, città del genio partenopeo e capitale delle nostrane contraddizioni. In piena recessione qualcuno risale il fiume della crisi e con un certo coraggio assume decine, centinaia di persone. Che ciò accada proprio ora e a Napoli è già un mezzo miracolo. Ma la notizia è che ad assumere è Alfredo Romeo, finito in carcere per un paio di mesi nell’inchiesta sugli appalti per la gestione del patrimonio immobiliare pubblico e la manutenzione delle strade. Questo sebbene le sue aziende, che si occupano di servizi e della valorizzazione degli immobili, con 160 milioni di fatturato e 25 di utili, siano in amministrazione giudiziaria. A comandare sono cioè i giudici del tribunale di Napoli che hanno nominato tre amministratori per traghettare le aziende durante la doppia tempesta, economica e giudiziaria.
“Abbiamo trovato una realtà produttiva ben organizzata e strutturata” conferma Lucio Spanò, amministratore giudiziario, “con processi organizzativi e sistemi di controllo efficaci ed efficienti. Questi riscontri positivi emergono chiaramente anche dalla bozza di bilancio 2008, di prossima approvazione, e dal bilancio preventivo 2009, i cui dati evidenziano risultati con la tendenza degli ultimi 5 anni e in continuo aumento; un dato particolarmente soddisfacente se lo si colloca nella attuale situazione di crisi economica”.
In calendario, quindi, nuove assunzioni: “Il gruppo ha attualmente 356 dipendenti, con una percentuale del 78 per cento di laureati o in possesso di abilitazioni e un’età media di 34 anni; per il 30 per cento sono donne. Di questi, 136 sono stati assunti negli ultimi 12 mesi. Anche questo un dato anomalo, considerato il periodo di crisi che ha visto un aumento del 900 per cento di ricorso alla cassa integrazione”. Più di un terzo dei dipendenti è stato quindi preso a contratto in piena inchiesta Global service.
I nuovi assunti vengono impiegati soprattutto nel ramo ospitalità, che è in sviluppo. La Romeo Alberghi entro fine anno dovrà raddoppiare i dipendenti, senza considerare che nuove convenzioni, come quelle con la Consip sanità, determineranno altre selezioni del personale.
Non è l’unica singolarità del pianeta Romeo. Molti suoi concorrenti non scommettevano un centesimo sulla tenuta del gruppo, convinti che il castello del “re” di Napoli crollasse con l’immobiliarista rinchiuso a Poggioreale. Invece i delegati della magistratura si sono ritrovati un’azienda dai conti in regola e dalle prospettive interessanti. “Non ci risulta in alcun modo in discussione l’efficienza operativa delle società” prosegue Spanò. “In questi mesi abbiamo mantenuto vivi e costanti i rapporti con le pubbliche amministrazioni committenti, ricevendo riscontri sicuramente positivi. Basti pensare che dal ministero dell’Economia ci è pervenuta una lettera di apprezzamento e ringraziamento per le attività di servizio svolte durante il G7-G8 Finance ministers meetings 2009 che si è tenuto a Roma il 13 e 14 febbraio scorsi”.
Quanto accade in azienda e per le assunzioni segue un po’ la legge del contrappasso. A Napoli il lavoro è sacro e ben remunerato. Negli anni di Tangentopoli per essere assunti in un’azienda pubblica c’era un preciso tariffario che bisognava seguire per l’ambito posto. Oggi, ritiene la procura di Napoli, le cose sono cambiate.
Romeo è andato in carcere, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla corruzione, proprio perché secondo l’accusa in comune e provincia venivano aggiustati i bandi delle gare secondo i suoi desiderata in cambio della promessa di posti di lavoro.
I pubblici ministeri Raffaello Falcone, Vincenzo D’Onofrio e Pierpaolo Filippelli, che proprio in questi giorni stanno concludendo la requisitoria nel processo che si celebra con rito abbreviato, nei singoli capi d’imputazione indicano come “parte” dell’accordo criminoso “la promessa di ricevere (…) altre utilità consistite nell’assunzione di manodopera da lui segnalata”. Ma se si vanno a confrontare i nominativi dei raccomandati con quelli in pianta organica delle aziende, non se ne trova nemmeno uno. In altre parole: Romeo magari al telefono assicurava, prometteva, garantiva pur di rendere più incisiva un’asfissiante attività di lobbying, ma poi, a conti fatti, il direttore del personale Stefano Petrucelli valutava i curricula in autonomia. E respingeva. A eccezione del padre di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa nel 2004 dalla camorra.
Non è certo questo un elemento che ridimensioni la sostanza dei fatti, sui quali si pronunceranno i giudici, ma di certo a Napoli si assiste sulla vicenda Romeo a una singolare rincorsa. Da una parte la procura sta cercando di portare nuovi elementi (è annunciata un’ulteriore informativa su fatti inediti), dall’altra tra giudizi di riesame e Cassazione i pubblici ministeri stanno perdendo pezzi rilevanti del loro quadro accusatorio. La suprema corte, per esempio, qualche mese fa ha escluso il reato di turbativa d’asta per il capo d’imputazione che coinvolge Mario Mautone.
I giudici hanno annullato l’accusa perché non ci possono essere accordi criminosi su un’asta per la quale mai è stato pubblicato il bando. Una linea di diritto che si riflette non solo sugli altri indagati, ma soprattutto sugli altri episodi di presunti accordi su gare mai eseguite. A iniziare da quella sulla manutenzione e la refezione nelle scuole per 20 milioni di euro.
Invece sull’appalto per la manutenzione della rete stradale della provincia di Napoli un’ipoteca potrebbe essere costituita dal fatto che le aziende di Romeo nemmeno potevano partecipare alla gara.
“La contestazione è chiaramente smentita” sostiene l’avvocato Stefano Cianci, difensore di Romeo, “dalla circostanza che le società riconducibili al mio assistito non avevano i requisiti per partecipare alla gara né vi hanno partecipato, trattandosi nella sostanza di appalti di lavori e non di servizi”.
Traballa anche l’accusa di turbativa d’asta per l’affidamento della manutenzione degli impianti termici, esclusa prima dal gip poi dal riesame.
L’altro filone è quello della corruzione, ma anche qui sembra mancare la prova decisiva: la classica tangente. L’unico passaggio di denaro è quello di 18 mila euro dalle società di Romeo al conto corrente della fondazione ’A voce de’ criature del parroco anticamorra don Luigi Merola. Ma condannare qualcuno per beneficenza, in Italia, non si è mai visto. Almeno finora.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
Persino in aeroporto, a Seul, si fatica a comunicare in inglese. I tassisti, a quanto pare, non recepiscono nemmeno il nome dell’albergo, benché sia quello di una delle catene più note del mondo. Una sola parola, fra quelle usate, viene capita. Ed è italiana: Prada.
Il messaggio è chiaro: qui la casa italiana ha lasciato il segno. E non solo con le borse. Si è insinuata nel vissuto coreano attraverso il più sottile veicolo della cultura contemporanea. Il grosso e curioso colosso mobile chiamato Transformer, inaugurato qui lo scorso aprile dalla Fondazione Prada per contenere mostre ed eventi, ha avuto più successo del previsto, tanto da essere incluso fra le tappe del programma del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la sua ultima visita in Oriente. Incoraggiante consacrazione per Patrizio Bertelli, presidente della fondazione e amministratore delegato del gruppo, che non smette di investire nella cultura.
L’aria non è delle migliori: insieme a quello della moda, anche il mercato dell’arte soffre la crisi. E’ sicuro che valga la pena andare avanti?
Investire, anche solo mentalmente, in cultura contemporanea vuol dire dedicarsi a conoscere il mondo: dal punto di vista estetico, sociologico, politico, ambientale. L’arte aiuta a capire gli elementi che compongono e modificano il quotidiano: entri nella testa dei giovani. Non è poco per chi crea moda, è come avere un sismografo che ti avvisa prima che le cose diventino obsolete.
Per essere così irrinunciabile il costoso sismografo darà pure un profitto.
Certamente. Rende dando appeal al marchio. Ma non è un risultato così cercato. Non è che un giorno abbiamo deciso di dover guadagnare con la cultura. Dal 1993, piano piano, abbiamo assecondato una passione, quella mia e di Miuccia per l’arte. Oggi chi pensa a Prada, persino qui a Seul, pensa anche all’esperienza della bella mostra che ha visto, associando l’azienda a una realtà attuale e multifunzionale.
La produzione di moda e l’attività della fondazione sono ormai due facce della stessa medaglia. Non sarà pericoloso, in vista della eventuale quotazione in borsa, legarvi a un mercato tanto imponderabile quale quello dell’arte contemporanea?
Di imponderabile qui c’è poco. Le attività della fondazione oggi fanno parte di un preciso piano di comunicazione, gestito come un tutt’uno con quello del gruppo. I conti sono molto chiari. Detto questo, nelle nostre strategie do poca importanza al consenso altrui.
Sarebbe a dire?
Da sempre siamo un’azienda propositiva, in cerca di nuove strade, non solo estetiche. Il consenso e la prevedibilità sono la negazione della cultura. Non va preteso il consenso, semmai accolto quando arriverà.
Come è stato per Alberto Burri e Lucio Fontana.
Si paragona a due artisti?
Voglio dire che all’applauso, alla consacrazione di una collezione, di una strategia o di un’opera, ci puoi arrivare anche dopo. Come è stato per i due artisti, apprezzati cinquant’anni dopo la loro opera. Se tu agisci in cerca di consenso sopprimi la tua libertà espressiva. Miuccia e io non ci siamo mai riusciti, non lo faremo certo ora.
Alla crisi avete risposto con l’apertura, negli ultimi due anni, di 68 negozi nel mondo. Cos’altro c’è nella sua ricetta?
Non ho ricette. Questo è quello che ho fatto io. Qualcuno ha cercato il consenso immediato abbassando i prezzi o cambiando stile. Noi seguiamo le nostre strade, magari inesplorate. Lo dimostra la vicenda del Transformer di Seul: quella struttura temporanea era un punto di domanda anche per noi, però ha dato risultati in termini di visite e di ritorno di immagine molto superiori alle aspettative. L’arrivo del presidente della Repubblica dà ragione al mio ottimismo.
Non è facile, specie per chi lavora nel vostro ambiente, essere tanto positivi…
Non è nemmeno sano proseguire con questo nichilismo mentale che si traduce, nella pratica, in autolesionismo. Sono questi i primi mali dell’Italia. Il nostro è un grande paese, non così scalcinato come a qualcuno piace dire.
Banche come Unicredit e Intesa Sanpaolo, per fare un esempio, sono tra le prime cinque d’Europa. Dobbiamo smetterla di farci la guerra e piangerci addosso: affrontiamo i problemi senza l’invidia strutturale del mondo della moda.
Quali sono, secondo lei, i problemi che ha la moda italiana?
Siamo costretti da due necessità: per sopravvivere dobbiamo crescere in dimensioni e internazionalizzarci. Contestualmente è fondamentale che manteniamo una manodopera di superqualità. Per tutto questo servono tanti soldi, ma manca il sostegno. Anche il governo dovrebbe starci più vicino.
E’ presidente della fondazione e parla di arte da intenditore: dove ha sviluppato la sua competenza?
Non sono un competente, ma uno che l’arte cerca di capirla da sempre. Sono aretino e da noi, alle elementari, il premio era andare a vedere la pieve. Con l’arte in Toscana ci cresci. Poi, grazie alla passione e all’aiuto di amici come Germano Celant (direttore artistico della Fondazione Prada, ndr), ho imparato qualcosa in più.
Che cosa l’appassiona in particolare?
Una volta seguivo solo la pittura, poi ho imparato a capire le installazioni, ora, anche secondo il mercato, è il ritorno delle tele.
Vanno tenuti d’occhio i cinesi. Ma questo è il territorio di Miuccia.
Vuole dire che lei non mette becco nella selezione degli artisti che decidete di sostenere con la fondazione?
Niente affatto. Miuccia e io condividiamo tutte le scelte in merito ai talenti che decidiamo di coprodurre. Però, in linea di massima, ci siamo divisi gli ambiti: lei è specializzata in arte contemporanea, che è pure più complicata. Io seguo quella moderna e l’architettura. Penso agli architetti come a dei filosofi: me li vado a cercare, a conoscere. Rem Koolhaas (che ha disegnato il Transformer, ndr) l’ho scovato io, 15 anni fa, bussando alla porta di casa sua.
Quali sono i suoi architetti preferiti?
Un genio, anche lui un po’ incompreso, è Oscar Niemeyer. La sua Brasilia, immersa nella natura, è quasi fantascientifica. Potrebbe essere un modello per i nuovi centri dell’Estremo Oriente. I prossimi progettisti da tenere sott’occhio, poi, saranno quelli che lavoreranno alla nuova Las Vegas: finita l’epoca della cartapesta scenografica, vogliono rendere quella città moderna e reale.
Gira il mondo in lungo e in largo. Perché la decisione di collocare il Transformer proprio a Seul, in Corea?
L’Asia è il futuro. E Seul, molto vivace in ambito artistico, poteva essere un piccolo test per entrare e conoscere quel continente. Tuttavia, per me non c’è più una piattaforma privilegiata su cui puntare. Oggi che è tutto accessibile, il mondo va visto per intero.
Quali sono i prossimi progetti della fondazione?
Aspettando la nuova sede di Milano, stiamo pensando al futuro del Transformer. A breve verrà smontato: stiamo valutando di portarlo in Italia, forse a Roma, per installarlo vicino a un monumento antico come è stato qui a Seul.
Chiude un museo, resta un negozio. Parte arte, arriva moda. Cosa rimane di Prada in Corea? Cosa porta Prada nel mondo?
Qui come altrove sentiamo l’orgoglio e la responsabilità di portare l’Italia intera. Sono felice di mostrare che non siamo così malmessi come qualcuno racconta. Anche se il momento è difficile, l’Italia sa e deve ancora esprimere l’eccellenza del suo pensiero.
Sotto la pioggia battente, a lato di un viale trafficato, probabilmente prima che facesse buio. Ieri qualcuno ha parcheggiato in modo accurato una Hyundai blu, l’ha chiusa a chiave e si è allontanato senza dare nell’occhio. Dentro l’auto il cadavere di una donna, seminudo, sporco di sangue e adagiato tra i due sedili. Si aggiungono elementi sulla morte della 69enne trovata morta nella sua macchina in viale Sarca a Milano, alla periferia nord della città. Ma i nuovi tasselli non chiariscono la vicenda. “È un rompicapo”, ha detto il capo della Squadra mobile, Francesco Messina.
Alla Mobile sono ormai certi che si tratti di omicidio. La vittima è Maria Procacci, vedova benestante e senza figli, nata a Bologna ma residente a Milano, non troppo lontano da dove è stata ritrovata. Anche se il suo effettivo domicilio sarebbe un altro. La donna non ha precedenti penali e conduceva una vita definita dagli inquirenti “irreprensibile”. La polizia esclude sia il movente sessuale sia quello della rapina.
Si tratterebbe di un delitto d’impeto. La 69enne sarebbe stata uccisa nella sua macchina, ma non dove è stata trovata dopo che un passante, verso le 19, ha visto il corpo e chiamato i soccorsi. L’arma usata, che è sparita, sarebbe un oggetto contundente che le ha sfondato il cranio all’altezza della fronte. In macchina c’erano schizzi di sangue ovunque. Neppure le chiavi della Hyundai sono state trovate e il cane della vittima, un carlino, manca all’appello. La sua borsetta invece è stata rinvenuta, ma non in macchina.
Maria Procacci aveva addosso gli slip e una canottiera, niente vestiti e niente scarpe. I suoi familiari non avevano notizie di lei dalla sera di lunedì, quando era uscita di casa per l’ultima volta. Per questo la polizia sta cercando di ricostruire i suoi movimenti da quel momento. Ieri mattina doveva partire per una breve vacanza in Toscana. Non ci è mai arrivata e non era a casa propria, il fratello quindi si è rivolto preoccupato ai carabinieri. Per gli inquirenti il suo corpo è rimasto in viale Sarca per qualche ora prima di essere visto, forse dal primo pomeriggio.
L’ora della morte non è ancora stata stabilita, si attente l’autopsia. La pioggia e l’umidità inoltre potrebbero aver cancellato molte tracce utili alla indagini. La polizia sta ricostruendo, anche grazie alle telecamere nella zona, il percorso fatto dalla donna per arrivare in viale Sarca. E fa ricerche sull’attività e le amicizie di Maria Procacci. La donna aveva un ex compagno, un italiano di 57 anni, da cui si era separata l’estate scorsa. L’uomo è stato interrogato.
“Non ci sono sospettati, è troppo presto”, spiega Francesco Messina. Anche a casa della vittima, chiusa a chiave, era tutto in ordine. Maria Procacci amministrava il patrimonio immobiliare ereditato dal marito. Probabilmente lunedì sera si è incontrata con qualcuno che conosceva, ma non è detto che sia rimasta con lui (o lei) fino al momento in cui è stata uccisa. In macchina aveva l’occorrente acquistato per portarsi il cane in vacanza, mentre le valigie per sé erano ancora a casa. Ma perché l’assassino ha rischiato di essere visto girando per la città (anche se probabilmente non ha fatto molta strada) con un cadavere in auto? Forse era più grande per lui il pericolo di lasciarlo lì dove è avvenuto l’omicidio.

Non ci sta il Cavaliere. E nella polemica mediatica scatenata sulle presunte candidature al femminile del Pdl per la prossime europee, risponde così: “È molto chiaro, c’è una manovra montata dalla stampa di sinistra e dall’opposizione sulle nostre liste con notizie assolutamente infondate”, ha detto ai giornalisti a Varsavia, a margine del congresso del Partito Popolare Europeo, al quale prende parte per l’Italia anche Pier Ferdinando Casini..
E sulle critiche alla composizione delle liste del Pdl alle europee, venute anche dalla moglie Veronica Lario, il premier ha aggiunto: “Anche la signora ha creduto a quello che hanno messo in giro i giornali, mi dispiace”. E sulle polemiche in famiglia il Cavaliere risponde così: “Toccato? No, i miei figli mi voglio un bene dell’anima e credo di essere il più amato dei genitori. Tutto qui”.
Quindi il premier non si scoraggia. Anzi, è un fiume in piena e si dice convinto che questa manovra si trasformerà in un “boomerang” per la sinistra stessa, “quando verranno fuori le liste”. Di qui, una precisazione sul modo cha ha il Pdl di fare le liste: “Noi vogliamo rinnovare la nostra classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni e che magari non siano maleodoranti e malvestite come altri personaggi che circolano nelle aule parlamentari candidati da certi partiti”. Poco dopo il premier torna all’attacco: “Farò la campagna elettorale con a fianco queste cosiddette veline e loro parleranno insieme a me e diranno quali sono i loro titoli di studio e che cosa hanno fatto fino adesso”.
E, a quesrto punto, Berlusconi prende la palla al balzo contestando totalmente “il mezzo di azione nella nomina dei candidati alle europee” usato finora e “imposto dalla sinistra”. I candidati per le europee, spiega meglio il premier da Varsavia, “molto spesso sono vecchi arnesi della politica che liberano il campo in Italia per andare in pensione in Europa soltanto interessati al compenso e molto spesso assenteisti”. Un criterio che il Pdl vuole completamente rinnovare, spiega il premier.
Poi, il Cavaliere aggiunge: “Credo che gli italiani possano giudicare con quali giornali di sinistra ci troviamo a che fare. Giornali che chiameremo con il titolo di ‘Disinformatia’”.
Ma di quali noi si tratta? Eccoli: Barbara Matera, Lara Comi e Licia Renzulli. Sono queste le tre “facce nuove” nelle liste Pdl alle Europee. A spiegarlo è lo stesso Berlusconi, conversando con i giornalisti: “Queste tre le porterò sul palco con me e le lascerò parlare. Lo schema di ogni comizio sarà questo” spiega il presidente del Consiglio. Il seminario che si è tenuto in via dell’Umiltà “non era per aspiranti parlamentari europei, ma per assistenti al parlamento europeo. Sapete che lì si guadagna 15mila euro e un assistente può prenderne 3 o 4″.
Il presidente del Consiglio sottolinea anche che il seminario è stato organizzato dal ministro degli Esteri Frattini: “Non dovevano andare” aggiunge Berlusconi “tutte queste ragazze ma si sono passate la voce quelle dei vari club. Erano comunque tutte ragazze normali”.
Altra questione, altra piccata replica del Cavaliere. Stavolta tocca alla partecipazione di Berlusconi a una festa di compleanno di una diciottenne napoletana. La cosa non è piaciuta a Veronica. E al premier tocca spiegare: “Avrò fatto non so quante foto, la mia partecipazione mi era stata chiesta da una famiglia a cui sono legato da diversi motivi nel passato. Sono passato perché dovevo partecipare a una riunione politica a Napoli, volevo fare solo un brindisi e sono rimasto perché tutti mi hanno chiesto di farsi delle foto con me. Anche questa strumentalizzazione è veramente assurda e contro la realtà”.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Europee, elezioni senza eletti - FareFuturo critica le candidature al femminile del Pdl - Veronica: sulle donne ciarpame senza pudore - Nel Pd, la lista dei “No, grazie”