- Tags: Ambrosiano, beneficenza, fondi, ior, milioni, monsignore, nabca, Paul-Marcinkus, Renato-Dardozzi, Santa-Sede, segreti, soldi, tangenti, Vaticano, vescovo
- 3 commenti

Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.
Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).
Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).
Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.
È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.
Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città, come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.
Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).
Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.
A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.
La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.

( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
- Domenica 17 Maggio 2009
Tutto sulla tragedia della Costa Concordia
La pirateria online è un furto?
Avetrana: video, articoli e foto esclusive
IL MEGLIO DEL 2011







LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie
Mostri della porta accanto
Il Governo Monti
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama








Lettere dal fronte dei nostri soldati














Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 18 Maggio 2009 alle 0:07 100spiare ha scritto:
Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano…
Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gesti…
Il 18 Maggio 2009 alle 1:35 pinorio ha scritto:
Il libro é sicuramente da leggere con molta attenzione. Chissá se i Monsignori dei Migranti lo useranno per i loro esercizi spirituali. Dopo, magari, pentiti, potranno vivere, per espiare, assieme ai clandestini detenuti a Malta, come segno di inclusione, condivisione, integrazione, partecipazione attiva, solidarietá e equitá di condizioni.
La povera chiesa migrante tra i migranti, invece che nel palazzo apostolico.
Il 2 Luglio 2009 alle 16:46 Whistleblower exposes Vatican Bank shenanigans ha scritto:
[...] Rome—When John Paul II became pope in 1978 he inherited a number of relationships that would later prove embarrassing for the Vatican. Entanglement with dubious financiers such as Michele Sindona and Roberto Calvi, would bring lasting discredit on the Catholic Church. The choice of such disreputable business partners – both had links to the mafia and were involved in ruinous bankruptcies – may have seemed justified at the time by the requirements of a clandestine global struggle against atheist communism. Both men were staunch anti-communists and members of Licio Gelli’s right-wing masonic lodge, P2. Some 30 years on, the memory of the financial scandals associated with the name of Paul Marcinkus, the Lithuanian-American archbishop who ran the Institute for the Works of Religion, the Vatican bank also known by its Italian acronym IOR, is beginning to fade. We were led to believe that a new broom, wielded by the lay banker Angelo Caloia, had since swept clean the premises of the IOR, housed in the medieval Bastion of Nicholas V. The Vatican, it was thought, had learned the painful lessons of the Marcinkus era. That assumption has been called into question by a new book, “Vaticano SpA” (Vatican Ltd), written by the Panorama reporter Gianluigi Nuzzi. A cavalier attitude to financial ethics continued well into the 1990s, with huge political bribes being laundered through the IOR and funds donated for charitable purposes being casually misappropriated by the bank’s administrators, according to Mr Nuzzi’s reconstruction. Mr Nuzzi’s allegations are based on internal IOR documents, more than 4,000 in all, that were smuggled out of the Vatican by a disgruntled employee. This unique violation of IOR confidentiality was made possible by an unlikely whistleblower: Monsignor Renato Dardozzi. An electronic engineer who held a top job at the state telecommunications company, Mgr Dardozzi was ordained priest at the age of 52. He worked in the IOR under Marcinkus, participated in the joint Vatican/Italian commission that examined the IOR’s role in the collapse of Mr Calvi’s Banco Ambrosiano, and witnessed Mr Caloia’s uphill struggle against the personnel and practices of the Marcinkus era. The chief exponent of the old guard appears to have been Monsignor Donato De Bonis, who served as secretary general under Marcinkus and perpetuated the latter’s administrative legerdemain under the new regime. In 1987, according to Mr Nuzzi, Mgr De Bonis set up the Cardinal Francis Spellman Foundation, with its own account at the IOR. Signatories on the account were De Bonis himself and Giulio Andreotti, the veteran Christian Democrat politician. During its first six years of operation the account received some 50 billion lire (€26 million) and paid out 43 billion. Though Dardozzi’s documents show that Andreotti and De Bonis were beneficiaries of the Spellman account, the internal IOR correspondence is coy of admitting as much. The Christian Democrat politician is often referred to cryptically as Omissis, while De Bonis goes under the codename Roma. Ownership of the account was clearly a sensitive matter. The choice of the virulently anti-communist Spellman as “patron” of the fund is interesting. The well-connected cardinal of New York earned the sobriquet “money-bags” for his fund-raising skills and he earmarked significant sums for Italy’s Christian Democrat Party during the cold war years. The Spellman fund seems to have been administered by De Bonis with promiscuous generosity. A variety of convents and clerics were to benefit, with payments ranging from the modest 1 million lire paid to five mother superiors, to the $50,000 sent to the auxiliary bishop of Skopje-Prizen, for the Albanian-speaking faithful, and the $1 million delivered to Cardinal Lucas Moreira Neves, the archbishop of Sao Salvador de Bahia in Brazil. There were also payments of a more personal nature: 100 million lire for one of Andreotti’s lawyers, $134,000 for a New York conference on Cicero sponsored by the former prime minister, and even a 60 million lire payment to Severino Citaristi, a former treasurer of the Christian Democrat Party convicted of corruption. In 1991 the account paid some 54 million lire in six instalments to Gioconda Crivelli, a jewelry and fashion designer who appears to have been a personal friend of Mr Andreotti. And a 5 million lire payment went at the same time to Monsignor Giuseppe Generali, described in an interview by Andreotti’s political colleague Walter Montini as Andreotti’s “spiritual guide”. “He was so close to Andreotti as to become the protector of his sons during the dark years of terrorism,” Montini said. How a churchman could perform such a function was not explained. Part of the massive Enimont bribe, paid to politicians to secure their approval for a reorganisation of the chemicals sector, was also bounced through the Spellman fund, according to Mr Nuzzi. But Mr Caloia and Mgr Dardozzi chose discretion over transparency when questioned about it by prosecutors from Milan. “Despite the full collaboration promised and publicised in the press, they limit themselves to referring only what can no longer be concealed,” Mr Nuzzi writes. Mgr Dardozzi’s documents reveal how the IOR leadership debated how much it was safe to reveal to the prosecutors. In a note to the cardinals’ oversight committee, Mr Caloia warned of the sensitivity of the issue. “Any leak would constitute a source of grave harm for the Holy See,” he wrote. “And that because the document outlines procedures and figures that – not being essential for the Milan prosecutor’s office – have not been transmitted.” The reserve was motivated, Dardozzi observed wryly in a note to the IOR’s chief lawyer, by the need to avoid “leading (the investigators) into temptation”. It is interesting to note that Mgr Dardozzi’s motive for turning whistleblower was not unalloyed disapproval of the IOR’s unethical conduct. His decision to smuggle his secret archive out of the Vatican sprang from anger at the institute’s refusal to pay him a commission on the sale of a valuable villa near Florence. The unusual monsignor wanted to leave the money to his adoptive daughter, whose health condition required expensive hospital treatment. Whatever the reason, Dardozzi’s archive offers an unprecedented glimpse of the inner workings of one of the world’s most secretive and unaccountable financial institutions. The idea that a noble end – winning the cold war or funding one’s favourite charity – justifies almost any means, still seems to endure at the pope’s bank in the Nicholas V Tower. The topic of the Vatican bank’s financial shenanigans continues to fascinate the Italian public. Despite negligible publicity in the press and on television, “Vaticano SpA” jumped to third place in the non-fiction rankings within 10 days of publication.http://blog.panorama.it/italia/2009/05/17/ior-parallelo-conti-segreti-in-vaticano/. ) [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.