
“Fattore D”, “Valore D”, quote rosa. Samantha Cristoforetti, 32 anni, tenente pilota dell’Aeronautica militare sarà la prima astronauta italiana della storia, ma nel nostro Paese l’occupazione e la leadership femminili non decollano. Da noi lavora solo il 46 per cento delle donne e la percentuale di partecipazione “rosa” ai cda delle società è del 4 per cento contro una media europea dell’11 e il tasso norvegese (grazie anche a una legge ad hoc) del 41 per cento.
Parte dalle aziende la nuova iniziativa per dare una spinta alla leadership femminile e si chiama “Valore D“. Aderiscono imprese come Fiat, Enel, Microsoft, Intesa San Paolo, che si impegnano a promuovere la crescita delle donne manager, organizzando tra l’altro una scuola per formarle. La tesi è che le aziende con più donne al comando hanno performance economiche migliori. Sulla stessa lunghezza d’onda Il Fattore D, il libro di Maurizio Ferrera, docente di Scienza politica all’Università degli studi di Milano.
Per Ferrera, l’incremento dell’occupazione femminile non solo fa crescere le aziende ma anche l’economia dei Paesi che puntano su questa preziosa risorsa. Non l’Italia, dove la maggior parte delle donne resta ancora tra le mura domestiche a badare ai figli e a occuparsi della casa. Di chi è la colpa? Tutti fanno la propria parte nell’affossare l’occupazione femminile, ma forse la più rilevante la fanno le italiane stesse. “Che”, spiega Ferrera, “da noi a differenza di ciò che accade in molti altri Paesi non sono in grado di fare sistema, di mettersi d’accordo. Neppure quando hanno raggiunto posti di potere”.
Cosa manca all’Italia in rosa?
Manca una coalizione pro donne nella classe dirigente, che si impegni concretamente per creare pari opportunità nel mondo del lavoro. Nei Paesi in cui c’è stato un salto di qualità nel tasso di occupazione femminile, come Spagna e Norvegia ad esempio, esiste questa alleanza tra chi prende le decisioni, in primo luogo nella classe politica, a favore di una società women centred. Un’élite capace di promuore azioni mirate e di fare pressioni sulle decisioni politiche.
E nel nostro Paese non se ne vede traccia…
Direi di no. Le donne che hanno raggiunto posti di potere sono divise, non si parlano. Tanto meno discutono di politche a favore dell’occupazione femminile. Non solo quelle che appartengono alla destra e alla sinistra, a Confindustria e ai sindacati, ma persino quelle che fanno parte dello stesso schieramento politico. Basti pensare, ad esempio, alle ex ministre del governo Prodi, donne capaci e di alto profilo istituzionale. Eppure non sono riuscite a mettersi d’accordo su misure rilevanti per le donne che lavorano. Siamo lontani quindi da un’alleanza trasversale, ciò che davvero servirebbe.
L’ostacolo più grande all’occupazione femminile resta la maternità. Come si supera?
Con le politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, che partono dall’istituzione di servizi per la prima infanzia, come i nidi, soprattutto pubblici. Nuove forme di congedo lavorativo, di flessibilità oraria e di part-time, sia per le madri sia per i padri. Con la condivisione dei carichi di lavoro a casa tra uomini e donne e un ribilanciamento dei tempi dedicati alla famiglia: oggi in Italia c’è troppa asimmetria.
La condivisione non può essere imposta dall’alto.
Ma può essere incentivata. Attraverso i congedi di paternità ad esempio, in alcuni Paesi sono persino obblogatori. E attraverso le quote rosa sul posto di lavoro, che permettano alle donne di fare carriera velocemente ed equamente tanto quanto gli uomini. Se la moglie ha un posto di comando e guadagna come o più del marito, può essere conveniente per tutti che sia lei a restare al lavoro.
- Giovedì 21 Maggio 2009
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