A due settimane dal voto, chi (e cosa) può fermare la corsa vincente del Pdl

i protagonisti degli ultimi due anni

Al penultimo giro di pista, cioè a due settimane dalle Europee, il vantaggio del Popolo della Libertà sul Partito democratico è più o meno lo stesso per tutti gli istituti di sondaggi: si va dai 13,1 punti di Demos per Repubblica ai 14,7 misurati da Digis per Sky, passando per una forchetta che secondo l’Ispo per il Corriere della Sera oscilla tra i 12 e i 13. Fa eccezione Euromedia Research, i sondaggisti preferiti da Silvio Berlusconi (ma che spesso ci azzeccano), che misurano lo stacco addirittura in 17,7.
Questa è però la foto ad oggi. Che cosa può accadere in queste due settimane per modificare la situazione?
Intanto partiamo da due dati, uno politico e l’altro personale.
Un anno di governo ha fatto bene al centrodestra ed al Pdl, che alle politiche 2008 ottenne poco più del 37% dei voti, e ha fatto male, anzi malissimo al Pd, che ebbe il 33,2. È una tendenza, questa, che si è consolidata nell’arco di 13 mesi, che è stata verificata in tutti i test elettorali intermedi, dall’Abruzzo alla Sardegna (isolata eccezione, il Trentino), e che dunque è impensabile si modifichi in 15 giorni.
La crisi economica e la sicurezza erano e restano le priorità degli italiani, e, a detta di un osservatore insospettabile come Ilvo Diamanti per Repubblica, gli elettori, compresi molti di sinistra, ritengono che il governo abbia affrontato questi due impegni in maniera soddisfacente.
Per fare un paragone, sono le stesse cose che in Gran Bretagna costeranno probabilmente il posto a Gordon Brown, e che in Spagna hanno messo seriamente in crisi Luis Zapatero, che si è visto respingere dal Parlamento metà del pacchetto sull’economia.
Da noi, volenti o nolenti, il fattore Berlusconi ha finora funzionato. Ma c’è l’altro aspetto, quello personale, che ovviamente ruota intorno al premier. Negli ultimi giorni Berlusconi è stato seriamente insidiato dal “caso Noemi” e dalla sentenza Mills, che in sostanza lo accusa di corruzione.
L’insidia, però, finora non ha prodotto risultati. La vicenda Letizia con tutti i suoi retroscena veri o presunti continua ad essere archiviata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un fatto privato. In questo, contrariamente a ciò che si sente spesso in giro, noi italiani non siamo un’eccezione o un popolo particolarmente menefreghista: basta pensare alle storie di sesso e corna della politica francese, alla corte inglese, allo stesso caso Clinton-Lewinsky. Tutta roba da tabloid che ha influito poco o nulla sugli umori elettorali.
È presumibile quindi che se il Cavaliere non esagera con le battute sulle veline e soprattutto sulle minorenni (i suoi lo scongiurano da giorni di cucirsi la bocca), e soprattutto se non emergono particolari davvero sconvolgenti, l’affaire resti materia soltanto di gossip.
Il caso Mills appare, ad un primo esame, perfino meno insidioso. Berlusconi ne esce da perseguitato delle toghe rosse: un suo cavallo di battaglia. Può tra l’altro esibire (e lo sta facendo) una casistica sterminata di avvisi di garanzia culminati, anni dopo, in assoluzioni e proscioglimenti, a cominciare dal padre di tutti gli avvisi, quello del ‘94 “a mezzo stampa” mentre presiedava un summit mondiale sulla criminalità a Napoli.
Eppure qui il terreno è più minato. Non per il processo Mills in sé: al di là del merito delle accuse, Berlusconi ne è comunque fuori per il lodo Alfano, e poi verrà la prescrizione. Il rischio è che, nei suoi attacchi alla magistratura, in quello stato d’animo che stamani, all’assemblea della Confindustria, lui stesso ha definito “esacerbato”, il premier esageri. E finisca per scontrarsi non il Quirinale e con gli stessi alleati di governo, a cominciare da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Perché se è vero che gli italiani non giudicano i politici in base alla loro vita privata (a meno che vengano pescati a rubare), è altrettanto vero che detestano come pochi le polemiche e le risse.
Per chi l’avesse dimenticato, polemiche e risse determinarono il crollo del governo Prodi e sono tuttora la causa principale del brusco calo di consensi del Pd.
Da qui i fortissimi inviti a Berlusconi, dallo staff e dagli alleati, a rinviare a dopo il 7 giugno il discorso che intende fare alle Camere sulla sentenza Mills. In teoria, riferire al Parlamento sarebbe per il capo del governo una sorta di dovere. Quante volte l’opposizione lo ha accusato di non presentarsi alle Camere? Oggi però il Cavaliere è il solo a volerlo: l’opposizione teme l’effetto boomerang, la maggioranza teme, appunto, le polemiche e i pasticci istituzionali.
Non dimentichiamo infine che assieme alle Europee c’è il primo turno delle amministrative, dove il centrodestra potrebbe strappare alla sinistra soprattutto molte province del Nord. Che significano non solo voti, ma anche potere locale nelle aziende pubbliche e nelle banche. Pdl e Lega si presentano sufficientemente compatti, a differenza del Pd.
Conclusione: la vittoria potrà essere considerata un merito quasi esclusivo di Berlusconi. Eppure solo lui può mettere a repentaglio le dimensioni del successo.

Commenti

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Il 23 Maggio 2009 alle 20:09 luanmagi ha scritto:

purtroppo dovremo sentire ancora tante “porcherie” da scribacchini cui è data la patente di giornalisti, giovani e vecchi. mi son letto la sentenza, per intero. la forte sensazione è che non solo hanno fatto politica nazionale, ma, per farlo, hanno finito per “smantellare” il diritto inglese e il relativo istituto del trust, che data quasi un millennio. Il che è un bene. God save the Queen. A questo punto, in un qualsiasi processo, dovrebbe bastare una rogatoria per sapere se l’imputato ha usato, abusato, o più semplicemente ha soldi propri, o soldi pubblici a disposizione fuori dell’italia. Vuoi vedere che possiamo aspettarci delle sorprese… :). In realtà quella che doveva essere colpita è l’immagine internazionale del Berlusca. Peccato che nessuno capisca che così si infanga anche buona parte del Paese?

Il 24 Maggio 2009 alle 10:14 E Casini disse: Caro Silvio, attento, così governa Bossi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Alla borsa della politica si classifica come un investimento di medio-lungo termine. Alle elezioni europee conta di “prendere qualche voto in più rispetto alle politiche”. Pier Ferdinando Casini, azionista di maggioranza dell’Udc, guarda fiducioso l’andamento del suo titolo sui listini elettorali. E in questa intervista con Panorama svela le future strategie di collocamento. Lei è stato presidente della Camera. Oggi al suo posto c’è Gianfranco Fini che tuona contro le leggi ispirate da principi religiosi. Il cattolico Casini che ne pensa? Penso che Fini abbia un’esigenza di visibilità, come hanno tutti i presidenti della Camera, l’avevo anch’io. Nel suo caso è accentuata dal fatto che il suo partito è diventato quello di Silvio Berlusconi. Non mi scandalizzo per il fatto che intervenga spesso, non lo biasimo neanche. Mi dispiace però che affronti con una disinvoltura eccessiva temi etici che riguardano la sensibilità molto forte di persone e gruppi presenti anche in Parlamento. Il suo richiamo allo Stato etico era fuori luogo e quello alle leggi costruite su precetti religiosi è lunare. La laicità dello Stato è un dato di fatto, ma mi pare che Fini pensi a uno Stato laico in cui non c’è spazio né per Dio né per la religione. È un laicismo di stato che nemmeno Nicolas Sarkozy in Francia più accetta. Noi abbiamo sostenuto in campagna elettorale, contrariamente al Pdl e al Pd, che i temi eticamente sensibili non potevano restare fuori dalla campagna elettorale, sono temi che riguardano la vita e la morte delle persone. I fatti ci hanno dato ragione. Quelle di Fini sono parole che possono innescare una crisi di rapporti tra Stato e Chiesa? Non penso che quelle parole siano prese così sul serio oltretevere, dove capiscono perfettamente chi determina oggi la politica italiana. Usare questi temi per farsi una campagna personale francamente è sbagliato. Lo dico con amicizia verso Fini, in molte occasioni condivido le sue esternazioni: quando dice, per esempio, che non si può fare la campagna elettorale sulla pelle degli immigrati. Bene, allora non si può fare neppure sulla pelle della Chiesa e dei cattolici. Questi sono temi che fanno parte del patrimonio ideale del centrodestra. È un elettorato che per l’Udc è ancora un riferimento? Più che un elettorato di centrodestra, c’è un elettorato ampio di centro che guarda prevalentemente a destra. Tutti hanno capito che le ragioni che ci hanno portato a dire no all’omologazione nel partito unico di Berlusconi sono valide e non pretestuose. La stessa metodologia con cui è nato e vive il Pdl è emblematica: non è un partito, è Berlusconi. Faccio due esempi. Uno, il rapporto con la Lega. Ho sempre detto che questa formula di governo avrebbe di fatto dato alla Lega la golden share della maggioranza. E non ci siamo sbagliati: dal federalismo alle quote latte, all’immigrazione, è la Lega che detta i temi della politica italiana. Secondo, il Pdl ha proposto di levare le preferenze al Parlamento europeo, noi siamo dall’altra parte. Noi vogliamo le preferenze e le vogliamo anche nella legge elettorale nazionale. Restituire la politica al cittadino significa fargli scegliere i parlamentari. Lei si è allontanato da Berlusconi ma si sente ancora vicino all’elettorato di centrodestra? Ho un’idea diversa della politica rispetto a quella di Berlusconi. Non mi sono personalmente né allontanato né avvicinato. Con Silvio ho sempre un buon rapporto personale, però io ho un’idea diversa del futuro del Paese: non vedo bene il bipartitismo, né l’uomo solo al comando, e ho un’idea diversa del Parlamento. Mi interessano tutti i moderati, ovunque si collochino. Il Paese deve essere guidato, non solo eccitato negli istinti e negli umori. Con il popolo del centrodestra c’è un dialogo oggi e ci sarà anche domani. Facciamo un gioco: lei è Berlusconi e il Pdl è la nuova Dc… No, per me non… È un gioco di ruolo: applicherebbe la teoria democristiana del doppio forno al Pdl? Metto il pane in cottura non solo nel forno della Lega ma anche in quello dell’Udc? Per il Pdl sarebbe più conveniente, per l’Udc non ho uno ma 100 dubbi. Saremmo utilizzati come tappabuchi e questa oggi non può essere la nostra strategia. Una condizione per tornare a collaborare in futuro con Berlusconi? Il futuro lo scopriremo solo vivendo. Credo che il Pdl dovrebbe valorizzare molti nostri atteggiamenti di responsabilità: sul lodo Alfano ci siamo astenuti, abbiamo votato sì per i rifiuti di Napoli, rifiutiamo il giustizialismo e sui temi del nucleare abbiamo votato a favore del governo. E adesso lanceremo altre palle: quoziente familiare, liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. L’Udc ha pagato il prezzo della perdita del potere, ma oggi non siamo delle vedove, non cerchiamo il potere, cerchiamo di dare un nuovo assetto alla politica italiana. Quanto tempo avete? Abbiamo tempo, c’è una legislatura, siamo all’opposizione. Con il Pdl il discorso più serio ora è solo uno: cercare di costruire da posizioni diverse un equilibrio, una risposta chiara sui temi della politica italiana. Così rispettiamo i nostri elettori e anche quelli del Pdl. Non volete governare, né cogovernare, ma volete contribuire alle scelte del governo. Vogliamo che il governo capisca che nell’opposizione non ci sono solo sfascisti o l’opposizione che fa Dario Franceschini con il sì al referendum, ma un’opposizione responsabile che quando si tratta di lavorare al bene del Paese lo fa senza cercare posti di potere. Dopo le europee arrivano le regionali. Con chi vi alleate? Valuteremo caso per caso. Lo schema delle alleanze esclusive è finito. E non facciamo scelte di convenienza: andiamo nell’85 per cento delle province da soli. Stiamo scalando l’Everest senza gli scarponi. I sondaggi dicono che Lega e Idv faranno il pieno di voti. Entrerà in crisi lo schema politico? No, perché c’è uno sbarramento serio che consente la presenza di cinque, sei partiti al massimo. Ma le elezioni bocceranno il bipartitismo perché la crescita della Lega, di Di Pietro e, spero, dell’Udc determinerà il fatto che palesemente il bipartitismo in Italia non c’è. Così verrà bocciata non solo l’idea del Pdl, ma anche l’idea di un Pd che porta solamente a essere l’opposizione di comodo di Berlusconi. Infine, la Lega si gonfierà come una rana. È la conseguenza della politica di Berlusconi: il voto di protesta prima o poi si estingue (pensi al fenomeno Le Pen in Francia), ma la Lega è stata messa in condizione di essere di lotta e di governo, contesta il sistema ma nello stesso tempo ci sta dentro. È una posizione troppo comoda. Qualche anno fa si parlava del patto dei cinquantenni. C’è Casini, c’è Fini, c’è Giulio Tremonti, non c’è più Walter Veltroni. Lei ha un partito, Fini non lo ha più e Tremonti difficilmente lo avrà. Si sente in prima fila per la leadership futura del Paese o no? Io cerco di fare una politica seria e spero che il Paese prima o poi mi dia ragione. Detto questo, non è che uno si sveglia al mattino e dice voglio fare il leader. Devono crearsi le condizioni e per fortuna non sono un uomo accecato dalle mie ambizioni. Voterebbe Berlusconi al Quirinale? Oggi come oggi no. Perché? Al Quirinale c’è Giorgio Napolitano e ci vuole una persona con un identikit super partes. E, francamente, tutto si può dire tranne che Berlusconi sia super partes. Il giorno in cui Berlusconi dovesse uscire dall’arena politica, l’establishment tornerebbe a giocare un ruolo chiave nella politica. Qual è il suo rapporto con i poteri forti? I poteri forti non ci sono più, sono tutti deboli. Sarà la gente a decidere. E l’establishment va con chi vince. Passata la crisi le banche torneranno a giocare il risiko politico… I banchieri vanno a votare alle primarie del Pd e poi scodinzolano dietro a Tremonti. Hanno uno stomaco con notevoli capacità di adattamento. Lei pensa ancora a un sistema elettorale alla tedesca? No, oggi è una pia illusione. Finiremo per votare con la stessa legge elettorale con cui si è votato nel passato, non considero il Porcellum nefasto, spero di vincere la battaglia per introdurre le preferenze. Lei mi sembra il gatto che gioca con il topo. Perché? Non pensa più a un centro mobile, non pensa sia possibile una riforma elettorale, mi pare che lei stia puntando a un’opa futura sul centrodestra. Non addentriamoci nel gossip della politica. Cerco di dare una prospettiva logica alle sue risposte. E allora è chiaro che stiamo investendo sul futuro. Consiglio a tutti di comprare azioni dell’Udc al fixing della politica perché siamo destinati a crescere. [...]

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