Memoria e dolore: Falcone, 17 anni dopo. E il boss Gambino arriva in Italia

Albero Falcone
Uno scherzo del destino. Rosario Gambino, 67 anni, boss italo-americano (ma senza cittadinanza Usa) indagato a suo tempo dal giudice Giovanni Falcone nell’inchiesta “Pizza Connection“, latitante dal 1980 e in carcere per 22 anni negli Stati Uniti, è arrivato in Italia oggi. E’ atterrato a Fiumicino poco prima delle 9, accompagnato da quattro funzionari del Servizio Centrale Operativo (Sco). Espulso. Nel giorno in cui si commemorala strage di Capaci che 17 anni fa si portò via la vita del magistrato simbolo della lotta antimafia, della moglie e della scorta. Il mandato di cattura firmato da Falcone è stato notificato a Gambino, che è già stato trasferito a Rebibbia.
Questa mattina la figura del giudice è stata commemorata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha deposto una corona di fiori davanti la lapide delle vittime di Cosa nostra che si trova dentro la caserma “Lungaro” di Palermo. Erano presenti il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha detto: “500 chili di tritolo non sono riusciti a cancellarlo dalla nostra memoria”.
Alla cerimonia hanno partecipato anche, tra gli altri, il capo della polizia, Antonio Manganelli, il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo e il sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Il presidente si è poi recato in un altro luogo simbolo della lotta a Cosa nostra, l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove si svolse il maxi-processo alle cosche siciliane, con Falcone e Paolo Borsellino in prima linea, dove erano presenti anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro della giustizia Angelino Alfano.
“Mai come in momenti come questo, uniti nel ricordo incancellabile di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le altre vittime della mafia sentiamo di essere una nazione”, ha detto il presidente della Repubblica nell’aula bunker di Palermo. ”Li onoriamo e li ammiriamo” riferito a Falcone e Bosellino, “come autentici eroi di quella causa della legalità, della convivenza civile, della difesa dello Stato democratico con la quale si erano identificati e come costruttori di un più valido presidio giuridico e istituzionale di fronte alle sfide della criminalità organizzata”. Napolitano ha voluto poi lanciare un segnale non troppo sibillino sul dibattito innescato giovedì dal presidente del Consiglio con le sue parole all’assemblea di Confindustria:  nella lotta contro la mafia, ha detto, “contano la crescita della coscienza critica e della fiducia nello Stato di diritto”, e ha sottolineato che essa ”può rafforzarsi solo in un clima di rispetto in ogni circostanza degli equilibri costituzionali da parte di tutti coloro che sono chiamati ad osservarli”. Alla commemorazione è intervenuta anche la sorella di Falcone, Maria, che nel suo intervento ha  parlato di ”caduta del mito dell’impunibilità della mafia” e ha evidenziato come quest’anno sia stato scelto come tema centrale dell’appuntamento quello del lavoro e dello sviluppo. ”Fare sviluppo economico legale in Sicilia significa fare antimafia”, ha detto.  Il ministro Angelino Alfano ha ricordato l’importanza del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone proprio in quell’aula. ”All’epoca ero in collegio. Per tutti fu un shok mediatico vedere i bos rinchiusi nelle gabbie. Dopo l’attività istruttoria del pool antimafia nessuno poté più dire che la mafia non esisteva. Tutti i killer che, allora, erano al bunker ora sono al 41bis”.

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