Archivio di Giugno, 2009

Napolitano: “Stop alle polemiche fino al G8″. Ma Di Pietro non ci sta. E non è l’unico

Napolitano all'anniversario del Corpo Forestale dello Stato
“Sarebbe giusto, di qui al G8, data le delicatezza di questo grosso appuntamento internazionale, avere una tregua nelle polemiche”. L’invito, doveroso, non è arrivato da un esponente qualunque della scena politica italiana, ma da un personaggio superpartes che non persegue logiche di partito: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri a Capri festeggiava i suoi 84 anni.

Pur comprendendo “le ragioni dell’informazione e della politica”, il Presidente - dopo le settimane concitate del “caso Noemi” prima, e della “scossa di Bari” poi - ha esortato politici e stampa a metter da parte le ostilità per evitare ripercussioni sull’immagine dell’Italia alla vigilia di un evento di rilevanza internazionale come quello del G8 abruzzese.

L’accoglienza dei politici

Antonio Di PietroL’appello è ovviamente stato accolto con favore da buona parte della classe politica italiana. A rimarcare la bontà delle parole di Napolitano, ad esempio, anche il presidente della Camera Gianfranco Fini (che pure in passato si era dimostrato critico nei confronti del leader del PdL): “Mai come in questa circostanza l’appello del presidente è puntuale e apprezzabile”.

Ma anche Emma Marcegaglia, leader di Confindustria, si è espressa a favore: “Sono d’accordo con lui: il G8 è un palcoscenico straordinario. Dobbiamo arrivarci tutti uniti, compatti, senza logiche che dividono, e senza situazioni che indeboliscono il nostro Paese”.

Il “no” di Di Pietro (e gli altri)

Non sono mancate, tuttavia, le prevedibili posizioni critiche da parte dei vari esponenti dell’opposizione, ormai in lotta aperta con l’esecutivo Berlusconi. Il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, ha infatti affermato che per quanto nutra un “profondo rispetto” per la carica ricoperta da Napolitano, “non reputa accoglibile l’appello”.

Ancora più duro ci è andato Antonio Di Pietro, come d’abitudine e come il suo elettorato antiberlusconiano dell’IdV si aspetta, invitando il Capo dello Stato a non guardare “il dito ma la luna”: “Non vogliamo fare polemiche, ma ci riferiamo a fatti”.

Gli stessi fatti citati questa mattina da Massimo Giannini, che nel suo editoriale odierno su Repubblica rinfaccia a Napolitano che “dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua”.

Una tregua in bilico

Date le premesse, insomma, c’è da chiedersi se davvero tregua sarà, e quanto questa potenziale pace mediatica possa durare. Quella del G8 è un’occasione troppo ghiotta per i detrattori del premier, per lasciarsela sfuggire: non a caso gli scandali e le accuse mediatiche si sono moltiplicate al suo avvicinarsi.

Le opinioni della Rete

Napolitano è Napolitano

“A chi si era illuso di poter attuare una replica del ‘94, Napolitano ha detto che non si presterà a questi intrighi. Insomma, Napolitano non è Scalfaro, e neppure Scalfari.”

Legno Storto » Napolitano non è Scalfaro (i)

Con i se e con i ma

“E’ tardiva la preoccupazione per le cattive figure, richiamando (solo) l’informazione al senso di responsabilità, in presenza di un irresponsabile Presidente del Consiglio che (senza tregua) sistematicamente calpesta e si fa beffe delle Istituzioni e che da un po’ di tempo ci mostra il letto grande in piazza. Altro che buco della serratura.”

La montagna incantata » Senza Tregua

Il chissenefrega di Repubblica

“Dopo il cazziatone presidenziale, a Repubblica serpeggia la delusione. Toni bassi, sguardi cupi, tristezza. [...] Quelli di Repubblica [...] respingono il logico e saggio monito di Napolitano, perché “dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua”. Complimenti, a pochi giorni dal G8, con tutti gli occhi del Mondo rivolti all’Italia, l’odio per Berlusconi prevale su tutto, compresi i caldi inviti del Quirinale a preservare quel poco di immagine internazionale che ci rimane.”

Daw » Napolitano? E chi se ne frega

Tremonti: “governo tecnico? Sopravviverebbe meno di uno Yomo”

Silvio Berlusconi sorride con Giulio Tremonti
C’era chi ci sperava, in un rimpasto. Sarebbe stata la prova che la popolarità di Berlusconi era in calo, che i numerosi attacchi alla sua reputazione delle scorse settimane erano serviti a qualcosa.

E invece Tremonti ha posto fine alle illazioni che da alcuni giorni circolano sui media, e che parlano di governi e rimpasti tecnici. Il tutto durante un’intervista in “terra nemica”, nella puntata domenicale di In mezz’ora condotta da Lucia Annunziata.

Le accuse del Sunday Times

Mario DraghiL’ultima novità nel campo delle “voci su un governo in caduta” arrivano dall’Inghilterra, dove il Sunday Times - che già più volte aveva fatto il nome di Mario Draghi come possibile successore/sostituto di Silvio Berlusconi in un governo tecnico - pubblica un articolo a titolo “Silvio Berlusconi brands sex claims by Patrizia D’Addario as trash” in cui racconterebbe di un allontamanento dal premier da parte di molti suoi uomini di fiducia. Facendo anche un nome:

“Le rivelazioni sulla sua [di Silvio Berlusconi, N.d.R.] vita privata hanno indebolito le sue posizioni politiche in Italia e sebbene non ci sia un pericolo immediato, gli alleati nella sua coalizione di centrodestra stanno osando riflettere, in privato, su una era “dopo Berlusconi”. Voci dicono che Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi e uno dei suoi sostenitori chiave, ha preso le distanze dal primo ministro e ha rifiutato per parecchi mesi i suoi inviti a cena.”

La risposta di Tremonti

Di fronte a una eventualità del genere, la risposta di Tremonti è stata chiara: “Lei può anche trovare un tecnico, ma lo manda in Parlamento: che tempo di vita gli assicura? Io non credo superiore a quello di uno Yomo.

Il ministro dell’Economia ha rassicurato inoltre gli elettori sullo stato di salute dell’esecutivo Berlusconi: il Governo è forte e “terminerà la legislatura”. Per Tremonti, infatti, “i governi sono forti se hanno il parlamento, e nel parlamento italiano c’è un sostegno forte per il governo”.

Il video dell’intervento di Tremonti

L’opinione della Rete

(Non) in nome del popolo sovrano

“Come si fa anche solo ad immaginare uno scenario in cui ad ascendere allo scranno più alto del governo nazionale potrebbe essere un fantoccio non eletto dal popolo, in un momento in cui la fiducia nell’uomo Silvio Berlusconi, sebbene acciaccata, rimane altissima; come ancora vivido tra gli italiani è il ricordo di quegli anni tra il 1996 e il 2001 in cui ripetutamente non furono ascoltate le ragioni dell’elettorato sovrano? Un rimpasto tecnico non sarebbe tollerabile e sancirebbe il totale distacco della politica dalla cittadinanza.”

Daw » Si, vi piacerebbe! But it’s not possible!

Repubblica caput

Repubblica, il quotidiano-partito, ha perso. Punto. Finito. Tutto l’amba aradam montato per tentare di abbattere l’odiato nemico, Silvio Berlusconi, ha fallito. E’ un’arma ormai spuntata, inutilizzabile, un ferro vecchio. Il filo glielo ha tolto - tanto per fare una cosa nuova - Berlusconi stesso, quando con uno dei suoi ineguagliabili colpi da maestro ha dichiarato, con apparente candore, che gli italiani lo vogliono così e che non cambierà.

Poliscor » La Caporetto di Repubblica

I conti in tasca al Partito democratico

stai con Franceschini o con Bersani?

Operazione trasparenza o un altro autogol del centrosinistra? È la domanda che viene da chiedersi leggendo il libro “Il Tesoriere” (Aliberti editore), che svela i meccanismi del finanziamento pubblico ai partiti, soprattutto del Pd e degli ex Ds e Margherita.

L’autore, neanche a dirlo, è l’uomo che gestisce il ricco portafoglio, circa 40 milioni di euro nel 2008, del secondo partito italiano: il senatore umbro del Pd Mauro Agostini. Un tipo tosto: dirigente d’azienda nel settore finanziario (sempre nella revisione dei conti) e in politica dal 1994 col Pds, poi nei Ds e ora nel Pd, a lui si deve l’operazione trasparenza nei conti del Pd, primo partito ad avere il bilancio certificato dalla PricewaterhouseCoopers. Non senza qualche malumore dei colleghi. Un instancabile lavoratore, Agostini. Insomma, uno che piacerebbe anche al Cavaliere, quasi un emulo di Brunetta. E come il ministro veneziano, anche Agostini è uno che non le manda a dire.

Il Pd, non solo passione e militanza
Il dato che lascia di stucco il lettore del libro, magari ancora legato ai buonismi di Veltroni, è il finanziamento ricevuto dai partiti negli ultimi cinque anni: oltre 941 milioni di euro. E il Pd? “Abbiamo accreditato risorse per 36 milioni per l’esercizio 2008. La chiusura dell’anno sarà con 40 milioni di ricavi, grazie a ciò che viene dagli eletti del partito che versano 1500 euro ogni mese del loro stipendio”, ha raccontato Agostini a ottobre su Youdem. E con buona pace del centrosinistra, da sempre avverso alla politica berlusconiana definita “aziendalista”, anche Agostini gestisce il Pd proprio come un’impresa: 142 i dipendenti del partito, di cui 132 assunti tra il luglio e l’agosto del 2008 “pro quota” da Ds, Margherita e Ulivo. E i soldi? “Si fa quello che si riesce a fare col bilancio e nulla di più. Se no arrivano altri soldi e non si sa da dove”.

Ex Margherita contro ex Ds. Aria di divorzio?
La crisi del Pd è solo una lite per la gestione della “roba”. Il tesoriere punta l’indice contro i due suoi predecessori: Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, e Luigi Lusi, ex tesoriere dei Dl. “Il nuovo partito nasceva senza un euro. L’obiettivo, mai esplicitato, ma evidente in comportamenti (…) dei tesorieri Ds e Margherita, era quello di dare vita a una sorta di triumvirato nella gestione delle risorse, di cui però i veri sovrani avrebbero dovuto essere Ugo Sposetti e Luigi Lusi, in quanto titolari dei rimborsi elettorali. Con le conseguenze facilmente immaginabili: quando le cose sarebbero andate secondo i desiderata dei due vecchi azionisti, i soldi sarebbero affluiti regolarmente, in caso contrario no. È evidente che la questione rivestiva un valore (…) squisitamente politico e di autonomia del nuovo partito”. E così la scorsa estate, quando c’era da formare lo staff dei 142 impiegati del Pd , Agostini ha tagliato i ponti con i due ex partiti. “Tra gli elenchi forniti dai due tesorieri, ex Ds e ex Margherita, non ho scelto nessuno”.

Il finanziamento pubblico? Serve ad aiutare il centrosinistra…
“C’è ancora la corruzione: non ha più le caratteristiche degli anni ‘80, ma ha altre forme”. Per questo secondo Agostini i partiti devono essere finanziati dal pubblico. Ma le cifre sono troppo alte. Come giustificare questa spesa agli elettori? “La politica deve essere finanziata dal pubblico, perché a essere penalizzate sarebbero le forze di centro sinistra”. Lo dice senza mezzi termini sempre agli ascoltatori di Youdem. Soldi di tutti, che servono ad aiutare una parte perché, spiega il tesoriere facendo forza su uno dei cavalli di battaglia del centrosinistra, dall’altra c’è Berlusconi. “È vero che ci sono degli elementi eccessivi delle risorse pubbliche, ma la situazione italiana è paradossale: chi partecipa alla campagna elettorale ha i mezzi di massa. Sono costi sostenibili della democrazia. Se riducessimo i finanziamenti, faremmo il gioco dell’avversario”.

Ecco chi ha fatto fuori Veltroni
Una storia di rimborsi elettorali. I Ds, grazie al deus ex machina dell’operazione, Ugo Sposetti, avevano provveduto a blindare in fondazioni migliaia di immobili, dalle sedi alle vecchie case del popolo. Il tesoriere della Margherita, Lusi, aveva dato la disponibilità a contribuire al Pd con i rimborsi elettorali, “a condizione che anche i Ds avessero fatto la loro parte, in ragione di quaranta a sessanta per cento”. Il Ds non voleva mettere mano al portafoglio, a causa del forte indebitamento, e ciò “assolveva tutti dall’obbligo politico di sostenere il Pd”, scrive Agostini. “Un’ambiguità di fondo mai esplicitata ma che percorrerà il progetto sotto pelle in tutto il suo primo anno di vita e che rischia di essere anche la causa profonda della crisi che sfocia nelle dimissioni di Walter Veltroni”. E il tesoriere in diretta su Youdem, guarda al futuro: “Ritengo che il Pd abbia conosciuto un momento di crisi nel riuscire a costruire giorno dopo giorno, sul territorio, una struttura di un moderno partito di massa. Non è a contatto con la gente comune”. Chissà se i suoi lo ascolteranno.

Dalle escort ai finanziamenti illeciti, la Rete ricorda i peccati (dimenticati) del PD

Massimo D'Alema e gli scheletri del PD
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A giocar troppo col fuoco si rischia di rimaner bruciati: quelli che a sinistra puntavano il dito contro il primo ministro Silvio Berlusconi storcendo il naso per la “politica priva di morale” avrebbero dovuto ricordarlo, questo proverbio della saggezza popolare. Perché ora il ritornello rischia di ritorcersigli contro.

L’inchiesta pugliese alla base della “scossa di Bari” si sta, infatti, via via allargando con nuove “ragazze” pronte a testimoniare e nuovi festini: incredibilmente non più solo a Palazzo Grazioli, come preferirebbero quelli del partito del dito puntato, ma anche a Cortina, Milano e nella stessa Bari. Festini che coinvolgerebbero numerosi altri nomi noti fra imprenditori, professionisti e politici, fra cui - appunto - alcuni esponenti baresi del PD.

Ma basterebbe fare un passo indietro per capire i motivi d’imbarazzo del Partito Democratico. Guardando ad esempio alla stessa inchiesta di Bari, chiedendosi però da dov’è partita. Come ben sottolinea, in Rete, il blogger il Pensatore:

“Si potrebbe mettere da parte questo rigurgito moralista per occuparsi di cose ben più serie. Tra queste, per esempio, l’indagine madre da cui è partorito il “p*****e-gate”: quella che occupa da più di quattro anni i magistrati del capoluogo pugliese e che coinvolge i massimi dirigenti e della Sanità regionale e della giunta regionale, nonchè il Partito Democratico.

(» Nel frattempo, sul pianeta Terra…)

Tutte le donne del(l’ex) presidente

Massimo D'AlemaE sempre in tema di inchieste giudiziarie “imbarazzanti”, ha causato un certo rumore sul Web anche la notizia - riportata in un articolo de il Giornale - del presunto (indiretto) coinvolgimento di Massimo D’Alema in un’inchiesta del ‘99.

Articolo che parla di prostitute d’alto bordo coinvolte con uomini importanti e di ingressi “confidenziali” alla Camera dei Deputati, che non ha reso per nulla contento l’ex Presidente del Consiglio che ha dato mandato ai suoi legali di querelare il quotidiano. Ma che la Rete non si fa problemi a commentare:

“C’è stata un’altra inchiesta [...] che riguarda l’entourage di un altro premier Massimo D’Alema. [...] L’inchiesta avviata nel 1999 [...] si è conclusa il 4 ottobre 2000, [...] con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue “squillo” (ossia escort) ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.”

Orpheus » Chi di escort ferisce di escort perisce: l’inchiesta svanita sul giro di squillo del clan D’Alema

La buona memoria della Rete

Non hanno la memoria corta, insomma, i cittadini del Web. Che continuano a notare e sottolineare le strane contraddizioni del PD: ora ertosi a “moralizzatore della politica”, ma anche lui con una serie di scheletri nell’armadio con cui doversi confrontare:

Parallelismi (morali)

“Il nostro Presidente del Consiglio, forse, è stato a letto con una prostituta.
Il loro Presidente del Consiglio, sicuramente, è stato appoggiato da una prostituta.”

Freedom Land » La pagliuzza e la trav(e)

Parallelismi (censori)

“Dopo nemmeno una settimana c’è già chi chiede la testa di Minzolini da direttore del TG1 per non aver parlato abbastanza di feste e donnine. Gli accusatori del Berluska “editto bulgaro”, che vorrebbero EPURARE il direttore di una testata dopo una settimana. Non è divertente tutto ciò?”

Gabbiano Urlante » Chi è senza peccato scagli la prima pietra?

Parallelismi (politici)

“Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato [...] a Massimo D’Alema. [...] Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. [...] Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico. Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.”

Camelotdestraideale » Quando D’Alema intascò un finanziamento illecito per il Pci, confessò, e non venne condannato e arrestato grazie alla prescrizione del reato

Modello Riace, un pezzo di Calabria rinasce grazie ai rifugiati


Visualizza Calabria: i paesi dell’accoglienza in una mappa di dimensioni maggiori

I bronzi, quelli veri, sono finiti al museo di Reggio Calabria. Ma a Riace non li rimpiangono più di tanto. Nel piccolo borgo della locride sono arrivati altri uomini dalla pelle di color del bronzo e li hanno accolti come sempre si è fatto da queste parti, da dove in tanti sono partiti. Sono rifugiati, immigrati irregolari con diritto di asilo o in attesa dello stesso. Sono più di 300 e stanno facendo rivivere gli angoli dimenticati di quest’angolo di Calabria, dove disoccupazione, ‘Ndrangheta e fughe verso il nord hanno lasciato vuote tante case e tante botteghe.

Un esempio per tutta la Calabria

La storia di Riace e dei paesi vicini di Caulonia (7mila abitanti) e Stignano (milletrecento circa) è diventata un esempio di politiche di integrazione e di accoglienza unico nell’Italia di oggi. Trasformato in una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’Unhcr, l’organizzazione Onu che ha duramente criticato il respingimento dei clandestini in Libia.
“Con la legge regionale abbiamo dato incentivi a quei progetti che includono i rifugiati. La Calabria è fatta per il 90% di montagne e colline, un territorio dunque che tende allo spopolamento. Con questa legge ristrutturiamo i borghi, diamo incentivi all’edilizia popolare, utilizzando i fondi europei” ha spiegato il presidente della regione Agazio Loiero.

Mimmo dei Curdi

Ne parla con orgoglio Domenico Lucano, per tutti “Mimmo dei curdi”, dal 2004 il sindaco di Riace, dove tutto è cominciato. “E’ stato un caso, ma anche tanto impegno”. Tutto inizia il 1 luglio 1998, con uno sbarco di 300 curdi sulla costa Ionica. “Ero sulla statale e ho visto questa folla che usciva dall’acqua”. Un’apparizione che gli avrebbe cambiato la vita. Da allora Lucano si impegna per l’accoglienza dei rifugiati e per trovargli un alloggio nell’emergenza. Ma la vera sfida vinta è stata trasformare l’emergenza in un’opportunità: “Noi in Calabria non chiediamo mai a un ospite ‘da dove vieni’?” spiega, “eravamo impegnati (con l’associazione Città Futura - Don Giuseppe Puglisi da lui fondata) a immaginare un riscatto per questi luoghi, un ritorno al senso di identità”. Nel dopoguerra Riace passa da 3mila a 1.650 abitanti. “La parte storica si svuota. Adesso è tornata a circa 1.800, di cui un centinaio circa sono immigrati”. Dal 2001 il comune aderisce al Piano nazionale di accoglienza e si fa carico di richiedenti asilo che arrivano dai centri di Lampedusa o di Crotone. “Si tratta soprattutto di Curdi, Eritrei, Nigeriani, Somali. Gente che scappa da guerre e carestie. Il nostro obiettivo era coniugare le aspettative del territorio e l’accoglienza”.

La rinascita del borgo

Ma com’è stato possibile? “Con progetti piccoli, concreti” spiega il sindaco. E con i finanziamenti europei e della banca etica: “abbiamo aperto le case disabitate da decenni, le abbiamo ristrutturate”. Hanno creato una specie di villaggio-albergo con ristorante, il ‘Riace Village’, nella campagna, in cui si valorizza un turismo diverso da quello della costa, ecosolidale e interessato alla cultura locale. In una terra flagellata dalla disoccupazione cronica, “si sono riaperte botteghe di artigianato e imprese edili ‘miste’: un immigrato e un locale, per mischiare il più possibile”. Sono arrivati mediatori culturali e volontari. Ha riaperto la scuola: adesso su 25 iscritti, 15 sono figli di stranieri. Una situazione che si ripete in tutta Italia con tensioni e problemi, ma che qui per Lucano rappresenta un motivo di orgoglio: “I bambini parlano già calabrese. Ci sono serbi,eritrei, iracheni: è il mondo in una stanza”.

Modello Riace

Ma è un modello esportabile in un’Italia in cui l’immigrazione rappresenta un problema di ordine pubblico, criminalità e tensione culturale? “Io parlo di questa realtà” dice Lucano, “accoglienza e legalità sono le parole d’ordine”. “Qui non ci sono state grosse tensioni” racconta, “per tre motivi: uno, la rassegnazione e la mancanza di stimoli era tale che qualsiasi novità avrebbe ristimolato un senso di curiosità che si era perso, due, la comunità qui ha avuto una storia recente di emigrazione e una storia antica di conquiste e confronti con gli stranieri che è millenaria, la nostra lingua è un miscuglio; tre, è stato un lavoro intenso e tutti hanno potuto vedere i risultati positivi sulla microeconomia locale e sul turismo”.

Intimidazioni

Tanto che Mimmo Lucano è stato rieletto alle ultime amministrative. Ma il “modello Riace” a qualcuno ha dato fastidio: ci sono stati spari contro il ristorante di proprietà del sindaco e i cani di suo figlio sono stati avvelenati. “Di questo non voglio parlare” spiega Lucano, che si è presentato sostenuto da una lista civica contro un avversario sostenuto dal Pd locale. “Il fatto è che se questo modello di imprese nate dal basso, di opportunità e riscatto sociale fa proseliti impensierisce qualcuno” dice, “e in queste zone si sa benissimo chi è questo ‘qualcuno’”, conclude. Fatto sta che Riace ha attirato l’attenzione dei media locali e nazionali e fatto proseliti: nel 2008 i sindaci dei paesi vicini, Stignano e Caulonia, di colori politici differenti, hanno chiesto di poter accogliere alcuni dei richiedenti asilo di Lampedusa per attivare attività simili. “Adesso sono circa 200 i rifugiati che sono rimasti e lavorano” illustra ‘Mimmo dei curdi’, “e insieme ai marocchini e a quelli dell’Europa dell’Est gli immigrati saranno in totale 350″. Le occupazioni? Artigianato, turismo, edilizia, agricoltura.

Le ronde? Agli immigrati

La politica, quella dei partiti, c’entra poco in questa storia. Ma è chiara la voglia di provocare del sindaco di Caulonia, Ilario Ammendolia, quando lancia l’idea delle “ronde di immigrati”, in risposta alle ronde “nere” (già tramontate) e alle tante iniziative per la sicurezza sponsorizzate dalla Lega al nord. “Se ronde devono essere ronde siano ma contro la ‘ndrangheta e i delinquenti di varia natura non certo contro i migranti che chiedono solo di potersi integrare” ha detto il 16 maggio scorso.
E così potrebbero essere le donne nigeriane ed eritree che hanno trovato ospitalità nel borgo a pattugliare le sue strade. “Vivono qui da oltre un anno, parlano francese e inglese correntemente, possono dare un contributo agendo come forza dissuasiva”.”In un paese” sostiene, “le opere pubbliche sono importanti, ma non vi è futuro se la gente che vive non si dà la mano. Soprattutto i paesi della locride, non potranno mai avere nessun riscatto per il prezzo pagato come tributo di sangue, alla mafia, alle faide ed ogni sorta di delinquenza, che sono la vera grande piaga che affligge la Calabria ed il meridione”.

Le prossime battaglie Inail? Le malattie professionali, parola di presidente

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“C’è un’inversione di tendenza molto positiva: nel periodo 2001 - 2008  nel nostro Paese sono stati registrati circa 150 mila incidenti in meno, per un calo relativo, tenendo conto della crescita occupazionale, del 21,1 per cento e una mortalità ridotta del 33,3 per cento. Si tratta di un record storico che vede l’Italia scendere nettamente, per la prima volta dal 1951, sotto la soglia dei 1200 casi/anno”.
Esprime soddisfazione a Panorama.it  Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail, nel giorno della presentazione del “Rapporto annuale 2008″. E aggiunge: “Il decremento di eventi infortunistici è stato più sostenuto nell’industria (-8,2 per cento) e in agricoltura (-6,9 per cento). Un calo significativo si è registrato in quei due settori fondamentali dell’industria rappresentati dalle costruzioni e dal metalmeccanico, con una flessione rispettivamente del 12,4 e del 10,6 per cento”.

Quali sono, secondo lei, gli altri dati sui quali focalizzare l’attenzione per il 2008?
Un aspetto che, a mio parere, merita una particolare sottolineatura è quello relativo alle aziende coinvolte dal fenomeno infortunistico. Su una platea di 3 milioni e 820 mila imprese iscritte all’Inail, quelle dove si è verificato almeno un incidente sono risultate circa 290 mila: meno del 7,6 per cento sul totale. Contrariamente a quanto si pensa, i dati non segnalano una situazione più negativa nelle piccole imprese rispetto a quelle medie e grandi. Se limitiamo il confronto dimensionale alle sole imprese di tipo industriale, vediamo che gli indici di incidenza più elevati non riguardano affatto le realtà al di sotto dei 15 dipendenti, anzi la maggiore pericolosità si registra nelle imprese con più di 30 dipendenti.

Nel rapporto si fa riferimento anche alle alle malattie professionali. Può spiegarci meglio questi numeri?
A differenza di incidenti e morti sul lavoro, le malattie professionali procedono purtroppo in controtendenza con un sensibile incremento nel corso dell’ultimo biennio: dai 26.700 casi circa nel 2006, il 2008 registra 29.700 casi circa, di cui 280 mortali. In prospettiva la “generazione completa” di morti per patologie professionali denunciate nel 2008 si aggirerà intorno alle 1.000 unità, quasi eguagliando gli infortuni “tradizionali” complessivamente considerati. Riteniamo che tale crescita sia riconducibile a una progressiva emersione del fenomeno, sia per l’impegno profuso dall’Istituto nella sensibilizzazione e informazione delle parti coinvolte, sia per i più stringenti obblighi di segnalazione delle malattie professionali da parte dei medici che ne vengano a conoscenza.

Qual è e quale sarà in futuro l’impegno dell’Inail e cosa chiedete al mondo politico per risolvere questo annoso problema?
L’Inail, di concerto col governo e le parti sociali, ha messo a punto un piano che, in vista di una diffusione davvero capillare della prevenzione e della formazione, punta a una diversa articolazione dell’Istituto, sia della sua struttura territoriale diretta, sia dei suoi rapporti con tutti gli operatori di settore che sono a contatto quotidiano con i lavoratori e con le imprese. Si tratta non solo di un approccio innovativo al problema – che viene considerato prima di tutto da un punto di vista culturale – ma anche al trattamento post infortunio per consentire a chi è stato preso in carico di ritornare a un pieno e soddisfacente reinserimento professionale. L’Inail potrà fare di più se il governo sarà disponibile a lasciarci agire con maggiore capacità di movimento. Le risorse certo non mancano. Anzi, ne potremmo destinare ancora di più alla prevenzione e agli interventi per la sicurezza. Una risposta operativa importante l’abbiamo data proponendo, nel pieno rispetto dei limiti imposti dalle norme, la costituzione di un fondo immobiliare che restituisca al paese un Istituto più virtuoso anche sotto il profilo della redditività del suo consistente patrimonio immobiliare.

Inail: morti bianche ai minimi dal’51. Aumentano gli incidenti degli stranieri


Visualizza Incidenti sul lavoro: il rapporto Inail 2008 in una mappa di dimensioni maggiori

La GALLERY: I dati del rapporto Inail in .pdf

Meno infortuni e, soprattutto, meno morti sul lavoro in Italia, lo scorso anno. A dirlo è l’Inail nel rapporto 2008. Anno in cui sono giunte all’Istituto nazionale infortuni sul lavoro 874.940 denunce, circa 37.500 casi in meno rispetto al 2007. Anche per gli infortuni mortali il bilancio 2008 risulta numericamente favorevole: 1.120 morti con una riduzione del 7,2% rispetto ai 1.207 dell’anno precedente. Un trend confortante, che tuttavia non riguarda i lavoratori stranieri, tra i quali si è invece registrato un aumento (+2 per cento.)

Le cifre italiane in dettaglio
La distinzione dell’Inail è tra gli infortuni “in occasione di lavoro”, cioé quelli avvenuti all’interno del luogo di lavoro nell’esercizio effettivo dell’attività, e gli infortuni “in itinere”. Da questo punto di vista, il nemico numero uno è sicuramente la strada, colpevole di oltre la metà delle morti bianche. Dei 1.120 infortuni mortali del 2008, infatti, 335 sono quelli determinati da circolazione stradale in occasione di lavoro (autotrasportatori, commessi viaggiatori, addetti alla circolazione stradale, ecc.) e 276 quelli in itinere, ovvero sul percorso casa lavoro e viceversa, accaduti prevalentemente su strada. Un dato particolarmente importante quest’ultimo se si tiene presente che alcuni Paesi dell’Europa a 15 (Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Portogallo) non rilevano gli infortuni in itinere e che tra questi, Irlanda e Regno Unito, non registrano neppure quelli stradali occorsi durante l’esercizio dell’attività lavorativa.

Nord, centro e sud
L’analisi territoriale mostra che la riduzione degli infortuni osservata tra il 2007 e il 2008 ha riguardato praticamente tutte le regioni, ad eccezione della Valle d’Aosta (+3,9 per cento), che, tuttavia, presenta una consistenza numerica molto limitata. Più sostenuti i cali in Friuli-Venezia Giulia (-7,6 per cento) e nella provincia autonoma di Trento (-7,1 per cento). Da rilevare la stabilità della Sicilia che ha registrato solo una settantina di denunce in più (+0,2 per cento) e del Lazio che ha contato 70 denunce in meno.
A livello di ripartizione la riduzione ha interessato tutte le grandi aree geografiche, con maggiore accentuazione nel Nord-Est (-5,3 per cento); il calo più modesto si rileva, invece, nelle isole (-0,6 per cento).   Le morti sul lavoro sono diminuite in particolar modo nel Nord-Ovest (-14,5 per cento) con punte ancora più elevate in Piemonte (-27 per cento) e Lombardia (-16 per cento).
In valori assoluti, la regione con più elevata frequenza di accadimento è l’Umbria, per la quale si è rilevato un indice maggiore del 48 per cento rispetto alla media nazionale, sceso comunque da 45,23 a 43,70 rispetto al precedente triennio. Al secondo posto nella graduatoria troviamo l’Emilia-Romagna, segue il Friuli-Venezia Giulia. Migliora la posizione della Puglia che scende dal quarto al sesto posto. Agli ultimi posti si confermano ancora una volta Sicilia (-16 per cento rispetto alla media nazionale), Campania (-31 per cento) e soprattutto Lazio (-35 per cento), con una situazione analoga a quella riscontrata nel triennio precedente.

Meno incidenti in agricoltura
Il calo degli infortuni in ambiente lavorativo è risultato più consistente, come ormai di consuetudine, in agricoltura (-6,9 per cento) e sostenuto, comunque, anche nell’industria e servizi (-4,3 per cento), mentre per i dipendenti dello stato si è registrato un aumento del 7,6 per cento, sulla scia degli incrementi già osservati negli anni precedenti. Il calo è molto più accentuato per gli uomini (-5,6 per cento) che per le donne (-0,2 per cento). Per quanto riguarda invece gli infortuni mortali la situazione è diversa: una riduzione del 7 per cento circa, in linea con l’andamento generale, per gli uomini (dai 1.110 morti del 2007 ai 1.035 del 2008) mentre la componente femminile fa registrare una flessione superiore al 12 per cento (85 lavoratrici decedute nel 2008 rispetto alle 97 del 2007). Dal punto di vista dell’età, i lavoratori che hanno avuto maggiore beneficio del miglioramento dei livelli di rischio infortunistico nel 2008 sono i giovani (fino a 34 anni) per i quali gli infortuni sono scesi da 350.000 circa del 2007 agli oltre 320.000 del 2008, con un calo dell’8 per cento, mentre per i casi mortali le flessioni più consistenti, nell’ordine del 16 per cento, si registrano per le classi di età più anziane (50 - 64 e 65 e oltre).

Confronto Italia-Europa-Mondo
Secondo le statistiche dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, ogni giorno circa 6 mila lavoratori nel mondo muoiono per incidenti e malattie professionali, un dato in continuo aumento. L’Organizzazione stima, infatti, in 268 milioni i casi di incidenti sul lavoro non mortali che mediamente si verificano ogni anno. I decessi per incidenti sul lavoro sono stimati pari a oltre 351 mila ogni anno. Tutto ciò rappresenta un costo per la società pari a circa il 4 per cento del prodotto interno lordo mondiale (1.250 miliardi di dollari americani), che è assorbito dai costi diretti e indiretti determinati da incidenti sul lavoro e dalle malattie professionali.

Rapporto Inail 2008. Morti sul lavoro ai minimi dal'51
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Meglio di Spagna, Francia e Germania
L’Italia, infine, evidenzia l’Inail sulla base dell’ultima rilevazione Eurostat, (del 2006, ultimo anno disponibile) non risulta affatto maglia nera in Europa. L’Italia ha infatti registrato un indice infortunistico pari a 2.812 infortuni per 100mila occupati, inferiore alla media delle due aree Ue (3.469 per l’Area-Euro e 3.013 per l’Europa a 15), collocandosi al di sotto di importanti Paesi come Spagna, Francia e Germania. Stesso trend per gli infortuni mortali: con 2,9 decessi per 100mila occupati nel 2006, l’Italia, pur con un indice leggermente superiore alla media Ue, si pone al di sotto di grandi Paesi come Portogallo, Austria, Grecia, Spagna e Francia.

“Chi” e “Famiglia Cristiana”: lotta fra riviste, pro e contro il premier

Scandalo D'Addario: Chi ha intervistato Berlusconi
Un confronto a distanza: Silvio Berlusconi contro Don Antonio Sciortino.

Basta mettere fianco a fianco l’intervista al premier - a firma del direttore Alfonso Signorini - pubblicata questa settimana dal settimanale Chi e il testo che il direttore di Famiglia Cristiana ha pubblicato sulla sua rivista in risposta alle lettere dei suoi lettori, “cristiani frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell’Italia”.

L’ennesimo attacco diretto al premier da parte della rivista paolina, che già in passato si era distinta per posizioni antigovernative, tanto da spingere la Santa Sede a prendere le dovute distanze. Questa volta però Don Sciortino è andato più in là, parlando di un “limite di decenza” che sarebbe “stato superato”: “Qualcuno ne tragga le debite conseguenze”, dice. Chiedendo, neanche troppo fra le righe, le dimissioni del Premier.

A tutto questo il leader del PdL ribatte con un lungo dialogo fra lui e Signorini, rispondendo alle velenose critiche che gli sono state poste nelle ultime settimane (e che non gl hanno impedito di vincere le elezioni europee ed amminsitrative). Rilancia così il premier - dopo l’intervento sul Corriere della Sera di Francesco Cossiga che lo esortava a non chiedere scusa a nessuno - dice: “Non ho nulla di cui dovermi scusare con nessuno. Non c’è nulla nella mia vita privata di cui io mi debba scusare. Sono, invece, in tanti, dagli editori ai direttori dei principali quotidiani italiani, che debbono vergognarsi e che dovrebbero scusarsi con me. Ma non lo faranno certo. Perderanno credibilità e lettori”.

Uno scontro frontale, che si può osservare mettendo a confronto i due testi. Cosa che abbiamo fatto: eccone il risultato.

Esempi e stili di vita

Don Sciortino: “Che esempio si dà alle giovani generazioni con comportamenti “gaudenti e libertini”, o se inculchiamo loro i valori del successo, dei soldi, del potere: traguardi da raggiungere a ogni costo, anche tramite scorciatoie e strade poco limpide?”
Silvio Berlusconi: “Mi è stato insegnato a non andare a dormire se c’è anche un solo documento di cui occuparsi sulla scrivania. Ogni sera mi chiedo se ho fatto tutto quello che dovevo fare. [...] Al risveglio, un grazie per la bellezza della vita. E una sintesi mentale, un po’ preoccupata, di tutto ciò di cui dovrò occuparmi durante la giornata”.

“Difesa dell’indifendibile” o risposta ad un complotto?

Don Sciortino: “A poco servono imbarazzanti e deboli difese d’ufficio dei vari “corifei”, “caudatari” o “maschere salmodianti” (come li ha definiti qualcuno), che ci propinano a ogni ora ritornelli e moduli stantii, a difesa dell’indifendibile”.
Silvio Berlusconi: “Dietro l’inchiesta di Bari c’è qualcuno che ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora D’Addario”.

Il ruolo delle donne

Don Sciortino: “Ancora peggio quando [...] si definisce il presidente del Consiglio «l’utilizzatore finale» di un giro di prestazioni a pagamento (ammesso che sia vero), e si considerano le donne “merce”, di cui «si potrebbe averne quantitativi gratis». Naturalmente.”
Silvio Berlusconi: “Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia se non c’è il piacere della conquista”.

Dimissioni o non dimissioni?

Don Sciortino: “In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia? [...] A tutto c’è un limite. Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conseguenze.”
Silvio Berlusconi: “Non ho nulla di cui dovermi scusare con nessuno. Non c’è nulla nella mia vita privata di cui mi debba scusare.”

Contrordine, compagni. Le marce indietro dei big per fare il leader del Pd

Veltroni e Franceschini

La GALLERY: I big del partito divisi tra Franceschini e Bersani

Uno in Africa. L’altro a Genova con il figlioletto. L’altro ancora nelle retrovie del partito, lontano dalla segreteria. Ah, il partito…
Come sarebbero state diverse le vite dei big del Pd senza Pd?
Già, perché “se il partito chiama”, “se me lo chiedono gli altri”, “se c’è bisogno di me”, “per il bene del progetto”, si può sempre fare un passo indietro. E così non stupisce nessuno il fatto che Dario Franceschini da “segretario precario” con scadenza (a Matrix, il 4 marzo scorso aveva detto basta, aveva assicurato che avrebbe “tireto ancora la carretta” democratica fino a ottobre, fino al congresso al quale non si sarebbe ricandidato: qui il video), abbia deciso di candidarsi ufficialmente al congresso che in autunno eleggerà il leader dei democratici.

Il SegreDario tenta il bis
L’ha fatto con un messaggio (qui il video) sul suo sito in cui però non nasconde il retro-front: “Pensavo di potermi fare da parte e lasciare il testimone a una nuova generazione” dice, “ma in questi giorni sono ho visto riemergere protagonismi e litigi” e allora ”non mi sento di tradirli” (i giovani) e “mi candido” (ironia della sorte) “per non tornare indietro a quelli che c’erano prima, molto prima di me”.

Veltroni l’africano mancato
Quello che c’era subito prima di lui, per esempio, sulla poltrona di segretario non ci si sarebbe mai seduto: “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Walter Veltroni Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO). “Perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”. Per il momento, ne sono passati tre, molto burrascosi, Walter non è più sindaco ma l’Africa può aspettare.

Cofferati: farà il papà da Bruxelles
Così come può aspettare Sergio Cofferati. L’ex leader Cgil (”quando finirà il mio mandato tornerò a fare l’impiegato alla Pirelli“, disse nel 2000) ed ex sindaco di Bologna decise nel 2008 che non si sarebbe ricandidato alle amministrative del capoluogo emiliano, per fare il papà. Troppo lontano da Genova, dove vive la compagna. Città che raggiungerà più comodamente da Strasburgo, visto che meno di un anno dopo si è candidato per le europee: “Sono stato chiamato da Franceschini. In vita mia non ho mai chiesto candidature, me le hanno sempre offerte gli altri”.

Largo ai giovani: Bindi e Parisi
Abnegazione. Spirito di sacrificio. Come quello che anima l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte” disse quando si ventilava una sua candidatura alle primarie del Pd. “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo” rettificò un mese dopo. Poi però si fece da parte davvero, quando si fece avanti Rosy Bindi, non proprio una nuova leva.

Romano a fasi alterne
In questo tripudio di retromarce, non stupisce che a fasi alterne dalle parti dei democratici si parli del ritorno di Romano Prodi (e del “suo” Ulivo). L’ex premier, per ora, è stato di parola: “Farò il nonno” disse dopo la caduta del suo secondo governo. E per ora, a parte qualche esortazione e apparizione televisiva, è stato di parola. E come nell’imitazione di Corrado Guzzanti, è rimasto “feeeermo”, ad aspettare che siano gli altri a fare marcia indietro e tornare da lui. Di nuovo.

Il VIDEO di Prodi Guzzanti “feeeermo”come un semaforo

Il VIDEO con cui Franceschini annuncia la sua candidatura da YouTube

 

Il VIDEO da YouTube in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”


LEGGI ANCHE: Bersani - Franceschini, le prime mosse della partita per il congresso Pd sono on-line Il “chi sta con chi” nella sfida a leader del Pd

Bersani - Franceschini, le prime mosse della partita per il congresso Pd sono on-line

francebersa

La GALLERY: Stai con Franceschini o con Bersani? LEGGI ANCHE: Il “chi sta con chi” nella sfida a leader del Pd

“Il Pdl è in declino”. “La spinta propulsiva del berlusconismo è finita”. Dalle parti del Pd, passata la bufera del voto europeo e amministrativo si pensa già al congresso del prossimo autunno. La sconfitta c’è stata, ma non si è trattato del crollo totale che si attendeva. Per questo i due candidati principali alla segreteria rilasciano dichiarazioni speranzose. E intanto muovono le prime pedine in vista dello scontro. On line .

Il blog di Bersani
I due non si attaccano, per ora, anzi, la polemica è in sordina. La prima mossa tocca all’ex ministro, con un messaggio sul suo sito. “Nell’insieme non è stato un risultato buono per noi, ma la destra deve ridimensionare le sue aspettative” scrive Bersani a proposito del voto, poi parla al Pd: “Dobbiamo parlare dell’Italia, di noi e dell’Italia; delle idee che abbiamo per il nostro Paese e di come farle vivere in un rapporto reale con i territori e con i cittadini. Non ci sono scorciatoie né colpi di comunicazione risolutivi.” Una frase, quest’ultima, che sembra una critica alla strategia del gossip anti-berlusconiano. Per Bersani la sua sarà “una candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del PD, comunque la pensino; ma che non rinuncerà alla chiarezza delle posizioni politiche”.
Per l’ex ministro “non dobbiamo inventarci una nuova generazione, né evocarla per simboli. Credo che ci sia già, nel lavoro, nelle professioni, nelle amministrazioni, nel partito. Con questi giovani che sono già in campo farò il mio primo intervento pubblico il 1 luglio a Roma. Parlerò di politica e presenterò le mie idee”.
Franceschini in video e Veltroni su Facebook
Il 1 luglio. Un giorno prima dell’incontro che ha proposto Walter Veltroni al Centro congressi Capranica per il 2 luglio, annunciato sul suo profilo Facebook con queste parole: “di tutto abbiamo bisogno tranne che di ritorni a un passato che ha poco da dire” e con il sostegno “a Dario Franceschini e al suo sforzo intelligente”.
Insomma, la sfida è lanciata. E Franceschini l’ha raccolta da questa mattina. Sul suo sito personale un video pre-elettorale contro Berlusconi è stato sostituito con un filmato in cui il segretario Pd ufficializza la sua candidatura. “Oggi potrei dire missione compiuta” dice, “il quadro è cambiato, siamo il primo partito nell’area riformista in Europa”. “Pensavo fosse possibile passare il testimone alle nuove generazioni” prosegue Franceschini, “però ho visto riemergere personalismi e litigi. Oggi non mi sento di tradirli, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me. Investirò su una nuova squadra, fuori da ogni vecchia appartenenza”.
Giovani e “Piombini”
Ma come si schiereranno i tanto corteggiati giovani e i blog che seguono le vicende del Pd? La domanda diffusa, espressa anche dal voto europeo, è per il rinnovamento. I successi personali di Matteo Renzi e Debora Serracchiani sono segnali alla segreteria. Tanto che sia l’asse Veltroni-Franceschini (”recuperare lo spirito del Lingotto”), sia Bersani-D’Alema se li contendono. La Serracchiani potrebbe essere l’asso nella manica dei veltroniani e parteciperà all’incontro promosso dal primo leader Pd.
Bersani scopre i giovani” ironizza il 34enne Giuseppe Civati, uno dei “Piombini“, il gruppo “di lavoro, non siamo una corrente ” che si è convocato a Torino il 27 giugno e che comprende anche un altro blogger, candidato alle europee, Ivan Scalfarotto. Ma Civati ne ha anche per Franceschini: “Parlare di declino della destra quando si perde nella regione più importante d’Italia è perfetta chiosa di una classe dirigente nazionale che da 15 anni non è capace di parlare a un terzo degli italiani, che vivono sopra il Po”. Lo stesso Civati, consigliere regionale in Lombardia, secondo l’Unità, è dato in corsa come possibile sorpresa in vista del congresso, ma lui sul suo blog respinge con una battuta: “Mi sono rotto i cognomi”.

Regole criptiche
Chi si occupa delle fasi pratiche che porteranno al congressone è invece Luca Sofri, con un post su Wittgenstein in cui tenta di ricapitolare il percorso regolamentare previsto dallo Statuto “è un casino tale che solo alcuni monaci cistercensi sono riusciti a decifrare esattamente la volontà dell’estensore”.

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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