Il nuovo Europarlamento: ora cominciano le guerre fredde

La composizione dell'Europarlamento 2009

Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.

La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività, oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.

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