Archivio di Giugno, 2009

Contrordine, compagni. Le marce indietro dei big per fare il leader del Pd

Veltroni e Franceschini

La GALLERY: I big del partito divisi tra Franceschini e Bersani

Uno in Africa. L’altro a Genova con il figlioletto. L’altro ancora nelle retrovie del partito, lontano dalla segreteria. Ah, il partito…
Come sarebbero state diverse le vite dei big del Pd senza Pd?
Già, perché “se il partito chiama”, “se me lo chiedono gli altri”, “se c’è bisogno di me”, “per il bene del progetto”, si può sempre fare un passo indietro. E così non stupisce nessuno il fatto che Dario Franceschini da “segretario precario” con scadenza (a Matrix, il 4 marzo scorso aveva detto basta, aveva assicurato che avrebbe “tireto ancora la carretta” democratica fino a ottobre, fino al congresso al quale non si sarebbe ricandidato: qui il video), abbia deciso di candidarsi ufficialmente al congresso che in autunno eleggerà il leader dei democratici.

Il SegreDario tenta il bis
L’ha fatto con un messaggio (qui il video) sul suo sito in cui però non nasconde il retro-front: “Pensavo di potermi fare da parte e lasciare il testimone a una nuova generazione” dice, “ma in questi giorni sono ho visto riemergere protagonismi e litigi” e allora ”non mi sento di tradirli” (i giovani) e “mi candido” (ironia della sorte) “per non tornare indietro a quelli che c’erano prima, molto prima di me”.

Veltroni l’africano mancato
Quello che c’era subito prima di lui, per esempio, sulla poltrona di segretario non ci si sarebbe mai seduto: “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Walter Veltroni Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO). “Perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”. Per il momento, ne sono passati tre, molto burrascosi, Walter non è più sindaco ma l’Africa può aspettare.

Cofferati: farà il papà da Bruxelles
Così come può aspettare Sergio Cofferati. L’ex leader Cgil (”quando finirà il mio mandato tornerò a fare l’impiegato alla Pirelli“, disse nel 2000) ed ex sindaco di Bologna decise nel 2008 che non si sarebbe ricandidato alle amministrative del capoluogo emiliano, per fare il papà. Troppo lontano da Genova, dove vive la compagna. Città che raggiungerà più comodamente da Strasburgo, visto che meno di un anno dopo si è candidato per le europee: “Sono stato chiamato da Franceschini. In vita mia non ho mai chiesto candidature, me le hanno sempre offerte gli altri”.

Largo ai giovani: Bindi e Parisi
Abnegazione. Spirito di sacrificio. Come quello che anima l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte” disse quando si ventilava una sua candidatura alle primarie del Pd. “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo” rettificò un mese dopo. Poi però si fece da parte davvero, quando si fece avanti Rosy Bindi, non proprio una nuova leva.

Romano a fasi alterne
In questo tripudio di retromarce, non stupisce che a fasi alterne dalle parti dei democratici si parli del ritorno di Romano Prodi (e del “suo” Ulivo). L’ex premier, per ora, è stato di parola: “Farò il nonno” disse dopo la caduta del suo secondo governo. E per ora, a parte qualche esortazione e apparizione televisiva, è stato di parola. E come nell’imitazione di Corrado Guzzanti, è rimasto “feeeermo”, ad aspettare che siano gli altri a fare marcia indietro e tornare da lui. Di nuovo.

Il VIDEO di Prodi Guzzanti “feeeermo”come un semaforo

Il VIDEO con cui Franceschini annuncia la sua candidatura da YouTube

 

Il VIDEO da YouTube in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”


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Bersani - Franceschini, le prime mosse della partita per il congresso Pd sono on-line

francebersa

La GALLERY: Stai con Franceschini o con Bersani? LEGGI ANCHE: Il “chi sta con chi” nella sfida a leader del Pd

“Il Pdl è in declino”. “La spinta propulsiva del berlusconismo è finita”. Dalle parti del Pd, passata la bufera del voto europeo e amministrativo si pensa già al congresso del prossimo autunno. La sconfitta c’è stata, ma non si è trattato del crollo totale che si attendeva. Per questo i due candidati principali alla segreteria rilasciano dichiarazioni speranzose. E intanto muovono le prime pedine in vista dello scontro. On line .

Il blog di Bersani
I due non si attaccano, per ora, anzi, la polemica è in sordina. La prima mossa tocca all’ex ministro, con un messaggio sul suo sito. “Nell’insieme non è stato un risultato buono per noi, ma la destra deve ridimensionare le sue aspettative” scrive Bersani a proposito del voto, poi parla al Pd: “Dobbiamo parlare dell’Italia, di noi e dell’Italia; delle idee che abbiamo per il nostro Paese e di come farle vivere in un rapporto reale con i territori e con i cittadini. Non ci sono scorciatoie né colpi di comunicazione risolutivi.” Una frase, quest’ultima, che sembra una critica alla strategia del gossip anti-berlusconiano. Per Bersani la sua sarà “una candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del PD, comunque la pensino; ma che non rinuncerà alla chiarezza delle posizioni politiche”.
Per l’ex ministro “non dobbiamo inventarci una nuova generazione, né evocarla per simboli. Credo che ci sia già, nel lavoro, nelle professioni, nelle amministrazioni, nel partito. Con questi giovani che sono già in campo farò il mio primo intervento pubblico il 1 luglio a Roma. Parlerò di politica e presenterò le mie idee”.
Franceschini in video e Veltroni su Facebook
Il 1 luglio. Un giorno prima dell’incontro che ha proposto Walter Veltroni al Centro congressi Capranica per il 2 luglio, annunciato sul suo profilo Facebook con queste parole: “di tutto abbiamo bisogno tranne che di ritorni a un passato che ha poco da dire” e con il sostegno “a Dario Franceschini e al suo sforzo intelligente”.
Insomma, la sfida è lanciata. E Franceschini l’ha raccolta da questa mattina. Sul suo sito personale un video pre-elettorale contro Berlusconi è stato sostituito con un filmato in cui il segretario Pd ufficializza la sua candidatura. “Oggi potrei dire missione compiuta” dice, “il quadro è cambiato, siamo il primo partito nell’area riformista in Europa”. “Pensavo fosse possibile passare il testimone alle nuove generazioni” prosegue Franceschini, “però ho visto riemergere personalismi e litigi. Oggi non mi sento di tradirli, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me. Investirò su una nuova squadra, fuori da ogni vecchia appartenenza”.
Giovani e “Piombini”
Ma come si schiereranno i tanto corteggiati giovani e i blog che seguono le vicende del Pd? La domanda diffusa, espressa anche dal voto europeo, è per il rinnovamento. I successi personali di Matteo Renzi e Debora Serracchiani sono segnali alla segreteria. Tanto che sia l’asse Veltroni-Franceschini (”recuperare lo spirito del Lingotto”), sia Bersani-D’Alema se li contendono. La Serracchiani potrebbe essere l’asso nella manica dei veltroniani e parteciperà all’incontro promosso dal primo leader Pd.
Bersani scopre i giovani” ironizza il 34enne Giuseppe Civati, uno dei “Piombini“, il gruppo “di lavoro, non siamo una corrente ” che si è convocato a Torino il 27 giugno e che comprende anche un altro blogger, candidato alle europee, Ivan Scalfarotto. Ma Civati ne ha anche per Franceschini: “Parlare di declino della destra quando si perde nella regione più importante d’Italia è perfetta chiosa di una classe dirigente nazionale che da 15 anni non è capace di parlare a un terzo degli italiani, che vivono sopra il Po”. Lo stesso Civati, consigliere regionale in Lombardia, secondo l’Unità, è dato in corsa come possibile sorpresa in vista del congresso, ma lui sul suo blog respinge con una battuta: “Mi sono rotto i cognomi”.

Regole criptiche
Chi si occupa delle fasi pratiche che porteranno al congressone è invece Luca Sofri, con un post su Wittgenstein in cui tenta di ricapitolare il percorso regolamentare previsto dallo Statuto “è un casino tale che solo alcuni monaci cistercensi sono riusciti a decifrare esattamente la volontà dell’estensore”.

“Scandalo” Bari, Minzolini in video: “Prudenti sull’ultimo pettegolezzo del momento”

Augusto Minzolini
“Dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”. Augusto Minzolini ha posto la parola fine alle critiche nei confronti del TG1 (da lui diretto), reo di aver “censurato” la notizia del presunto coinvolgimento del premier Silvio Berlusconi nella “scossa di Bari”.

Lo ha fatto ieri con un videoeditoriale, nel corso dell’edizione delle 20 del suo telegiornale. Sottolineando come il TG1 abbia scelto una linea editoriale prudente in relazione a ciò che lo stesso Minzolini bolla giustamente come “l’ultimo pettegolezzo del momento”: “Queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici non hanno nulla a che vedere con il servizio pubblico”.

Il videoeditoriale di Minzolini

L’attacco di Di Pietro

Di PietroIl leader dell’Italia dei Valori, però, sembra aver mal digerito la spiegazione di Minzolini. Ed è partito, come suo solito, lancia in resta: scriverà infatti al Presidente Napoletano, per chiedergli di esercitare le sue funzioni di “garante della Costituzione per quanto riguarda il pluralismo”. Insomma: chiederà le dimissioni del direttore del TG1.

A dar più fastidio ad Antonio Di Pietro, però, sembra essere piuttosto il minor tempo in video dedicato al suo partito: “da una media intorno all’8% nelle settimane precedenti alle elezioni europee al 3,5% dell’ultima settimana”, secondo un dossier preparato per l’occasione e presentato questa mattina alla stampa.

Uno smacco inaccettabile per il segretario dell’IdV. Un po’ meno grave, invece, secondo Capezzone (PdL): “Questi signori dell’Idv e del Pd sono abituati alle intimidazioni, agli attacchi violenti, alle aggressioni seriali. Sbagliano due volte, però. Non solo perchè Minzolini ha totalmente ragione, ma anche perchè il direttore del Tg1 non ha alcun motivo di temere questi comportamenti minacciosi e arroganti”.

L’opinione di Sofri su Minzolini

Le reazioni della Rete

Luci ed ombre

“Meglio distinguere la fuffa e il gossip dalla vera politica. Ma mi domando: nonostante ciò aveva senso nascondere questa notizia? Si poteva fare benissimo un servizio in cui si spiegava tutto, dando notizie fondate e non oscurando la notizia.”

L’alternativo » Notizie ad personam

Diritto all’informazione o alla diffamazione?

“A denunciare questo “grave” problema nazionale è il solito PD, ovvero Partito Diffamatore per eccellenza, che orbo di Ballarò e AnnoZero perché in ferie (molto attivi durante il caso “Noemi”) non si capacita che Augusto Minzolini non si comporti come la “sciura” Mariuccia e faccia da megafono a maldicenze varie.”

Orpheus » Il Pd invoca la libertà di diffamazione sul Tg1

È il TG1, non una sala da parrucchiere

“Quale sarebbe la sua colpa del direttor del TG1 (Minzolini)? Quella di non voler trasformare il principale telegiornale nazionale in un coiffeur pour dames, come ormai è divenuto il TG3 e di non lottare per “la giusta causa”.”

Falcodestro » Fatti, non parole

LEGGI ANCHE: Gossip e politica. Contro Berlusconi, la scossa di Bari

E la Lega disse: il Nord è mio e lo gestisco io

Matteo Salvini e Guido Podestà

di Paola Sacchi

“La Lega diventerà anche un partito nazionale? Solo se è forte al Nord”. Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda, potente colonnello bossiano, dà a Panorama il fixing delle quotazioni nel dibattito in corso tra “nordisti” e “sudisti” del Carroccio, che ha superato la linea del Po.

La missione? “Liberazione della Padania”
L’opzione è chiaramente il Nord, anzi la missione è “la liberazione della Padania”, come ha ribadito Umberto Bossi a Pontida (qui il VIDEO del discorso del Senatur). Ma le prove tecniche di Csu (il partito che comanda in Baviera, alleato stabile della Cdu in Germania) in salsa leghista al Nord sono già in corso.
Rappresentazione plastica della possibile alleanza fra la Csu leghista e il Cdu-Pdl è stato quel fazzoletto verde al collo del candidato vincente Pdl alla Provincia di Milano, Guido Podestà. L’unico non leghista ad aver parlato finora dal sacro prato della Lega (foto sopra).

Il giuramento di Pontida: niente federazione con il Pdl
L’ipotesi ha due ferrei paletti: la Lega non si annulla nel Pdl e il Nord deve essere la sua vera Baviera con presidenti di regione almeno in Lombardia e Veneto. Ecco perché, mentre i cantieri della politica sono aperti (bipolarismo o bipartitismo?), nell’attesa Giorgetti non esclude l’opzione partito nazionale, ma solo a patto che la Lega governi il Nord.
Un uomo chiave del Carroccio come il segretario piemontese Roberto Cota (qui l’intervista di Panorama.it contro il referendum), presidente dei deputati, conferma: “In questo momento siamo al Nord. Premesso che noi siamo e resteremo un partito autonomo ma di parola, il rapporto fra noi e il Pdl risulta sempre più quello tra un partito territoriale come il nostro e un partito non territoriale come l’altro”. Riassume Giorgetti: “La Lega non è scomponibile, la Lega resta Lega, nessun annullamento in altri contenitori ha detto Bossi, dopo aver ribadito l’alleanza con Silvio Berlusconi”. Quindi niente federazione.

Il Carroccio chiede Lombardia e Veneto
Parola che fa venire l’orticaria alla lady di ferro vicentina, Manuela Dal Lago, vicecapogruppo alla Camera: “Mai!”. Come un mantra, il no all’annullamento nel Pdl lo ribadisce l’altro vice di Cota e anche di Giorgetti alla Lega lombarda, Marco Reguzzoni (pupillo del Senatur), che è ancora più esplicito: “La Csu io non la escludo, è chiaro che nel momento in cui dovessimo avere i presidenti di Lombardia e Veneto se ne potrebbe parlare”. Spiega Reguzzoni: “Con due presidenti così e con un peso determinante nel parlamento romano è chiaro che noi saremmo gia la Csu bavarese”.
Ma per il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia: “La Padania è diventata un master anche per i giovani al Sud. Il tavolo che però deciderà sarà quello di Bossi e Berlusconi sulle regionali: Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria”. Avverte già il deputato trevigiano Giampaolo Dozzo: “Se non ci daranno regioni importanti, forse occorrerà valutare soluzioni alternative”.
Minaccia di correre da soli in Veneto? Giacomo Chiappori, segretario di Alleanza federalista, Lega lato Sud, una soluzione l’avrebbe: “Lega nord e Italia federale”. Sarà solo Lega-Csu o di piu?

Pdl in crescita nel Lombardo-Veneto. Il Pd tiene i comuni del centro sud

Matteo Renzi

La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi

Il centrodestra conquista le province di Milano e Venezia, oltre ad una nutrita serie di comuni, tra i quali ex roccaforti rosse come Prato e Orvieto. E Silvio Berlusconi si dichiara vincitore: “Abbiamo inflitto all’opposizione una sonora sconfitta. Siamo passati dall’amministrare sul territorio 5 milioni di persone a 21 milioni”. E ribattendo all’opposizione ironizza: “Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”. Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”.

Ma il centrosinistra tiene la provincia di Torino e prevale con largo margine a Bologna, Firenze e Bari, riesce a difendere Padova più altri capoluoghi al centro e al sud fortemente pericolanti. E dunque anche Dario Franceschini canta vittoria: “I democratici reggono in mezzo a un’ondata di destra che investe tutta Europa. Mentre per Berlusconi è iniziato il declino”.
Perfino il capo dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, diffonde il proprio personale bollettino: “Tenendoci le mani libere in fatto di alleanze siamo stati determinanti. Ed il fallimento del referendum ci dà ragione due volte”.

Insomma, chi ha vinto? Chi ha perso? In sintesi: la maggioranza di governo arrotonda in questi ballottaggi il bottino di province e comuni già strappati alla sinistra al primo turno. Ma non trionfa e, soprattutto il Popolo della Libertà, non sfonda. Le sue vittorie non sono più per ko come fino a poco tempo fa, ma ai punti. Qualche sconfitta lascia il segno. Al contrario, il Pd incassa vari pugni, eppure riesce a tenersi in piedi. Questo è il dato politico. Al quale va aggiunto, per entrambi gli schieramenti, un diffuso astensionismo che segnala il malessere degli elettori per come la campagna è stata condotta da svariate settimane a questa parte.

Se si fa un calcolo numerico, il bollettino è pesante per il centrosinistra. In queste due settimane si è votato per 62 amministrazioni provinciali: il centrodestra ne aveva 9 ed è riuscito a mantenerle tutte, strappandone all’avversario, tra primo e secondo turno, altre 23, oltre a due di nuova costituzione. Le conquiste: Milano, Venezia, Napoli, Bari, Savona, Biella, Novara, Verbania, Lecco, Lodi, Piacenza, Cremona, Belluno, Frosinone, Ascoli Piceno, Macerata, Teramo, Pescara, Chieti, Avellino, Salerno, Lecce e Crotone; più Monza e Barletta. Il centrosinistra governava in 50 province, ne ha mantenute 27, non ne ha strappata nessuna e ha vinto a Fermo, di nuova costituzione. Bilancio iniziale, 50 province a 9 per il centrosinistra; bilancio finale, 34 province a 28 per il centrodestra, comprese le nuove.

Quanto ai comuni principali, passano da sinistra a destra i capoluoghi Biella, Verbania, Bergamo, Cremona, Pavia, Prato, Ascoli Piceno, Pescara, Campobasso, Caltanissetta, oltre a storiche cittadelle rosse come Orvieto, Bastia Umbra, Gualdo Tadino. Nessuna migrazione, invece, da destra a sinistra. Il bilancio iniziale era di 4 comuni capoluogo governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; oggi è di 14 a 16.

Si tratta di cifre rilevanti. Anche perché comuni e province controllano potere vero, dalle aziende municipalizzate all’influenza sulle casse di risparmio e sulle camere di commercio. Ma su questi calcoli prevarrà appunto il fattore politico. Che segnala indubbiamente un Berlusconi che sembra rallentare nella propria spinta propulsiva, vittima anche delle vicende personali che tanto hanno deliziato la campagna elettorale. Il Cavaliere dovrà comunque vedersela con un Bossi in forma come non mai. E non potrà farlo che rilanciando l’azione di governo.

Nel campo avverso, Franceschini può dire di aver arginato il premier se non sul Piave, almeno sul Po. E dunque il segretario, sponsorizzato da Walter Veltroni, pare destinato a giocare la battaglia in congresso. Ma si troverà di fronte un Massimo D’Alema, sponsor di Pier Luigi Bersani (qui la GALLERY: il chi sta con chi nel Pd), anche lui rafforzato nei propri feudi del Sud, nonché tre sindaci che non rispondono ai vertici romani, ma a se stessi: Zanonato a Padova ha vinto su una linea di fermezza contro l’immigrazione (come sostenne con un certo orgoglio, intervistato da Panorama.it), il contrario di ciò che predica Franceschini; Matteo Renzi a Firenze e Flavio Delbono a Bologna sono usciti dalle primarie come outsider. Soprattutto, il Partito democratico perde, ad eccezione di Zanonato, un’intera classe dirigente di amministratori cresciuti sotto la falce e il martello, con il Pci ed i Ds. Pur nel rischio scampato di estinzione, un regolamento dei conti ci sta tutto.

La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi

Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle comunali
Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle provinciali

Caldo torrido e freddo improvviso: il tempo ballerino metterà a rischio le vacanze?

Maltempo, estate a rischio
Dove non potè la crisi (economica), farà il maltempo? È il timore dei proprietari di lidi balneari e villaggi vacanze, alle prese con il calo dei turisti e del popolo vacanziero. Perché con il 21 giugno l’estate è iniziata ufficialmente, ma all’insegna di un clima altalenante: temperature elevate seguite da improvvise raffiche di vento e pioggia, in un’alternanza difficile da prevedere. E che mina la voglia di andare in villeggiatura.

Inizio estate all’insegna del maltempo

Lo scorso week-end è stato infatti caratterizzato da nubifragi, sparsi in tutta Italia. Inaspettati e rapidi, hanno colpito soprattutto Puglia, Lazio e Calabria, ma anche le grandi città come Milano e Roma sono state vittima di improvvise variazioni di temperatura.

E sono proprio gli sbalzi a creare più disagi: le scorse settimane sono state caratterizzate da alte temperature: sia il mese di maggio che le prime due settimane di giugno si sono rivelate ben più calde delle aspettative, con temperature più simili all’estate inoltrata che non a quelle di fine primavera. Un clima idilliaco guastatosi proprio con l’inizio della bella stagione, che ha visto gli improvvisi acquazzoni rovinare gite e scampagnate.

Località turistiche, male l’inizio di stagione

Maltempo, lidi semivuotiA fare le spese di questo tempo ballerino proprio i lidi, che hanno visto un drastico calo di villeggianti e bagnanti.

Soprattutto fra i “vacanzieri da week-end”: difficile infatti programmare una gita fuoriporta in queste condizioni.

Molti lidi e località di villeggiatura non hanno così lavorato a pieno regime, con una diminuzione negli affitti di ombrelloni e sdraio pari a quote dal 15 al 70 percento. “Il tempaccio ci ha dato una brutta fregatura - spiega Giorgio Bussoni, presidente di Oasi Confartigianato, al Corriere - Lo sappiamo tutti qui che sarà una stagione dal fiato corto, le famiglie hanno meno soldi in tasca”. E allora, forse, meglio risparmiare in attesa di tempi (atmosferici) migliori.

I commenti della Rete

Lacrime di coccodrillo

“E ben gli sta. Le lamentazioni pubbliche dei poveri (sic!) gestori di spiaggia, che lavorano tre mesi l’anno e fanno fortune da capogiro, non le sopporto. A chi si lamenta, toglierei la licenza, su due piedi. “La pioggia nel weekend ci ha fatto lavorare al 70%, sarà un anno difficile”. Come se la variabile tempo fosse un fatto eccezionale.”

Soffiando via la polvere » Ombrelloni chiusi

L’importante è lamentarsi

“Qui le temperature son salite così vertiginosamente che milioni di romani hanno iniziato a lamentarsi per il caldo che tanto se piove ci lamentiamo perché piove, se fa freddo per il freddo e adesso finalmente ci possiamo lamentare per il troppo caldo.”

Lord79 » I consigli dell’estate pt.2

Contraddizioni

“Oggi 21 giugno è il primo giorno della stagione calda. [...] La situazione meteorologica è esattamente all’opposto: qui fa piuttosto freschetto, vento, tuoni e pioggia abbondante. Io ho dovuto indossare il mio amato cardigan di lana e devo confessare che continuo a sentire freddo. Una via di mezzo no, eh?”

Perline colorate » Oggi è il solstizio d’estate. Con un tempo da solstizio d’inverno

Il referendum secondo Romano: “Un’istituzione malata, regole da cambiare”

Un elettore al voto

Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta

I dati del Viminale non lasciano dubbi: si tratta di un minimo storico nell’affluenza a un referendum abrogativo in Italia. Nel 1974 l’87% degli aventi diritto votò sul divorzio. Adesso alle urne è andato solo un italiano su cinque. Il perché lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Sergio Romano, storico ed editorialista di Panorama e del Corriere della Sera.

Visti i risultati, si può parlare di fine del referendum?
Sì, credo si possa dire che è un’istituzione malata. Le cause sono molte: se ne è fatto un uso troppo esteso in passato, i temi sono complicati e si fatica a capire quale sarà l’effetto del voto. Si tratta di una sorta di microchirurgia applicata alle leggi che sconcerta gli elettori che non si trovano davanti a una scelta ben definita. Finché si trattava di scegliere sul divorzio o sull’aborto era più semplice decidere e mobilitare. Poi ci sono delle cause che rientrano nella natura stessa del referendum abrogativo.

Il quorum, ad esempio. Perché non è più stato raggiunto dal 1995?
Il quorum al 50% è motivato da una considerazione dei costituenti: per abrogare una legge approvata dal Parlamento ci vuole una chiara manifestazione di volontà degli elettori. Però la Costituzione è del 1948 e si riferisce a un contesto in cui alle urne andava il 90% degli italiani, adesso la situazione è cambiata. C’è una crescita dell’area degli “agnostici” o semplicemente dei disinteressati che si avvicina ad altri paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.

Secondo lei è corretto fare campagna per l’astensione?
No, non è giusto: chi fa campagna per l’astensione somma il numero dei disinteressati a quello di chi riesce a convincere, con il deliberato scopo di fare fallire la consultazione.

Può essere una soluzione la proposta di abbassare il quorum e aumentare il numero di firme necessario?
Bisognerebbe abbassare il quorum perché aumenta l’area di chi non va a votare. Ma dall’altro lato è giusto aumentare il numero di firme da raccogliere perché la popolazione dell’Italia è aumentata dal 1948. Un’altra ipotesi è quella del referendum abrogativo il cui risultato è condizionato dal raggiungimento di una maggioranza ponderata di favorevoli, maggiore del 50%, ma senza un quorum di votanti.
L'ambasciatore Sergio Romano

Perché nel ‘93 si registrò ancora un’affluenza molto alta (il 77%) pur su temi abbastanza complicati e poi è andata calando in modo così netto?
Nel ‘93 così come nel ‘95 c’era ancora una forte partecipazione alla politica. Dalla seconda metà dei ‘90 è aumentato lo scetticismo, non escludo che tra le cause ci sia anche il bipolarismo, perché riduce le opzioni. Ma io non escludo che se si votasse domani su un tema molto sentito non tornerebbe ad avere successo. Certo, 15 anni di fila senza ottenere risultati sono un problema, rischiamo di giocarci uno strumento importante di democrazia diretta.

Tra le cause dello scetticismo c’è anche il fatto che in alcuni casi le indicazioni date dagli elettori sono state disattese…
Sì, ma questo è dovuto anche alla natura del referendum, che non può proporre una legge ma solo abrogarla. Spesso i quesiti sono scritti per passare il vaglio della Corte Costituzionale, che non approverebbe un referendum che bloccasse il funzionamento di un’istituzione. Per questo si agisce con una sorta di “microchirurgia”: ad esempio i quesiti del 1987 sul nucleare non erano così netti: non si chiedeva ai cittadini “volete abolire il nucleare?” Ma si agiva su delle disposizioni normative che facilitavano l’energia atomica. E se adesso, come accade, il governo vuole tornare al nucleare non ci si può opporre ricordando quel voto.

Nel caso di oggi del referendum sulla legge elettorale secondo lei cosa non ha funzionato?
La formulazione era poco chiara e non si poteva formulare un’alternativa al sistema attuale. C’era molta insoddisfazione per il “porcellum”, ma ad esempio molti lettori che scrivono alla mia rubrica sul “Corriere” erano interessati a reintrodurre le preferenze e una volta che hanno capito che non era questo lo scopo della consultazione hanno detto “non è ciò che mi interessa”.

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Italiani senza quorum. Con i referendum è una storia finita

Un seggio elettorale

Un colpo al quorum. Questo ci vorrebbe, forse, per tornare a vedere un referendum abrogativo avere successo. Pur avendo l’appoggio (poco convinto) dei due principali partiti italiani, anche i tre quesiti sulla legge elettorale, stando ai dati diffusi sul sito del Viminale, non sono stati votati dalla maggioranza degli elettori.
I dati definitivi relativi all’affluenza alle urne non lasciano dubbi: quelli relativi agli 8.100 interessati al voto indicano una partecipazione del 23 per cento circa per tutti e tre i quesiti. Per la precisione, per il Quesito 1 (scheda viola), l’affluenza è stata del 23,31% (Favorevoli 77,64% - Contrari 22,36%); per il Quesito 2 (scheda gialla), l’affluenza ha toccato la stessa cifra 23,31% (Favorevoli 77,69% - Contrari 22,31%) per il Quesito 3 (scheda verde) l’affluenza è stata pari al 23,84% (Favorevoli 87% - Contrari 13%).

Insomma, una percentuale ancora inferiore al misero 25,5% che andò a votare nel 2005 sulla procreazione assistita.
Il grafico della partecipazione popolare ai referendum è in discesa costante dal 1995. Negli ultimi 14 anni solo in un caso più della metà dei votanti si è espressa, nel 2006, sbarrando la strada alla riforma costituzionale del centrodestra. Ma in quel caso il quorum non era neanche necessario trattandosi di referendum costituzionale.

Sempre meno votanti
In generale, la curva dell’affluenza ai referendum è in discesa dal 1974, con il No degli italiani a chi voleva abolire il divorzio. In quel caso votò l’87,7% degli aventi diritto. Percentuali simili tra fine anni ‘70 e primi anni ‘80, quella che si potrebbe definire come “l’età d’oro” dei referendum. Nel 1978, con un 81% di votanti, vinse il No all’abrogazione della legge sull’ordine pubblico e al finanziamento pubblico per i partiti. Nell’81 il 79% degli italiani votò su aborto, ergastolo, legge Cossiga sull’ordine pubblico e porto d’armi. Nell’85 il 77,9% si espresse sulla scala mobile. E nel 1987, ormai in pieno riflusso, si ha la prima importante flessione di partecipazione: due votanti su tre vanno alle urne per dire No al nucleare e per la responsabilità civile ai giudici e i reati ministeriali.

Gli anni ‘90
Nel 1990, per la prima volta, un referendum abrogativo fallisce: si tratta dei quesiti promossi dai verdi su caccia e uso dei pesticidi. L’astensione supera il 56% e la consultazione non è valida. Ma non è ancora la fine dell’amore tra gli italiani e il referendum: nel ‘91 e nel ‘93 invece che andare al mare, dove li aveva invitati Craxi, i cittadini votarono per la preferenza unica alla Camera (62,5% l’affluenza) e di nuovo in massa (77%) per la vittoria di Mario Segni e dei referendari: passano tutti i quesiti, dal sistema elettorale (per introdurre il maggioritario), alla detenzione per uso personale di stupefacenti, all’abrogazione dei ministeri di Turismo, Agricoltura e Partecipazioni statali.

La crisi del dopo Tangentopoli
L’ultima serie di quesiti a raggiungere il quorum è quella del 1995: ben 12 i temi su cui sono chiamati a esprimersi gli elettori, dall’elezione diretta del sindaco alla concentrazioni di reti televisive alle rappresentanze sindacali. Da allora in poi, nessun comitato è riuscito a mobilitare abbastanza italiani: nel ‘97 solo il 30% andò a votare su caccia, ordine dei giornalisti e carriere dei magistrati. Nel ‘99 per un soffio (votò il 49,6%) non ebbe successo l’abolizione della quota proporzionale alla Camera e nel 2000 un’altra dura sconfitta per i referendari, soprattutto i radicali, promotori della maggioranza dei 7 quesiti (ancora rimborsi per i partiti, quota propozionale, separazione delle carriere, articolo 18…) che riescono a mobilitare solo il 32% degli elettori. Così come non riuscirà Rifondazione a superare il 25% dei votanti al referendum sull’estensione dell’articolo 18 nel 2003. Ormai i contrari preferiscono invitare all’astensione piuttosto che a votare No. Una strategia che diventa palese nel 2005 quando la Chiesa si mobilita per fare fallire il referendum per l’abrogazione della legge 40: solo il 25% andrà a votare.

E ora che l’appello all’astensione ha sostituito con successo la battaglia politica, cosa succederà ai referendum?

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