Archivio di Luglio, 2009

Vacanze italiane: il conto gonfiato è servito. La mappa dei prezzi turistici

turistitalia

Leggiamo la ricevuta. Due coperti: 20 euro. Quattro bottiglie di acqua minerale: 24 euro. Sei scampi: 300 euro. Sei gamberoni: 90 euro. Un plateau (quattro ostriche, due fasolari): 70 euro. Due bourguignon: 380 euro. Una fonduta di frutta: 30 euro. Uno Zacapa (bicchierino di rum): 40 euro. Totale: 954 euro.

La cena da quasi 1000 euro

Quando le hanno presentato il conto, Barbara, una donna di 37 anni di Milano, è rimasta pietrificata. Lei voleva solo una serata un po’ speciale per festeggiare il compleanno del fidanzato. Su internet ha cercato un posto tra quelli che nel menu proponevano la bourguignon di pesce. Ha scelto la Malmaison, ristorante immerso nella vecchia città, vicino alla ferrovia, tra atmosfere che si rifanno alla casa di Napoleone e Giuseppina.
Barbara sapeva, almeno in parte, a cosa andava incontro.
Ma si sente lo stesso derubata. Racconta: “Dopo che avevamo ordinato il cameriere ha ritirato i menu e ci ha chiesto se nell’attesa gradivamo degli antipasti. Abbiamo risposto sì. Mai avremmo immaginato fossero così costosi”. Alla fine la donna ha pagato, senza battere ciglio. “Non volevo rovinare la serata e rischiare la rissa, cosa probabile se solo l’avessi detto al mio uomo”. Ora si è rivolta ad Altroconsumo, ma sa che non potrà avere indietro i soldi: “Spero solo che abbiano quello che si meritano, non posso pensare che siano in buona fede”.
Si accomodino, signori clienti, ben arrivati nei ristoranti del salasso. Non c’è solo Il Passetto, la trattoria di Roma che a due fidanzati giapponesi ha fatto pagare un pranzo 695 euro, di cui 115 solo di mancia, appioppata in modo arbitrario. Le batoste a tavola sono all’ordine del giorno. Le associazioni dei consumatori ricevono lamentele quotidiane.
C’è chi racconta di avere sborsato 24 euro per una mozzarella, due pomodorini e quattro patate servite come antipasto (non richiesto) nell’attesa delle pizze. Chi di incomprensioni sui prezzi segnati nei menu: chiedi una torta pensando di pagare una cifra, poi ti spiegano che quella si riferiva alla singola porzione. Chi si arrabbia per il conto veneziano da 64 euro per due birre, una bibita e un gelato.
Certo, gli stranieri sono le prede privilegiate dei furbacchioni. Che non si annidano solo a Roma ma un po’ ovunque, come dimostrano le indagini sulle maggiori città d’arte riportate nella MAPPA a fondo pagina. Alcuni tassisti romani chiedono 100 euro anche quando la tariffa fissa sarebbe meno della metà. Poi bottigliette d’acqua a 5 e coni gelato a 6 euro.
Inevitabile che in Giappone i giornali sparino a zero contro l’Italia. E fa certamente bene il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, quando invita i due truffati del Passetto a tornare a spese del governo. C’è da augurarsi solo che l’appello non venga accolto da tutti quelli che in vacanza in Italia hanno preso una patacca: la spesa sarebbe incommensurabile.
“Abbiamo una concezione del turismo molto residuale” spiega Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Dove si mangia peggio in Italia? Nei posti più belli, dove la gente tanto li visita lo stesso. Londra rispetto a Roma ha attrattive minime, eppure ha saputo applicare al turismo logiche industriali, di business. L’Italia vive di inerzia, di rendita. Non vengono più gli americani scottati? Ci sono i russi, poi i giappones, i cinesi…”.
Le trappole sono disseminate in modo capillare. E dentro ci finiamo tutti, a turno, nessuno escluso. Erano del “continente”, ma pur sempre italiani, i tre turisti che a Tusa, in provincia di Palermo, hanno scucito 30 euro per tre panini al salame. Spendaccione sì, ma fesso no, avrà pensato Flavio Briatore, quando dopo una cena con amici in un locale della Costa Smeralda si è visto presentare un biglietto con su scritto 2.068 euro. “Tu sei un ladro! Non esiste che io paghi questa cifra, preferisco lasciare 1.000 euro al personale. Se vuoi, denunciami” ha urlato il manager al proprietario.

La nostra Barbara invece ha tirato fuori la carta di credito e ha firmato in silenzio. In linea con una cattiva abitudine tutta italiana, quella di non passare mai al setaccio le singole righe del conto. “Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni chi invita, anche se ha ospiti importanti, al momento di pagare controlla voce per voce” ricorda Fiammetta Fadda, critico gastronomico. “La nostra pretesa eleganza nel non verificare è sbagliata, provinciale. Il ristoratore disonesto intuisce, dal tipo di clientela o dalla serata speciale, la situazione in cui contestare il prezzo potrebbe creare imbarazzo e ne approfitta sapendo che nessuno alzerà un dito”.
Magari non è il caso della Malmaison. Certo fa specie constatare che Barbara e il fidanzato avrebbero speso meno se fossero andati a Parigi, nella centralissima avenue Montaigne, a fianco dell’Eliseo, all’interno dell’hotel Plaza Athenée, nel ristorante del “maestro degli chef contemporanei” Alain Ducasse, con tre stelle Michelin. In Italia solo cinque ristoranti (con prezzi inferiori a quello pagati da Barbara) possono fregiarsi dello stesso punteggio nella guida. Dove non c’è traccia della Malmaison.
Si trovano notizie su internet invece, sul sito prima di tutto, ma anche sui portali d’informazione. In un articolo di Affari italiani del maggio 2007 si parla del ristorante che sarebbe gestito e amministrato da Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, condannata nel maggio 2006, con la madre, a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. In un altro sito di recensioni la stessa Stefania “dea ex machina” presenta il locale come se fosse suo: “Abbiamo voluto creare un luogo dove l’ospite potesse stare bene, rilassandosi in un ambiente sereno e familiare”.

In realtà la Malmaison risulta di proprietà del suo compagno, Davide Ivan Lacerenza, che al telefono spiega la sua versione dei fatti: “È tutto regolare. Hanno mangiato scampi di Mazara che arrivano ancora vivi, aragoste della Sardegna, astice, tonno, spada, branzino. Dai 3 ai 4 chili di roba. Gli antipasti li hanno chiesti loro, io stesso ero sorpreso sulla quantità di cose ordinate. Siamo uno dei ristoranti migliori di Milano. Vengono da noi personaggi famosi e politici. Abbiamo un ambiente esclusivo con posate d’argento e d’oro e 600 candele accese ogni sera. C’è gente che mangia caviale e spende anche 3 mila euro. Siamo aperti da 3 anni ed è la seconda persona che si lamenta”.
Chissà. Avrà anche ragione Edi Sommariva, direttore genarale della Fipe-Confcommercio, quando dice che chi va in un ristorante non compra piatti ma portate, non acquista prodotti ma emozioni. Però non si può nemmeno rischiare il batticuore. Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, parla di malafede sempre più diffusa nel settore. “Anche nei ristoranti meno cari riscontriamo consigli buttati lì quasi a caso per aggiungere voci all’ordinazione, vedi un vino di benvenuto o un antipasto, che poi si rivelano fregature. Molti cercano di approfittare dei clienti avventizi, che non sono solo turisti ma anche chi si vuole concedere una serata particolare. Il mio consiglio è di non pagere e chiamare le forze dell’ordine”.
Che ci sia un problema di trasparenza lo riconosce lo stesso Sommariva, tanto che preannuncia un paio di iniziative che vanno in questa direzione: “Un marchio che impegni il ristoratore a seguire i clienti in una scelta più consapevole, con sanzioni amministrative e gogna mediatica in caso di inosservanza. E un comitato di conciliazione, istituito con la collaborazione di Federconsumatori, Adiconsum e Movimento difesa del cittadino, per gestire i conflitti tra imprese e clienti in tutta Italia. Noi per primi non vogliamo mele marce nella nostra categoria”. Figurarsi chi paga il conto.


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Barracciu, la “mora” sarda che tifa Franceschini. Per cacciare la Casta (del Pd)

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“Vengo da un paesino in provincia di Nuoro e ho fatto la gavetta in Comune”. Si presenta così la barbaricina Francesca Barracciu, 43 anni, consigliere regionale della Sardegna, in lizza per l apoltrona di segretario regionale del Pd (con gruppo di fans su Facebook) e in prima fila nella lista Semplicemente democratici a sostegno di Dario Franceschini come candidato alla segreteria nazionale del Pd, assieme alla giovane collega friulana, Debora Serracchiani; lo rivendica con una punta di orgoglio (e non poca voglia di vendetta politica).
È lei - occhi scuri e capelli corvini - che vuole contribuire a dare una spallata a D’Alema & C., sostenitori della mozione Bersani. Nata a Sorgono, sperduto paesino del Nuorese, dove è tuttora sindaco, è stata eletta nel consiglio regionale della Sardegna ed è il segretario uscente del Pd sardo. È caparbia e determinata. “Altro che veline e figurine date in pasto ai media: io e Debora facciamo sul serio e siamo parte di quella schiera di trentenni e quarantenni impegnati da anni nell’amministrazione del territorio”, ripete più volte. “Peppone” Bersani, l’emiliano? Per i suoi gusti “È antiquato”. Beppe Grillo, il genovese? “È un comico che non fa più ridere”. E Tonino Di Pietro, il molisano? “Vorrei essere cattiva, ma mi limito a dire che è emblematico”. Insomma, taglia e cuce. E al rinnovamento dal basso, ci crede davvero.

La sfida tra Bersani, Franceschini e Marino parte dalle segreterie regionali. E la conquista di queste potrebbe significare un successo in autunno al congresso nazionale. Non c’è il rischio di aumentare la litigiosità all’interno di un partito già diviso?
Credo di no, anzi si aumenta la discussione interna. Il nostro è un congresso vero dove si confronteranno idee e mozioni precise per il futuro del partito e del paese. Un congresso autentico, come dicevo, caratterizzato da una viva dialettica e questo dimostra che il Pd è un partito al plurale. E chi vincerà le primarie sarà effettivamente la guida di tutti.

Lei appoggia Franceschini. Parliamo allora degli altri due candidati: pregi e difetti di Bersani.
Ho sempre ritenuto che Bersani sia stato un ottimo uomo di governo capace di fare scelte coraggiose. Sul versante del partito, però, ha un’idea che ci porta indietro nel tempo, una visione antiquata basata sulle alleanze con altri partiti.

Ignazio Marino: un candidato bruciato dallo scoop de il Foglio? Ormai è una corsa due?
Non credo che Marino sia stato bruciato dallo scoop e bisogna vedere che cosa c’è sul serio dietro questa notizia. Per il resto Marino si pone come unico rappresentante della laicità, cosa che non è solo di suo appannaggio. La laicità è ben rappresentata anche dalla mozione Franceschini, per questo l’idea del partito di Marino è troppo particolare e ristretta, perché legata solo a questo aspetto.

Come giudica l’uscita di Beppe Grillo, che si voleva candidare alle primarie?
È stata una provocazione e la sua candidatura era inaccettabile, visto che ha trascorso gli ultimi due anni a massacrare il Pd e a non condividere nulla delle sue posizioni. Allora, perché mettersi alla testa di un partito che si detesta in pubblico? Lo trovo decisamente presuntuoso: lui che da sempre distrugge la politica, che si fa baluardo della legalità e della moralità, all’improvviso vuole diventare un politico come quelli che ha sempre criticato? È una contraddizione. Secondo me, è meglio che Grillo torni a fare il comico, sempre se riesce ancora a far ridere qualcuno.

Grillo baluardo della “legalità e della moralità”. E Di Pietro?
(Dopo la domanda, la Barracciu fa un profondo sospiro e si prende una ventina di secondi per rispondere, ndr)
Di Pietro è emblematico, non dico altro.

I pezzi grossi si sono schierati (D’Alema, Bindi, Letta con Bersani, mentre Veltroni, Rutelli e Fassino con Franceschini) poi i giovani a seguire. I candidati alla guida del Pd hanno tutti sopra i 50 anni. Anche in politica i giovani italiani sono “bamboccioni” e non sono in grado di esprimere un loro candidato?
Negli ultimi vent’anni è stato fatto pochissimo per rinnovare la classe dirigente e non è stato fatto niente per stimolare e farla rinascere in modo naturale. Gli unici rinnovamenti si sono avuti a livello locale, soprattutto da parte dei sindaci che sono a stretto contatto con la gente. C’è un’ampia spinta dal basso per togliere il tappo che è stato messo in questi anni al partito dalla vecchia classe dirigente. E Franceschini rappresenta questo movimento per rinnovare il partito, in quanto è stato l’unico a puntare sui trentenni e sui quarantenni impegnati nelle amministrazioni del territorio (400 giovani amministratori locali sono a suo favore, ndr). Il contrario di Bersani.

Pd e Pdl, per esempio alle europee e regionali di giugno, hanno puntato sui giovani ed entrambi i partiti negli ultimi mesi hanno organizzato per loro corsi di formazione “ad hoc”. Poi però nei posti che contano ci sono quasi sempre gli stessi nomi, ormai da vent’anni come diceva lei, sia al Governo sia all’opposizione. Come mai?
Purtroppo è questo il vero problema dell’Italia. C’è un gruppo dirigente che non vuole spostarsi da due decenni. Ed è duro cambiare i vertici del partito, come stiamo facendo in Sardegna da alcuni anni. A livello nazionale troviamo la resistenza di chi non vuole lasciare la poltrona e abbandonare il potere, per queste persone è difficile. Per questo faccio un appello ai trentenni, ai quarantenni e alle donne: non fatevi strumentalizzare da chi vi usa solo per scopi elettorali, ma scegliete in totale autonomia, sapendo che l’impegno politico non è a vita. Io vengo dall’amministrazione locale: sindaco di un paesino in provincia di Nuoro, eletta consigliere la prima volta a 28 anni, poi assessore per cinque. Tanta gavetta nei Ds e nel Pd. Mi sono formata così, a contatto con la gente, non vengo da esperimenti subitanei.

Giovani, impegnate e carine. Non è che lei e la Serracchiani, passate le primarie, verrete messe un po’ da parte, come è successo alla fanciulla del Pd di Veltroni, Marianna Madia, tanto declamata in campagna elettorale e poi diventata una dei “peones” a Montecitorio?
Non ho questo timore. Io e Debora militiamo da anni nelle amministrazioni del territorio e abbiamo il privilegio e la responsabilità di rappresentare con le primarie qualcosa in più. E continueremo a farlo anche al di fuori dei riflettori, sapendo che l’impegno politico non deve durare a vita.

Fronde e rivolte meridionaliste: i governatori sudisti vanno al Fondo

I tre governatori del Sud

di Stefano Brusadelli

Quattro governatori in difficoltà, e con le elezioni alle viste.
Una montagna di soldi (per dare l’idea, l’equivalente di tutto il pil annuale della Bulgaria) che dovrebbero arrivare.
E un ministro che ha disperato bisogno di denari e non si fa intenerire dalle ragioni (anche legittime) del meridionalismo. Su questo plot si gira “il partito del Sud”, il tormentone politico dell’estate 2009. Una classica trama di potere, di voti e, appunto, di soldi.
L’arcigno ministro è il responsabile dell’Economia, Giulio Tremonti. Il tesoro è quello del Fas, una montagna d’oro che valeva in origine 63 miliardi di euro e che tra il 2007 e il 2013 avrebbe dovuto beneficiare per l’85 per cento (53 miliardi) le quattro regioni italiane con il reddito più basso, ossia Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
Ma che ora, abbondantemente utilizzato per varie esigenze del bilancio statale, si è ridotto alla metà, rimasta fra l’altro congelata a Roma. I governatori che sono scesi sul piede di guerra evocando (in verità senza troppa convinzione) lo spauracchio di una Lega in salsa meridionale sono, appunto, i quattro moschettieri del Sud. Che al momento hanno le piume alquanto ammaccate e di spendere quei soldi hanno gran bisogno. Sia per provare a fronteggiare un Pdl in forte avanzata sia (soprattutto) per evitare di essere rottamati dai loro stessi compagni di schieramento.
In Calabria l’ex margheritino Agazio Loiero, con un consiglio abbondantemente lambito dalle inchieste giudiziarie, guarda alle regionali del 2010 come a un incubo. Se al congresso del Pd vincerà Dario Franceschini, a fargli le scarpe come candidato del centrosinistra sarà Marco Minniti, che ha puntato le sue carte sul segretario in carica. Se invece ce la farà Pier Luigi Bersani, il pericolo non sarà da meno: in un eventuale accordo nazionale con l’Udc, che i dalemian-bersaniani perseguono con determinazione, al partito di Pier Ferdinando Casini andrà quasi certamente la Calabria, dove si scalda il deputato Roberto Occhiuto. E in ogni caso sulla regione incombe la candidatura del dipietrista Luigi De Magistris, votatissimo alle europee. Loiero, che finora di infrastrutture ne ha inaugurate poche, ha almeno bisogno di far vedere che fa sul serio con il raddoppio e la messa in sicurezza della statale 106 ionica tra Taranto e Reggio Calabria, 490 km tra i più pericolosi d’Italia.
Il voto del 2010 è un incubo anche per il governatore pugliese Nichi Vendola. E non solo perché da quelle parti alle amministrative di giugno il Pdl ha sfondato quasi ovunque. Il leader di Sinistra e libertà è entrato in rotta di collisione con Massimo D’Alema per questioni di potere locale e in caso di vittoria di Bersani al congresso corre il rischio di essere giubilato per fare posto a Francesco Boccia, giovane tecnocrate legato a Enrico Letta che fu già suo avversario alle primarie pugliesi del 2005.
I soldi del Fas a Vendola servono anzitutto per le bonifiche ambientali di Taranto, Brindisi e Manfredonia, per la messa in sicurezza di 990 scuole e per la metropolitana di Bari, dove amministra l’ultimo vero alleato che gli è rimasto, il sindaco Michele Emiliano.
Caso diverso, ma non troppo, nella Campania dell’inossidabile Antonio Bassolino. Il governatore ha deciso di tentare il grande ritorno al comune, dove fu già sindaco tra il ‘93 e il 2000. A parte che i ritorni (vedi Francesco Rutelli a Roma) possono riservare brutte sorprese, e che anche in quella regione il centrodestra è in crescita (a giugno si è votato per le province di Napoli, Avellino e Salerno e il Pdl ha fatto l’en plein), nel Pd monta la fronda verso un personaggio che non ha certo legato il suo nome a una stagione felice per la Campania.
Bassolino si prepara ad abbattere in autunno la giunta di Rosa Russo Iervolino, pure lei del Pd, per far coincidere la fine del suo mandato in regione con le elezioni comunali, altrimenti fissate nel 2011; ma sulla sua strada si è messo un gruppo di giovani del Pd (Enzo Amendola, Stefano Graziano, Tonino Cuomo, Guglielmo Vaccaro) decisi a contrapporgli l’europarlamentare Andrea Cozzolino. Inutile dire che anche le chance bassoliniane dipendono dalla disponibilità dei miliardi del Fas, che secondo il piano già presentato al Cipe dovrebbero servire a completare l’autostrada Salerno- Reggio Calabria, la metropolitana di Napoli e l’asse viario tra Lioni e Grottaminarda, nell’Avellinese.
Resta la Sicilia, cioè la regione dove tutto lo sconquasso è nato (e proprio oggi il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, ha dato via libera allo sblocco di 4miliardi e 313 milioni di euro del Fas, destinati alla Sicilia - il 43% sarà dedicato ai progetti per infrastrutture con il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, che ha precisato che il trasferimento delle risorse avverrà con l’avanzamento dei lavori - disinnescando di fatto la protesta del frondista Lombardo).
Anche qui c’è una trama squisitamente politica. Nato nell’orbita del Pdl, il governatore Raffaele Lombardo si è progressivamente affrancato dal centrodestra, soprattutto quando ha deciso di mettere mano ai delicati equilibri della sanità regionale.
Oggi la sua situazione è assai incerta: oltre che l’Udc dell’ex governatore Totò Cuffaro, si trova contro quasi tutto il Pdl tranne Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo, che però difficilmente sarebbero disposti a rompere con il Cavaliere (E infatti dopo lo sblocco dei fondi da parte del Cipe, per Miccichè “quello approvato oggi dal Cipe è il Par della pace”. E il partito del sud, tutto appianato nel centrodestra? “Il partito del sud era uno strumento per raggiungere un obiettivo. Se l’obiettivo si raggiunge, con Tremonti non ci sono problemi”).
Se la guerriglia dovesse continuare (”Il partito del Sud rimane una spada di Damocle. Visti i risultati che abbiamo ottenuto, prima o poi lo faremo“, ha detto il leader autonomista), Lombardo non esclude un autoaffondamento della sua giunta per andare al voto anticipato nel 2010. Magari anche contro il Pdl, e facendo l’occhiolino al Pd di Sergio D’Antoni:
Gli uomini del governatore siciliano dicono ancora più apertamente ciò che si mormora anche a Bari, Reggio e Napoli, e cioè che il taglio dei fondi Fas nasca anche dalla volontà del governo di togliere ossigeno ad amministrazioni regionali di centrosinistra o, nel caso siciliano, non ortodosse. E anche qui la lista della spesa è lunga: il porto di Augusta, gli interporti di Termini Imerese e di Catania Bicocca, il completamento dell’anello autostradale e il rinnovo della rete ferroviaria.
All’insegna del Sud tradito, è partito il cannoneggiamento verso la capitale. “Da una parte” dice Loiero a Panorama “il governo parla di federalismo, dall’altra procede a un accentramento di risorse. Mi sembra una strana politica”.
“Il Sud” tuona il senatore Giovanni Pistorio, punta di lancia a Roma del Mpa di Lombardo, “ha diritto ai suoi investimenti strategici. E poi basta con i luoghi comuni: non c’è una sola zona del Sud dove il livello di spesa pubblica sia più alto che nel Nord”.
Gli fa eco Gianfranco Viesti, assessore pugliese al Mezzogiorno: “Qui gli investimenti sono inferiori a una qualunque regione a statuto ordinario del Nord”. “Ormai” protesta l’assessore al Bilancio della Campania Mariano D’Antonio “l’agenda del governo la fa la Lega”.
Tutti argomenti che però dalle parti di Tremonti lasciano il tempo che trovano. Perché se al Sud si sospetta una stretta con timing politico, lì sono convinti che i soldi del Fas sarebbero stati spesi, più che in opere strategiche, per annaffiare cooperative, lavoratori socialmente utili o, addirittura, per pagare stipendi. Dopo l’intervento diretto di Silvio Berlusconi, i cordoni della borsa si riapriranno un poco; ma non certo come si spera al Sud. Anche perché la minaccia di un partito del Sud agitato da leader così eterogenei tra loro non la prende sul serio nessuno.

(hanno collaborato Antonio Calitri e Carlo Porcaro)

La Ru486 in Italia. Chi esulta e chi critica. Il Vaticano: “Scomunica per chi la usa”

Pillole abortive Ru486

Dopo cinque lunghi anni di discussione e dopo sei ore riunione, l’Agenzia del Farmaco (Aifa), ha dato l’imprimatur definitivo (a maggioranza, quindi senza l’unanimità: 4 voti a favore, uno contrario) all’immissione in commercio anche in Italia della Ru486, la pillola abortiva, cioè il farmaco per l’interruzione di gravidanza, già utilizzato in altri Paesi (è commerciabile in Francia dal 1988; nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna, e un anno dopo in Svezia; dal 1999 in Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa) e dal 2005 è inserita nella lista dei farmaci dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).
Il Cda dell’Aifa si è avvalso dei pareri del Consiglio superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici “la scrupolosa osservanza della legge”. La decisione, ha voluto sottolineare l’Aifa in una nota, “rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto”. Aggiunge, al termine della lunga riunione, Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna e componente del Cda Aifa: la Ru486 potrà essere utilizzata in Italia solo in ambito ospedaliero (”fascia H”), così come la legge 194 prevede per le interruzioni volontarie di gravidanza. Nelle disposizioni, ha aggiunto Bissoni, c’è un “richiamo al massimo rispetto della legge 194 e all’utilizzo in ambito ospedaliero. Dopo una lunga istruttoria è stato raccomandato di utilizzare il farmaco” ha chiarito Bissoni “entro il quarantanovesimo giorno, cioè entro la settima settimana”. Entro questo termine, infatti, le eventuali complicanze sono sovrapponibili a quelle dell’aborto chirurgico.
La stessa legge n.194 prevede inoltre una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse (emorragie, infezioni ed eventi fatali)”. Ma è proprio su questo punto, cioè sulla possibilità che il reale processo abortivo avvenga in concreto fuori dai centri sanitari, che si concentra chi sostiene l’incompatibilità della Ru486 con la legge 194.

Come agisce la Ru486
La pillola RU486 ha un verificato effetto abortivo. A base di mifepristone, è in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato. L’aborto farmacologico tramite Ru486 prevede l’assunzione di due farmaci: la Ru486 appunto (che interrompe lo sviluppo della gravidanza) in abbinamento a una prostaglandina che provoca le contrazioni uterine e l’espulsione dei tessuti embrionali. Ogni Paese in cui la pillola abortiva è commercializzata ha delle regole e delle scadenze precise: la pillola può infatti essere assunta entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane. Quindici giorni dopo l’espulsione, che avviene nel 98,5% dei casi, la paziente viene sottoposta a valutazione ecografica e ad una visita di controllo. Cosa diversa è, invece la cosiddetta “pillola del giorno dopo” Norlevo, con la quale la RU486 è spesso confusa: in questo caso si tratta di un anticoncezionale e non provoca, secondo gli esperti, l’interruzione di una gravidanza, ma impedisce l’eventuale annidamento nell’utero dell’ovulo che potrebbe essere fecondato.

Chi esulta e chi protesta
Le prime reazioni alla decisione dell’Aifa corrispondono alle posizioni degli schieramenti da tempo in campo.
Soddisfatto il ginecologo torinese Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, (presidente dell’Ass. radicale Adelaide Aglietta e coordinatore del protocollo di sperimentazione del farmaco): “Finalmente! prima di tutto è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un’opportunità in più”. “Ma” dice ad Affaritaliani.it “la lotta continua perchè ora bisogna offrire l’aborto medico in tutta Italia”. E sulla presunta pericolosità del farmaco (sul quale grava l’ombra di 29 decessi dal 1988 anche se la casa farmaceutica produttrice francese Exelgyn ha chiarito: “Si tratta di casi in cui il nostro mifepristone è stato preso fuori delle indicazioni. Quelle donne non sono morte di aborto”), Viale taglia corto: “Non è assolutamente pericolosa. E 29 decessi sono nulla. Non sono un problema per nessun farmaco. In America ogni anno sono segnalate 50 persone morte per assunzione di aspirina“.
Plaude la decisione dell’Aifa anche l’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica): “Ci si allinea con i paesi europei, recuperando un ritardo che ha penalizzato le donne italiane”.

Chi critica
Durissimo, dall’altra parte, l’attacco del Vaticano. Sia per bocca di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell’Accademia per la vita, che auspica “un intervento da parte del governo e dei ministri competenti”. Perchè, spiega, non “è un farmaco, ma un veleno letale” che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486, afferma Mons. Sgreccia, è uguale, come la chiesa dice da tempo, all’aborto chirurgico: un “delitto e peccato in senso morale e giuridico” e quindi comporta la scomunica “latae sententiae”, ovvero automatica. Toni simili a quelli dell’arcivescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, che ribadisce il no della Chiesa alla Ru486 “perché è oggettivamente un male” e per non incorrere negli “effetti collaterali” del farmaco: “Nel mondo sono morte diverse donne“, dice l’arcivescovo al Corriere della sera. Fisichella ricorda che per il Vaticano “la soppressione dell’embrione di fatto è la soppressione di una vita umana: che ha dignità e valore dal concepimento alla fine. E il fatto che assumere una pillola possa essere meno traumatico per una donna non cambia la sostanza, sempre aborto è”.
Ancora prima che l’Aifa si pronunciasse, il Vaticano si era scagliato contro la pillola abortiva. L’Osservatore Romano aveva affrontato in mattinata il nodo della Ru486 riportando le preoccupazioni espresse dalla sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (Pdl) che con la pillola abortiva Ru486 si possa arrivare a una “cladestinità legalizzata” degli aborti. Il metodo dell’aborto farmacologico con la Ru486, ha affermato, “intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio, proprio perché il momento dell’espulsione non è prevedibile”, in una sorta di “clandestinità legale”.
Duro anche il senatore dell’Udc, Luca Volonté: “Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della morte. Altro che ‘estremamente sicura’: la Ru486 non è un’aspirina per il mal di testa. Bene ha detto Monsignor Sgreccia: ricorrendo all’aborto chimico, donne e ragazze italiane che vogliono evitare una gravidanza indesiderata non faranno altro che uccidere di sicuro una vita umana mettendo in pericolo anche la propria”.
Si affida a un’interpellanza parlamentare Francesco Cossiga. Con tanto di dati della letteratura scientifica: “Il 15% delle donne sottoposte al trattamento”, ha denunciato Cossiga, “abortisce dopo il quarto giorno dalla somministrazione, mentre il 5-8% deve sottoporsi a un intervento all’utero per aborto incompleto”. Per questo il presidente emerito chiede al governo “se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il Ministero e l’Aifa”
Dall’opposizione ha risposto l’ex ministro della Sanità Livia Turco (Pd): “Questi non sono temi da crociata. La validità di un farmaco è stabilita da organismi tecnici”.
Su posizioni di apertura anche Giorgia Meloni (Pdl), ministro della Gioventù: “La mia linea è questa”, dice al Corriere, “fare tutto il possibile per prevenire ogni aborto. Se poi non si riesce a convincere una donna a evitare l’aborto, si può accettare uno strumento che rende l’intervento meno invasivo, meno doloroso, meno lacerante”. “A un patto però” precisa “che l’uso della pillola stia rigidamente dentro le modalità previste dalla legge 194. La legge prevede un percorso, controlli, cautele, l’obiezione di coscienza degli operatori…”.

Berlusconi sblocca il piano e blocca la fronda: “Partito del Sud? Inaccettabile”

Il leader del Popolo della Libertà, Silvio Berlusconi

Li ha convocati per un pranzo-vertice. Li ha riuniti intorno a un tavolo di Palazzo Grazioli per dire che no, non c’è spazio per un “Partito del Sud”, perchè a rappresentare le istanze del Mezzogiorno c’è già il Popolo delle Libertà, e la dimostrazione è il piano per la Sicilia e per il sud che il governo varerà dopo le ferie. Anche per questo l’unità del Pdl non deve essere minimamente messa in discussione.

È un alt, forte e chiaro, quello che il premier Silvio Berlusconi avrebbe espresso nella riunione con i “lealisti” del Pdl siciliano tenutasi a palazzo Grazioli, secondo quanto riferito da alcuni dei partecipanti: “Nessuno può minare l’unità del Pdl. La mia missione è, è stata e sarà quella di costruire questo grande soggetto politico a qualsiasi sacrificio. Io ci tengo ancor più dell’attività di governo”. Insomma: non c’è possibilità per alcun progetto politico al di fuori del Pdl. “Ci sono delle regole, dei coordinatori e una struttura chiara. Non ci sono altre possibilità e spero che anche Micciché, che conosco da tanto tempo, si adegui a questa realtà”, ha spiegato il premier.

Al pranzo nella residenza del presidente del Consiglio (piatto unico: pomodori al riso e roast-beef seguiti da un gelato, racconta Il Giornale) erano presenti il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i coordinatori siciliani del Pdl Domenico Nania e Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Catania, e numerosi parlamentari e amministratori locali dell’isola tutti del “correntone” che fa capo al ministro Angelino Alfano e al presidente del Senato Renato Schifani.
Mancavano cioè i frondisti, quelli dell’Mpa del governatore Raffaele Lombardo e quelli dell’area di Gianfranco Micciché(fra i senatori il gruppo può contare su Mario Ferrara e Roberto Centaro; alla Camera su Fallica, Minardo, Grimaldi, Stagno): “Coloro che hanno messo in atto un ricatto non corretto, arrivando addirittura a non votare l’ultima fiducia alla Camera, con una posizione dialetticamente sbagliata”, spiega il senatore Antonio D’Alì al termine della riunione. Riferisce il senatore Carlo Vizzini, laconico e soddisfatto: “Qualunque altro soggetto non ha spazio, non c’è spazio per nessun “Partito del Sud, perchè c’è già il Pdl. E la dimostrazione e il bel piano per la Sicilia e per il sud che oggi ci ha illustrato il presidente Berlusconi”.

“Stiamo lavorando” ha osservato il Cavaliere secondo quanto viene riferito “ad un grande piano per il Sud e lo dovremo fare tutti insieme. Noi sappiamo che il Mezzogiorno è uno dei problemi prioritari per l’esecutivo”.
Il coordinamento regionale ha consegnato al premier un documento, un contributo in cui vengono riportate le priorità per la Sicilia. Nel documento si parla dell’utilizzazione “virtuosa e non con fondi a pioggia” delle risorse, della necessità di una cabina di regia fra fondi europei i e fondi Fas e si sollecità il governo regionale a mettere in campo i soldi già disponibi. La premessa è che “il Pdl è un partito di aggregazione , non di divisione” e “c’è piena fiducia nell’impegno, anche a fronte delle diverse emergenze, che il governo sta mettendo per il Sud”. Berlusconi ha apprezzato, riferiscono le stesse fonti, il documento e ha aperto “alla discussione per qualsiasi contributo ulteriore”. “Insieme ‘rifaremo’ il Sud”, ha sottolineato il presidente del Consiglio.
Il primo mattone sarà posto venerdì 31 luglio, con la riunione del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che delibererà stanziamenti di 4 miliardi per le infrastrutture. Mai più finanziamenti a pioggia, ha assicurato Berlusconi ai presenti, ma soltanto finanziamenti in conto capitale per recuperare i ritardi infrastrutturali accumulati dal Mezzogiorno e dalla Sicilia in questi anni. Subito dopo ci sa sarà il Consiglio dei ministri.
Il complesso delle infrastrutture da finanziare in Sicilia, secondo quanto si è appreso, è stato calcolato da Berlusconi in 138 progetti “già definiti dal ministro per le infrastrutture Altero Matteoli per il Sud“, a partire da quello per il ponte sullo Stretto. Nella seduta del Comitato interministeriale per le infrastrutture in programma domani, saranno deliberati fondi per 200 milioni per opere infrastrutturali nel Comune di Palermo.

Nel 2008 non cala la povertà: colpisce oltre 8 milioni di italiani. Soffre il Sud

Assistenza ai poveri
Vivono nel Mezzogiorno, sono famiglie di quattro persone con due figli, nuclei familiari con a capo un lavoratore autonomo e persone al di sotto dei 45 anni. Ecco le principali vittime della povertà secondo la fotografia scattata dall’Istat (qui il testo integrale in .pdf) e relativa al 2008: 1.126.000 famiglie, otto milioni e 78 mila gli individui poveri, di cui due milioni e 893mila (pari al 4,9 per cento dell’intera popolazione) in condizioni di povertà assoluta. Cioè ci sono quasi 5 italiani su 100 che possono essere considerati “i poveri tra i poveri” dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile).
A peggiorare sensibilmente la situazione nel Sud, dove la “povertà assoluta” ha raggiunto il 7,9%, in aumento di 2 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Migliora, invece, la situazione delle famiglie con occupati e ritirati dal lavoro, con i dati in calo dal 3,1% del 2007 al 2% del 2008, dice il rapporto Istat, presentato questa mattina a Roma.
La percentuale di famiglie relativamente povere riferisce l’Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un’elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani.

Per quanto riguarda la povertà assoluta, oltre al Mezzogiorno peggiora anche la condizione delle famiglie composte da quattro membri, che hanno raggiunto una percentuale sopra la media, il 5,2%, i nuclei familiari con un componente in cerca di occupazione (14,5%), quelli con a capo un lavoratore autonomo (passano dall’1,8% al 4,5%), quelli con la persona di riferimento con meno di 45 anni (4,6%) e quelli con a capo una persona con licenza media inferiore, che superano la media attestandosi al 5,2%.
Anche il fenomeno della povertà relativa, la cui soglia, per una famiglia di due componenti, è pari alla spesa media procapite nel paese - 999,67 euro al mese nel 2008 - è rimasto sostanzialmente stabile, pur facendo registrare un aumento nelle famiglie numerose (dal 14,2% al 16,7% per quelle con quattro membri), in quelle con monogenitore (arrivate al 13,9%), in quelle con la persona di riferimento in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%) e in quelle con a capo un lavoratore autonomo (dal 7,9% all’11,2%).
La povertà per macroregioni
Commentando i dati diffusi dall’Istat, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha rilevato come sia “opportuno sviluppare la strada aperta con la Carta Acquisti in favore di famiglie con anziani o minori indigenti. L’esperimento, che ora dovrà essere completato, impiegando le risorse residue, ha avviato un canale di comunicazione tra le istituzioni, i donatori privati e i beneficiari, così come, per la prima volta, ha consentito una prima identificazione dei soggetti bisognosi”.


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Carriere infinite atto secondo. Anche gli assessori, nel loro piccolo, si riciclano

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All’avvocato Mario Bellavista, figlio d’arte, pianista jazz di un certo talento, è bastato un giro di valzer: consigliere nell’ottava circoscrizione di Palermo dal 2001 al 2007, in quota Udc. Si ricandida alla provincia nel 2003, ma non ha fortuna. Poco dopo però entra nel consiglio d’amministrazione dell’Opera pia Santa Lucia. Ci riprova nel 2008, ancora alla provincia: gli va male di nuovo, un’altra delusione elettorale. Per la quale viene però ampiamente ricompensato: qualche mese dopo va a guidare l’Amat, azienda di trasporti locali, con 60 mila euro di compenso. Carica che cumula con quella di consigliere della Siciliacque: 40 mila euro. Il totale fa cifra tonda e di tutto rispetto.
Di Bellavista la politica non si è dimenticata. Così come non ha scordato centinaia di ex consiglieri, assessori, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado. Terminata la ribalta locale, c’è da superare la malinconia del vuoto da mancato potere. Ma per molti una soluzione si trova: magari con un posticino in qualche società o ente pubblico. Meglio, ovviamente, se ben retribuito.
Un ricollocamento che in Sicilia è diventato arte. Data però l’abbondanza di nomi non si può che fare una cernita. Il criterio allora potrebbe essere questo: che fine hanno fatto alcuni vecchi inquilini di Palazzo d’Orleans, splendida sede dell’assemblea regionale?
Sebastiano Burgaretta Aparo, per esempio: deputato a Palermo per quattro volte. Centrista, poi passa nell’Udc, partito per cui si candida al Senato nel 2008. Fallito l’obiettivo, ora è presidente della Multiservizi, una società, sempre della regione, che si occupa di “gestione e manutenzione di edifici e strutture complesse”. Viene ricompensato con 105.516 euro. Del consiglio d’amministrazione fa parte pure Matteo Graziano, che ha gravitato sempre nell’orbita del centrosinistra: guadagna 66.113 euro. Alla guida della regione tra il 1995 e il 1996, da quel momento per Graziano comincia una serie di insuccessi elettorali. Che oggi però compensa con un incarico di peso e rispetto.
La lista dei redivivi onorevoli, così chiamano pomposamente nell’isola i consiglieri, è lunghissima. Giuseppe Spampinato, a Palazzo d’Orleans dal 2001 al 2006 per la Margherita, è consigliere d’amministrazione dell’Anas. Un destino simile è capitato a Giuseppe Faraone, prima nella Margherita, poi nell’Udeur, infine nell’Mpa. Si ripresenta lo scorso anno: le urne non lo premiano, però diventa vicepresidente del Cas, il Consorzio autostrade siciliano. Un ente munifico: nel cda è stato cooptato anche Angelo Paffumi, ex deputato regionale, candidato senza fortuna alle politiche del 2006.
Nel settore dei trasporti è entrato pure Mario Parlavecchio, eletto in una lista legata all’ex governatore siciliano Totò Cuffaro. Ci riprova nel 2008, con l’Udc. Ora presiede la Gesip, società di pulizia del Comune di Palermo: 64 mila euro. Mentre Alfredo Gurrieri, un tempo assessore, ora è direttore generale dell’ospedale Umberto I di Siracusa.
Ai vertici delle aziende sanitarie si sono accasati anche due nomi noti della politica calabrese. Rubens Curia, già assessore per i Comunisti italiani nella giunta di Reggio Calabria, è direttore generale dell’Asp di Vibo Valentia. Mentre a capo di quella di Cosenza è stato chiamato Franco Petramala, candidato alla regione per l’Ulivo nel 2005. Il suo compenso è di 137 mila euro.
Ex in spolvero anche nelle aree di sviluppo industriale. Ottavio Bruni, presidente della Provincia di Vibo fino al 2008, adesso guida l’Asi della zona. Curiosa, per rimanere in tema, la parabola di Diego Tommasi: ex assessore regionale all’Ambiente dei verdi, è a capo dell’area industriale di Cosenza. Un ambitissimo incarico è andato invece a Giuseppe Chiaravalloti, fino al 2005 governatore della Calabria, di Forza Italia. Concluso il suo mandato, è stato nominato nell’Autorità per la privacy. È vicepresidente, con uno stipendio di 193.323 euro.
E i riciclati campani? Pure qui, data la vastità dell’elenco, occorre una ratio: che ne è stato, per esempio, degli ex assessori di Rosa Russo Iervolino? Il sindaco di Napoli per i suoi ha continuato a spendersi. Rocco Papa, in passato suo vice, oggi presiede la Bagnolifutura, società che si occupa di riconvertire l’omonima area: guadagna 67 mila euro. Al suo fianco c’è Casimiro Monti, ex assessore all’Ambiente: 55.400 euro. Pasquale Losa, che era alla guida del personale, ne prende 60 mila: è capo dell’Asìa, che si occupa di rifiuti. Bruno Terracciano, uno dei suoi successori, è nel cda dell’Anm: percepisce 50 mila euro.
Anche a Bari tanti protagonisti dell’arena politica si sono riaccasati nelle vecchie municipalizzate. Per loro il sindaco-sceriffo, Michele Emiliano, coordinatore regionale del Pd, ha deciso di non fare differenze: ai presidenti delle quattro società controllate dal comune vanno 57.482 euro, ai consiglieri 22.933 euro. Fra gli eletti c’è di tutto: il monocolore però è rigorosamente di centrosinistra. A presiedere l’Amtab, che gestisce il trasporto pubblico della città, è stato chiamato giustamente un ferroviere: Antonio Di Matteo, ex consigliere comunale di Rifondazione comunista. Tra i consiglieri c’è l’avvocato Vincenzo De Candia, dell’Udeur.
Della Multiservizi è presidente Vito Ferrara: consigliere di Forza Italia entrato poi nella lista del sindaco. Un altro suo fedelissimo, Antonio Madaro, ora guida l’Amgas. Il commercialista non è mai stato un politico vero e proprio, ma uno dei più ferventi sostenitori dell’associazione Baresi per Bari, nata nel 2003 per propagandare la candidatura di Emiliano.
Nel cda della controllata siede pure l’ex segretario cittadino dello Sdi, Giovanni Campobasso. Accanto a lui c’è Matteo Pagano, vigile del fuoco, in passato coordinatore dei socialisti autonomisti. Lo stesso partito in cui militava Vincenzo Buono, nel consiglio dell’Amiu, ramo nettezza urbana. La società è presieduta da un ex dirigente della Cgil, Giuseppe Savino.
Delle municipalizzate di Roma il sindaco Gianni Alemanno si occupa proprio in questi giorni. Fino a oggi sono due i prescelti con trascorsi politici. Marco Daniele Clarke ora guida l’Ama, la società del comune che si occupa dei rifiuti: guadagna 82 mila euro. Mentre Adalberto Bertucci, già consigliere comunale e assessore di Guidonia Montecelio, eletto al consiglio comunale di Roma nel 1997, è stato chiamato a presiedere la Trambus: 140 mila euro di appannaggio.
I soliti noti non mancano neppure a Torino. Santina Vinciguerra, ex assessore all’Istruzione del comune, ha cambiato decisamente sfera: servizi cimiteriali. È amministratore delegato dell’Afc: percepisce 73 mila euro. Alle prese con il trattamento rifiuti è invece Bruno Torresin, che è stato assessore al Lavoro. Da amministratore delegato della Trm prende 70 mila euro. Mentre Tommaso Panero, ex consigliere comunale della Margherita, è amministratore delegato della Gtt, il Gruppo torinese trasporti. Poltronissima da 150 mila euro.
In Liguria è il fronte marittimo quello che dà più soddisfazioni a molti ex politici. Filippo Schiaffino, in consiglio provinciale per Forza Italia, è al vertice delle Stazioni marittime di Genova. Mentre Luigi Merlo, ex vicesindaco di La Spezia, assessore ai Trasporti della regione dal 2005 al 2008, si è dimesso a febbraio del 2008: ora è presidente dell’Autorità portuale di Genova. Gli è andata bene: 200 mila euro l’anno. Dice Merlo: “Prima cariche come le mie erano coperte da manager. Adesso invece si preferiscono persone con un passato nella pubblica amministrazione”. Criterio che in Liguria è stato applicato con successo.
Lorenzo Forcieri, sindaco di Sarzana, dopo senatore dell’Ulivo e sottosegretario alla Difesa nel 2006 per il governo di Romano Prodi, è ora al comando dell’Autorità portuale di La Spezia. Suo omologo a Savona è Cristoforo Canavese, che venne eletto a Palazzo Madama con la Lega nord.
E anche cambiando completamente versante ci si imbatte in casi simili. Paolo Costa è stato ministro dei Lavori pubblici con Prodi, poi sindaco di Venezia per la Margherita ed europarlamentare dell’Ulivo. Ora si consola con la presidenza dell’Autorità portuale di Venezia: incarico da 200 mila euro l’anno.
Retribuiti benissimo sono pure due ex amministratori locali saliti ai vertici di alcuni colossi industriali partecipati dallo Stato. Paolo Marchioni dall’aprile del 2005 al gennaio 2008 fu consigliere comunale della Lega nord a Stresa, sul Lago Maggiore. Entrato nel consiglio d’amministrazione dell’Eni, guadagna 135 mila euro. Fedelissimo del Carroccio anche Gianfranco Tosi, sindaco di Busto Arsizio per un novennato, dal dicembre 1993 al maggio 2002. Adesso è nel cda dell’Enel: 120 mila euro. In quello delle Poste, invece, siede Roberto Colombo, ex sindaco forzista di Monza, 60 mila euro. Carica che cumula con quella di vicepresidente dell’Agam, che porta gas e acqua in città: 40 mila euro.
Per rimanere in Lombardia, anche a Milano i casi non mancano. Allora meglio circoscrivere: per esempio, ai candidati non eletti nel 2006 nella lista Moratti. Di molti volonterosi l’attuale sindaco di Milano non si è scordata. Il nome più celebre è senza dubbio quello di Giampiero Borghini. Dirigente del Pci, poi sindaco migliorista, si riaffaccia alla politica nel 2004: viene scelto dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, come assessore regionale alla Casa. Due anni dopo si candida con la lista Moratti al comune: non riesce nell’intento, ma ne diventa comunque direttore generale con uno stipendio che suscita invidie e polemiche. Si dimette a luglio del 2008. Ora è vicepresidente della Sacbo, che gestisce lo scalo di Orio al Serio: 55 mila euro.
Anche il farmacologo Michele Carruba è stato ricompensato: adesso presiede la Milano ristorazione, 63 mila euro. E Liliana Bognini, che nella lista del futuro sindaco raccoglie 80 preferenze, è tra i consiglieri nella stessa società. Un po’ meglio è andata a Carlo Secchi, ex rettore della Bocconi: 143 voti. Adesso siede nel consiglio d’amministrazione dell’Expo. Un altro prescelto, Riccardo Albertini, è diventato invece dirigente del comune: assunzione che, tra stipendio e oneri previdenziali, all’amministrazione costa 203.560 euro l’anno. Infine Gianluca Comazzi: fra i candidati della lista arriva decimo. Ma poi viene chiamato dal comune al servizio dei cittadini: garante per la tutela degli animali. Suona come un ruolo onorifico, ma è un incarico da 68 mila euro l’anno.

Da Palermo a Milano, per molti candidati le cose vanno così. Vincere? No, grazie: a volte è meglio partecipare soltanto.

(ha collaborato Elena Porcelli)

E tra gli ombrelloni i “vu’ pregà”. Hit parade delle spiagge più devote

La chiesa da spiaggia

Acqua e Fede. No, la Pellegrini invincibile ai mondiali di nuoto a Roma, stavolta non c’entra.
Parliamo proprio di fede in Dio, quella dimensione interiore, magari un po’ trascurata nella frenesia di tutti i giorni, che nel tempo vuoto delle vacanze si può coltivare (scoprire o ritrovare) anche in spiaggia.
E a soddisfare il bisogno di un contatto con Dio sotto l’ombrellone, ecco entrare in azione pattuglie di speciali “baywatch” della fede. Preti, suore e giovani delle associazioni cattoliche che, in tutto il Paese con l’arrivo dell’estate si organizzano per portare la parola di Dio tra i bagnanti.
Altro che venditori ambulanti e animatori, da qualche anno i protagonisti della vita da spiaggia sono loro: i missionari dell’estate, ribattezzati simpaticamente anche “vu’ pregà”, che macinano chilometri lungo i litorali di tutta Italia.
Negli anni la cosa ha preso talmente piede che è possibile stilare una hit parade delle “spiagge come Dio comanda”.

In provincia di Chieti, a Vasto, i preti portano la parola di Dio tra i bagnanti amplificandola con l’ausilio di un megafono. Non sono da meno a Mondragone, in provincia di Caserta, dove le suore della Stella Maris si sono organizzate per il “preyer-beach”, in cui sulla spiaggia, in mezzo a castelli di sabbia e ombrelloni, hanno innalzato cappelle itineranti, speciali gazebo in cui in cui ogni giorno si recita il rosario insieme ai turisti. In costiera Amalfitana, poi, le “Sentinelle del mattino” (un’associazione nata a Verona da don Andrea Brugnoli, un sacerdote quarantenne con il pallino dell’evangelizzazione dei giovani: qui una sua VIDEO intervista tratta da YouTube) pregheranno con i villeggianti dall’11 al 14 agosto nel nome del Signore. “Sia chiaro” dice don Andrea Brugnoli, “la spiaggia è, e resta, un luogo di divertimento. I preti e le suore stanno in chiesa. Per quel che ci riguarda, sulla spiaggia, mandiamo giovani che approcciano coetanei facendo loro un invito: ‘Gesù vuole incontrarti’”. I giovani in vacanza, racconta don Andrea, “a volte criticano la Chiesa, a volte si trovano in sintonia. Comunque la si pensi, l’importante è che si apra un dialogo. Chi vuole, ed è incuriosito dalla parola di Dio, la sera viene accolto a braccia aperte e si unisce al nostro gruppo di preghiera e di riflessione spirituale”.

Un’opportunità arriverà il 3 agosto quando, a Termoli, sarà montata la chiesa gonfiabile (una struttura nero-bianco e fucsia, di circa 30 metri di diametro, con abside e altare, capace e può ospitare circa mille fedeli), già collaudata con grande successo a Ravenna e Bibione dove si sono radunate mille persone.
Ma anche i baby vacanzieri sono chiamati nella moderna opera di proselitismo sul lungomare. In Liguria, li ha raggruppati don Roberto Fiscer, della parrocchia dei Santi Nazaro e Celso di Arenzano, in provincia di Genova, con “R-Estate”: frotte di ragazzini, accompagnati dagli educatori, che griano tra lettini e sedie a sdraio invitando i loro coetanei a seguirli al patronato per giocare a pallavolo, ping pong, biliardino e, naturalmente, per pregare.

Foto: Tania Cagnotto testimonial per la sicurezza stradale

Tania Cagnotto testimonial per la sicurezza stradale

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Credits: ANSA / ALESSANDRO DI MEO

Il Culatello? Il “lato b” dei bambini. Made in Italy sconosciuto agli italiani

prosciutto

Quasi tutti dicono di amare cibo ed ingredienti della tradizione, con il marchio made in Italy: è noto in tutto il mondo che siamo un popolo di buongustai. Ma che nessuno ci chieda i nomi degli alimenti o gli ingredienti dei piatti. Perché infatti per 1 italiano su 3 il salame di Felino conterrebbe carne di gatto e l’aceto balsamico per 1 su 4 è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna.

E pensare che per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Ma è quando le domande riguardano la conoscenza dei prodotti e delle tipicità italiane che gli italiani “cadono”: per il 21%, per esempio, il capocollo è un formaggio e un altro 21% pensa che il “culatello” sia un modo dialettale di chiamare il “lato b” dei bambini (21%). Le celebri sarde a beccafico per ben il 51% degli intervistati non sono altro che sarde cucinate in salsa di fichi, mentre la “parmigiana” è, manco a dirlo, un piatto a base di parmigiano (19%). E la tanto decantata dieta mediterranea? Per il 29% si tratta di un tipo di alimentazione ipocalorica che prevede esclusivamente pesce.
Questo è ciò che emerge da un’indagine condotta dal mensile di turismo ed enogastronomia Vie del Gusto, su un campione di 1300 uomini e donne di età compresa tra i 18 ed i 55 anni intervistati sui prodotti della tradizione culinaria italiana che rileva anche come, a sorpresa, le donne siano meno preparate degli uomini: il 62% delle intervistate ha commesso almeno 3 errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Per gli italiani made in Italy è sinonimo di garanzia, genuinità, tradizione e gusto, ma in molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che ne certificano la qualità. E a sorpresa le donne meno preparate degli uomini.
Infine, la ricerca mette in luce che sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, infatti la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un elemento irrinunciabile, a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l’11% che pensa che lo sia abbastanza.
Quando si passa dalla teoria alla pratica queste difficoltà emergono con grande evidenza, tanto che errori e strafalcioni non si contano, sia sugli alimenti e prodotti, sia sui piatti della tradizione.
Il culatello, si diceva, è uno dei salumi più pregiati, che ci viene invidiato da tutto il mondo, cosa di cui il 41% degli intervistati sembra essere a conoscenza, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il sederino dei bambini o addirittura un “vezzeggiativo” per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Allo stesso modo il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25%, memore forse di alcuni vecchi film di Lino Banfi, dove l’attore minacciava di “spezzare la noce del capocollo”, si tratta della parte superiore del collo di un uomo. Il salame di Felino? Il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c’è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). E la Tinca Gobba Dorata? Solo il 19% sa che si tratta di un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c’è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%).

Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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