
“I tempi corrono, le mode cambiano, sarà meglio adeguarsi”. Avrà pensato così Dario Franceschini, agguerrito candidato alla segreteria del Partito Democratico, nel presentare il proprio programma politico su Twitter (social network fra i più in voga).
Solo 160 caratteri per presentare idee, progetti, posizioni. Un modo per distanziarsi forse dalle 281 pagine di programma dell’Unione, tristemente famose anche e soprattutto nel popolo della Rete. Ci aveva già provato Walter Veltroni, riducendo il suo programma a 30 pagine. Perché non fare di più, anzi di meno? Almeno in questo sono coerenti, in casa democratica: in tre anni si sono ridotti gli alleati (lasciati a casa Prc, Pdci, Udeur, Verdi, Sd, i socialisti) e si sono persi per strada milioni di elettori. Quindi meglio ridurre anche i temi dei progammi, presentandoli per parole chiave (cinque quelle di “Segredario”: Fiducia, Regole, Uguaglianza, Merito, Qualità ).
Franceschini, il candidato del Web
L’ispirazione sarà venuta al suo nuovo giovane “braccio destro”, quella Debora Serracchiani (la Obama italiana, secondo El Paìs) che vede proprio nella sua popolarità in Rete le ragioni del suo successo politico. “Se avrà funzionato per lei…”.
E allora non basta più il classico blog personale, ormai svalutato. Ce l’hanno tutti. Melius abundare: ecco l’account su Facebook (“Comitato Dario Franceschini”), quello su Youtube, il già citato account su Twitter (usato però con il trucco: il discorso programmatico c’è tutto, spezzettato in decine di tweet da 160 caratteri) e pure uno spazio su Flickr, il sito di condivisione fotografica.
Peccato che non basti averceli, questi spazi, se poi non vengono usati nel modo giusto. E allora l’account su Flickr c’è, sì, però è completamente inutilizzato. Mentre quello su Facebook pubblicizza unicamente l’evento di presentazione delle linee programmatiche, e poco altro.
Mentre sarebbe stato molto più coerente con il mezzo presentare proprio in quella sede il programma politico, in un luogo che consentiva di esprimersi in maniera più articolata e chiara, e permetteva a fan e sostenitori di diffondere il programma facilmente.
Insomma, per parafrasare Adriano Celentano, la campagna pre-congressuale del Pd non è affatto “lenta”, ma decisamente “rock”. Non solo una questione legata ai toni usati, alle “pietre che piovono” (come direbbe Ken Loach, per restare in tema) o agli stracci che stanno volando tra i candidati alla segreteria in questa prima fase. È una questione legata ai mezzi scelti dai concorrenti, molto web e zero comizi. Alle modalità di comunicazione utilizzata dai protagonisti, ai contenuti e agli argomenti messi in campo.
Cinque parole chiave per esorcizzare il passato
Quelli di Franceschini, a dirla tutta, nonostante la modernità dei mezzi, guardano un po’ troppo al passato. A ciò che è stato, agli errori fatti. Richiama le colpe del centrosinistra, l’Ulivo per intenderci, niente meno quelle della stagione ‘96/2001: “Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise, non aver approvato una normativa sul conflitto d’interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001. Ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti”.
E sempre indietro guarda il segretario, quasi a voler esorcizzare quello che in futuro potrebbe succedere: “Non torneremo indietro. Non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle“. Aggiunge Franceschini: “Ci vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti. Fermarsi o tornare indietro può essere più tranquillo o rassicurante, soprattutto in un tempo di paure e incertezze. Ma noi vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare”.
Ma per rischiare ci vuole fiducia. Soprattutto quella di chi ti vota. E allora: “Servono misure e comportamenti che alimentino la fiducia personale e collettiva, che tiene insieme la vita, le comunità , il mercato”, dice Franceschini. Che volgendosi ancora una volta a quello che è stato, ammette: “Quello che dobbiamo fare è ricostruire un’identità del nostro campo. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Così ha potuto costruire una identità , percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili. E così noi siamo riusciti a trasmettere le sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua, non sai cosa voti. E questo più di ogni altra cosa spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi della amministrative e delle europee. Ricostruire una identità sarà un lavoro lungo e difficile ma il risultato delle europee ci mette in condizione di ripartire”.
Perché quello di domani, chiude il segretario: “Sarà un tempo di sfide dure e bellissime e noi lo vivremo“.
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Commenti
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Il 21 Luglio 2009 alle 14:09 Casinò Pd: grandi manovre alla ricerca di un leader » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”. Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie. Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie. Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale. Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale. Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza. [...]
Il 1 Settembre 2009 alle 17:05 Prodi e il modello giapponese del Pd: per vincere serve mezzo secolo » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Solo un po’ di pazienza. Quanta? Più o meno una cinquantina di anni. Tutti da passare all’opposizione. Quindi, che sia Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani o Ignazio Marino a vincere congresso, primarie e guidare il Pd, la strada ce l’hanno segnata: alla fine del percorso, di circa mezzo secolo, il Pd potrà finalmente governare. Una battuta? Macchè, anzi: è in’estrema sintesi di ciò che Romano Prodi ha detto ieri sera ai microfoni del Tg3. Argomento della conversazione, la storica vittoria dei democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama (amico di vecchia data del professore bolognese), dopo 54 anni di governo, quasi ininterrotto, dei liberaldemocratici. [...]
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