Palloni sgonfiati: le squadre italiane sull’orlo del collasso

Il pallone? Si è rotto

Milan primo in classifica. L’Inter si deve accontentare della piazza d’onore. Al terzo posto una sorprendente Lazio. Quarta la Roma, che torna in zona Champions. E quinta la Juventus. Una classifica da fantacalcio? Oppure la previsione sull’ordine d’arrivo del prossimo campionato?

No, è il risultato dell’ultima stagione riclassificato da Panorama in base ai debiti delle società di Serie A, che complessivamente assommano alla bella cifra di 2 miliardi di euro. Perché il calcio italiano è sull’orlo del crac finanziario. E le squadre più indebitate sono in molti casi anche le più vincenti sul campo. Come si vede nella tabella a fondo articolo, la società in assoluto con il passivo più ampio è l’Inter: 394 milioni di euro di debiti per la squadra vincitrice degli ultimi quattro scudetti. Se però si dividono i debiti per i punti conquistati nell’ultimo campionato, passa al comando il Milan: infatti i rossoneri presieduti da Silvio Berlusconi (e la cui guida operativa spetta al vicepresidente Adriano Galliani) con 392 milioni di debiti hanno ottenuto in Serie A 74 punti, cioè hanno contratto un debito di 5,29 milioni di euro per ogni punto ottenuto sul campo. In questa graduatoria degli spendaccioni l’ultimo posto (escluse le retrocesse in Serie B) è del Bologna, che si è indebitato per 350 mila euro per ogni punto in classifica nel 2008-2009. Ora però, se davvero la società felsinea passerà di mano sotto la regia di Luciano Moggi, la musica potrebbe cambiare: prevedibile in quel caso un aumento della spesa per ingaggiare i calciatori, e quindi dei debiti.
Perché a volte ritornano, e persino il Bologna potrebbe aspirare di nuovo a essere “lo squadrone che tremare il mondo fa”, come lo chiamavano i suoi tifosi negli anni Trenta del secolo scorso, quando vinceva scudetti a raffica.

Quindi, chi più spende meglio spende? Non sempre è garantito che i risultati arrivino dopo aver speso molto. Il problema dei debiti attanaglia tutto il calcio europeo, non solo quello italiano, in particolare Spagna e Inghilterra, dove si giocano i due campionati più ricchi e più seguiti in tv. Ma nonostante il mecenate russo Roman Abramovich, i londinesi del Chelsea non sono ancora riusciti a vincere la Champions league. Mentre risale al 2002 l’ultimo successo europeo ottenuto dal presidente Florentino Perez col suo “galattico” Real Madrid.
E fra le squadre italiane l’Inter, che continua a spendere e spandere, non vince la Coppa dei campioni da 44 anni: era il 1965, allenatore Helenio Herrera e presidente Moratti (non Massimo, che era un ragazzino, bensì suo padre, il celebre Angelo). La situazione in Italia è complessa anche per il ruolo delle banche: per esempio, è l’Unicredit- Banca di Roma, non la proprietaria famiglia Sensi, il vero arbitro del destino della Roma calcio, a causa dei crediti concessi generosamente alla controllante Italpetroli nel passato. C’è poi la pressione fiscale, molto più elevata rispetto a Spagna e Inghilterra. E nelle società di calcio, dove il costo del lavoro incide per il 70 per cento sulla spesa complessiva, anche il peso fiscale diventa un salasso. Il centravanti Zlatan Ibrahimovic è il calciatore più pagato del mondo e per garantirgli quest’anno uno stipendio netto di 14 milioni di euro l’Inter deve spenderne circa 28 come costo aziendale. Se giocasse in un club spagnolo, il capocannoniere nerazzurro potrebbe guadagnare lo stesso ingaggio netto con un esborso per la società di poco superiore a 18 milioni.

Come evitare di finire nel baratro? Perez del Real Madrid ripropone un campionato europeo con le sole 16 squadre maggiori, una vecchia idea già lanciata quasi vent’anni fa da Berlusconi, ma tra gli osservatori del calcio internazionale si pensa che il progetto non sia all’ordine del giorno. Su questo supercampionato la parola definitiva sarà quella di Michel Platini, l’ex fuoriclasse della Juventus e della nazionale francese oggi presidente dell’Uefa (l’associazione europea delle federazioni nazionali di calcio).
“Il vero problema è il costo del lavoro fuori controllo. La differenza tra arrivare primi o secondi è talmente grande che a volte si fanno follie” dice Umberto Gandini, dirigente del Milan e vicepresidente dell’Eca (European club association, una sorta di lega europea delle squadre di calcio riconosciuta dall’Uefa). “La stessa cosa vale per chi cerca di non retrocedere, perché andare in serie B equivale a finire in un burrone. Tuttavia non si possono imporre tetti ai salari perché ci sono troppe difformità a livello europeo: alla riunione dell’Eca di lunedì 13 luglio si discute il fair play finanziario, ovvero per esempio la possibilità per le squadre di calcio di accedere al credito per costruirsi gli stadi”.

Su questo versante l’Italia è in coda: tra le 20 squadre della serie A solo la Juventus ha deciso di costruirsi uno stadio di proprietà, che sarà pronto nel 2011. Dopo Calciopoli, la società ha iniziato la sua ricostruzione, anche con un aumento di capitale da 105 milioni di euro e ora ha una situazione patrimoniale più che solida. Il progetto del nuovo stadio, costo stimato in altri 105 milioni, “non intacca in alcun modo l’attività della gestione sportiva ” sostiene Michele Bergero, direttore amministrazione e finanza della Juventus. Il nuovo stadio sarà completamente autofinanziato: in parte con la vendita per 20 milioni alla Nordiconad di aree per attività commerciali, già acquisite dal club intorno al vecchio Stadio delle Alpi (dove sorgerà il nuovo impianto). In più la Sport Five darà alla Juventus un anticipo di circa 40 milioni (su un totale di 75 in 12 anni) per una sponsorizzazione che comprenderà sia il nome del nuovo stadio, sia la gestione di metà dei 200 palchi che saranno il fiore all’occhiello dell’iniziativa. E soprattutto la Juve avrà dal Credito sportivo, emanazione finanziaria del Coni, un prestito di 50 milioni di euro a un tasso agevolato, circa il 4,5 per cento.

È un modello ripetibile in altre città italiane? A Genova ci sta pensando la Sampdoria. A Firenze c’è un progetto di Diego Della Valle, patron della Fiorentina, che però sembra impantanato. A Milano l’idea dello stadio di proprietà è venuta all’Inter (che forse potrebbe usare, dopo il 2015, una delle aree dell’Expo), mentre il Milan non ha fatto alcuna avance in proposito. L’assessore allo Sport del Comune di Milano, Alan Rizzi, racconta a Panorama: “Non abbiamo ancora ricevuto richieste ufficiali per un nuovo impianto, nemmeno dall’Inter. In realtà la nostra idea è ottenere la finale di Champions league a Milano nel 2015: ne stiamo ragionando con Inter e Milan, partendo dall’esistente e trasformando San Siro in uno stadio a cinque stelle”.

In conclusione, si potrà risanare il calcio nel suo insieme? Sembra difficile, ma qualche caso virtuoso potrà esserci, se persino Berlusconi ha tirato i remi in barca e ora cerca di far quadrare il bilancio rossonero. E pensare che vent’anni fa il presidente del Milan fu il precursore dell’idea di supersquadra, quella allenata da Arrigo Sacchi, la prima società che aveva due giocatori titolari per lo stesso ruolo. Invece oggi, magari, i tifosi milanisti aspettano soprattutto l’arrivo di qualche sceicco nell’azionariato per non rimpiangere troppo la cessione di Kakà al Real Madrid.
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