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Arriva alle 10 e mezzo puntuale: capelli corti, un po’ di barba, orecchino al lobo sinistro, polo verde e jeans, scarpe da barca. Saluta come i più giovani, con la mano che si chiude a pugno sull’altra all’altezza del petto. Sale in macchina, una Volvo, accende la radio. È Radio popolare. “Sì, ascolto molto anche Radio 24, e Radio Padania naturalmente”. Si sintonizza subito sulle frequenze dell’emittente leghista. Poi preme il tasto che passa al compact disc. È Fabrizio De André. “Non vorrete mica chiedermi perché ascolto De André, spero”.
Inizia così la giornata di Panorama in compagnia di Matteo Salvini (qui il sito ufficiale). Un sabato qualunque alle calcagna di un politico non qualunque. Uno che divide come pochi: ogni volta che apre bocca, specialmente in questi ultimi tempi, viene fuori un quarantotto. Suscita simpatia, ammirazione, empatia. Ma in egual misura genera astio, biasimo, malevolenza. Come, per esempio, quando ha proposto vagoni delle metropolitane riservati ai milanesi. Oppure, da ultimo, quando su Youtube è comparso un filmato (qui il VIDEO incriminato) in cui intonava coretti da stadio contro i tifosi napoletani. Tanti hanno chiesto il suo scalpo. Lui si è dimesso dal Parlamento, ma solo perché è stato eletto a Strasburgo. Doveva scegliere e ha scelto.
Il resto è questo racconto dietro le quinte per provare a capire qualcosa di più di un uomo di 37 anni con due passioni viscerali: la politica e il Milan. Per toccare con mano, al di là del personaggio, il fenomeno Lega nord sul territorio. Un radicamento che si è cementato nel corso di questi ultimi anni e che rappresenta la vera essenza del partito. Le recenti elezioni amministrative ed europee lo hanno detto chiaro: la forza del Carroccio sta in tutti quegli amministratori locali, sindaci, consiglieri provinciali e regionali che fanno politica porta a porta. Che curano personalmente anche l’ultimo dei loro potenziali elettori.
Il Matteo Salvini che emerge da questa giornata è prevalentemente questo. Potrebbe guidare a occhi chiusi tra le vie della zona ovest di Milano. Conosce ogni angolo, ogni negozio. Indica uno per uno quelli che votano per il suo partito. In via Paravia c’è una vecchia cascina del Comune in ristrutturazione. “Mi ha chiamato un gruppo di cittadini, sono imbufaliti. Vedono entrare e uscire da lì figuri di ogni genere”. Siamo vicino a San Siro: “Zona tranquilla, anche se qui comincia l’enclave islamica. C’è una scuola con 110 bambini di cui solo tre sono italiani” dice. C’è un gruppo di donne del quartiere, raccontano di gente che va e che viene, che scavalca la sera tardi ed esce la mattina presto.
Salvini chiama la Digos e insieme a sei agenti in borghese si butta dentro. Fra macerie e spazzatura di ogni genere trova un paio di romeni e di egiziani. Alla fine saluta gli abitanti della zona: “Lunedì farò un’interrogazione al ministro Altero Matteoli. Se non butti giù e ricostruisci, hai voglia a cacciare la gente. Il progetto è bloccato a Roma. Se non ci mandano i dané c’è poco da fare”.
Si va in via Rubens, negozio di articoli sportivi. Antonio, il proprietario, lo abbraccia: “Perché ti sei dimesso? Ho parlato con tutti, la Lega ci rimette almeno 10 mila voti. Stamattina mi chiedevano: ma è vero che se ne va? Uno mi ha detto: se se ne va lui, noi ci ritroviamo gli zingari dentro casa”. Salvini gli spiega la scelta. E l’uomo: “Però hai dato l’8 per mille ai preti”. “No, allo Stato”. “Ma va’ che sei diventato culo e camicia coi preti!”.
Salvini ha bisogno di una maglietta. “Una del Milan con scritto il mio nome dietro. La devo regalare a un tizio del Napoli club”. Il proprietario chiede se non sia meglio allora mettere il nome “Bossi”. “No, lascia perdere, il capo ogni tanto dice che è interista, poi milanista, poi atalantino. Mi sa che ha un po’ le idee confuse”. Antonio, il proprietario, se lo mangia con gli occhi. “Lui è così, pane al pane, vino al vino. E noi vogliamo questo. Tranquillizza la gente”.
Si va in un’autofficina, c’è da cambiare gli anabbaglianti che non funzionano. Un uomo gli mette un giornale sotto il naso, Cronaca qui. Lo apre, c’è un pezzo dal titolo “Separati e divorziati, le colpe dei politici”, con sotto una decina di foto formato tessera. Salvini scuote la testa: “Mi hanno messo tra Bondi e Frattini, compagnia poco edificante”. Ancora: “Ci manca solo che dicano che mi drogo e picchio gli anziani. Non se ne può più”.
Eccola dunque la trincea politica del giovane Salvini: Milano. La scelta di lasciare il Parlamento italiano per Strasburgo è stata fatta perché è lì che si giocheranno partite importanti per la sua città e per la Lega. “Il no alla Turchia è grande come una casa. Andremo a fare i guastatori di un ponte che qualcuno vorrebbe costruire tra l’Europa e quella che per noi è la morte dell’Europa”.
Poi c’è la grana Malpensa: “Combatteremo la lobby delle compagnie che hanno interesse a che non cambi nulla. Alla Sea il presidente Giuseppe Bonomi è fuori dalla grazia di Dio. Lui è uno tosto, anche se forse è juventino”.
Poche ore con Salvini e si capisce come almeno 11 mila milanesi (tante sono le preferenze raccolte in città alle elezioni europee) sentano forte la presenza di questo giovane cresciuto e tutt’altro che sprovveduto. Quando non è al Parlamento europeo è qui, fra la sua gente. Probabilmente li conosce tutti (o quasi) per nome e cognome. “Tanti mi dicono che quando hanno dovuto votare Letizia Moratti si sono turati il naso. Che ha in testa quella donna? Almeno poteva circondarsi di gente che sappia dov’è piazzale Corvetto o Loreto. Ma sia chiaro, se sarà il nostro candidato sindaco la voterò”.
Salvini arriva a casa della madre. Sopra, la sua cameretta ha un lettino piccolo. Ai muri collage di foto da quando era neonato a quando aveva 10 anni. Poster del Milan, soprattutto con i tre olandesi. Uno stemma delle Brigate rossonere e uno della Fossa dei leoni. Su una mensola, un libro di Giorgio Bocca: Il provinciale. “Leggo anche Tiziano Terzani e la letteratura dialettale milanese”. C’è una enciclopedia della musica. “Nella mia sfortunata carriera universitaria, ormai al 32° anno fuori corso in scienze storiche, almeno storia della musica l’avevo data”.
Squilla il cellulare: “Pronto… ciao Mario… Sì, ieri al secondo piano di via Bellerio, sai dove ci sono tutti quegli intellettuali, eri odiato. Ma questo è titolo di merito. Poi, qui lo dico e qui lo nego, Giancarlo Giorgetti rideva. Tranquillo, ci prendiamo le nostre soddisfazioni”. Mette giù. Era Borghezio? “Sì, colloquio riservato. Scazzi interni, antipatie varie”.
La giornata prosegue così, tra amici e giri per la città . Fino a sera, quando, in compagnia della sorella e della fidanzata, Salvini fa il giro delle feste della Lega in Brianza. Migliaia di persone all’aperto che ballano il liscio, bevono birra, mangiano salamelle e costine cotte sulla brace. Sembra di essere alle vecchie feste dell’Unità . Salvini è la star. Tutti lo cercano, lo abbracciano, lo incitano, gli chiedono di fare una foto insieme. Lui non si sottrae, ha una parola per ciascuno, a cominciare dai volontari impegnati nelle cucine.

Sale sul palco e parla per una decina di minuti. Prima a Brugherio poi ad Arcore. Sa toccare i tasti giusti: lavoro, sicurezza, immigrazione. Ricorda che pure il Vaticano ha nel suo codice penale il reato di immigrazione clandestina e invita il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ad aprire le porte dell’arcivescovado per accogliere una cinquantina di rom. La gente approva e applaude.
Una giornata con Salvini e tocchi con mano quello che si legge nei manuali di scienze politiche: istanze della popolazione che nascono dal basso, un partito che le intercetta, le fa proprie e se ne fa portavoce in tutte le sedi istituzionali. E in fondo è questo che fa la Lega.
Le dichiarazioni su zingari e immigrati, ronde e quant’altro non sono sparate; sono le richieste che il popolo leghista fa ai propri rappresentanti e che loro trasformano in proposta politica. E in fondo è questo lo schema di partito che, soprattutto dopo le ultime elezioni, anche a sinistra cercano di riscoprire.
Chissà , forse anche la “Padania libera” che Salvini invoca nel chiudere il suo discorso sul palco della festa di Arcore è un’istanza della base leghista. “Non so quando, ma arriverà . Statene certi” dice Salvini e le sue parole sfumano sulle note del Va’ pensiero: “Oh mia patria, si bella è perduta…”.
- Lunedì 20 Luglio 2009
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Commenti
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Il 20 Luglio 2009 alle 21:22 marco_ask ha scritto:
Ho smesso di leggere il Suo articolo quando sono arrivato al punto “coretti da stadio contro i tifosi napoletani”. Non erano contro i tifosi napoletani, ma contro i napoletani.
Non mancate mai di distorcere la realtà per dipingere bei quadretti, vero?
Come vede ho smesso di leggerLa molto presto.
Il 22 Luglio 2009 alle 19:09 Bus, tram e metro: Milano deve dire sì agli autisti extracomunitari. Scacco alla Lega? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Una “sentenza aberrante”: a Matteo Salvini (qui la sua giornata tipo, raccontata da Panorama) non è proprio piaciuta la decisione del Tribunale del Lavoro di Milano che ha accolto il ricorso contro l’ATM di un giovane marocchino senza cittadinanza italiana, impossibilitato a partecipare a un concorso come autista del servizio pubblico meneghino a causa di un Regio Decreto del 1931. [...]
Il 23 Luglio 2009 alle 20:33 I meriti di un leghista “non qualunque” « Memorie dal sottosuolo ha scritto:
[...] Una giornata con il leghista Salvini. La politica secondo Matteo [...]
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