
Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd
Sarebbe materia per un altro romanzo di Ermanno Rea, un secondo tempo di Mistero napoletano, il blocco di partenza per una corsa nella politica nazionale e locale, un’indagine letteraria e saggistica sui destini privati e pubblici di un partito, di una classe dirigente, di una città. Fiction e analisi politica servono per raccontare le eruzioni vesuviane e descrivere le parabole dei lapilli che spiovono fino a Roma. In un solo pomeriggio a Napoli si sono iscritti in 6 mila al Partito democratico; e 60 mila tesserati su circa 300 mila sarebbero all’ombra del Vesuvio.
Ignazio Marino, candidato alle primarie, ha detto quel che in molti nel partito pensano e cioè che presto a Napoli ci saranno più iscritti che elettori (il Pd alle ultime elezioni ha preso il 19 per cento dei voti). Grande è l’imbarazzo, piccola l’indignazione, solitaria la vibrante protesta. Perché a Fuorigrotta le tessere sono passate da 600 a oltre 2 mila, a Bagnoli da 400 a più di 1.000, a Ponticelli da 500 a quasi 1.400, a Soccavo da 500 a 1.700, a Barra da circa 500 a più di 1.500. Stesso boom in provincia: a Castellammare di Stabia vi sarebbero già 3 mila tesserati, quasi 2.500 a San Giorgio a Cremano, quasi 1.000 a Candito, più di 500 a Sant’Anastasia, quasi 500 a Casandrino.
Mistero napoletano? Non solo. A Pastena, in provincia di Salerno, la bolla speculativa delle tessere è esplosa durante il congresso bis (il primo vinto dai sostenitori del sindaco Vincenzo De Luca è stato invalidato) dei giovani democratici. Deluchiani contro bassoliniani, dialettica ai materassi, polo nautico trasformato in ring, sberle, schiaffi, calci. Time out, tutti a casa. “Stavolta Bassolino in Campania è più vittima che carnefice, sono più le componenti veltroniane a giocare con le tessere”, dice a Panorama Claudio Velardi, ieri assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino, oggi uomo di sinistra in cerca di un partito che non c’è. Sono gli effetti collaterali della grande corsa alla segreteria del Pd e mai come ora le tessere rischiano di essere decisive.
Marino ha capito che senza tessere ha poco fiato per correre e cerca la bombola d’ossigeno lanciando la proposta di “allungare il tesseramento fino al 31 luglio” (E invece la richiesta del cardiochirurgo è stata respinta. Lo stop alle tessere scatta martedì 21, come previsto da tempo dalla Direzione del partito. Ma qualcuno parla già di “allarme” per il forte calo degli iscritti. Anche se i dirigenti minimizzano la matematica continua a non essere un’opinione: il calo di iscritti è pari a un terzo di quelli dei Ds e della Margherita messi insieme. Quando si svolsero le primarie nel 2007, tre milioni e mezzo di persone andarono ai gazebo del Pd per esprimere la propria preferenza. Oggi, anche se l’iscrizione a un partito non è esattamente la stessa cosa della partecipazione alle primarie, si registra un sensibile calo in termini di “gradimento”: siamo molto al di sotto della fatidica quota un milione di iscritti. Secondo alcune indiscrezioni il Pd dovrebbe arrivare a quota 600-700 mila iscritti. Ben al di sotto di quota un milione, considerata “alla portata” visto l’exploit delle primarie).
Sembra di leggere una sceneggiatura rétro dove s’agitano gli uomini della Corrente del Golfo, la pancia piena della Dc che iscriveva pure i defunti, e non invece quella semivuota di un Pd in cerca d’autore. Cosa sta succedendo al tavolo del Pd? Chi fa il cartaro e con quale mazzo si sta giocando il piatto finale della segreteria? Chi ha gli assi e chi invece bluffa? Siamo solo alla prima mano della partita, quella che dovrebbe chiudersi il 21 luglio con il tesseramento nel partito, ma i fatti curiosi registrati sul taccuino del cronista sono parecchi. Cominciamo subito a dire che le regole del gioco sono meno chiare di quelle di un poker classico o del Texas Hold’em che oggi va di moda.
Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”.
Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie.
Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie.
Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale.
Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale.
Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza.
- Martedì 21 Luglio 2009
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Commenti
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Il 21 Luglio 2009 alle 14:22 fercas ha scritto:
Il PD con la classe dirigente che si ritrova (Bersani, D’Alema, Fassino, Bindi, Veltroni, Franceschini ecc. ecc.) è destinato a sgonfiarsi come l’estrema sinistra! Costoro non hanno uno straccio di programma ma la loro unica e sola canzone è lantiberlusconismo! Che tristezza veder affondare il partito dei nostri padri! Cordialità.
Il 21 Luglio 2009 alle 14:59 galassie ha scritto:
Quanto ci costano!
Perchè dobbiamo pagare per questi inetti?
Quando andranno via?
Ne abbiamo le scatole piene!
Espatriate!
Il 22 Luglio 2009 alle 13:19 indigesto ha scritto:
Penso che tutto si risolverà in uno scontro tra teste di quercia e teste d’ulivo. Vinceranno quelle che avranno per programma “l’ammucchiata anti-Berlusconi”. Si sa con i numeri si vince; fa niente se poi non dura.
Il 23 Luglio 2009 alle 15:34 » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Casinò Pd: grandi manovre alla ricerca di un leader [...]
Il 23 Luglio 2009 alle 15:41 Burlando: “Per sollevare il Sud (e il Pd) ci vorrebbe un mio amico, Helmut Kohl” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Troppe parole intorno al federalismo. Anzi, solo parole che non servono a nulla”. Ne è convinto Claudio Burlando (Pd), presidente della Regione Liguria. Un “uomo del fare”, dice di se stesso. Ex ministro dei Trasporti durante il primo governo Prodi, dal 1996 al 1998, Burlando si ricandiderà alle regionali del 2010. Per il congresso nazionale del Pd si è espresso a favore della mozione Bersani. Un passato nel Pci e poi nei Ds, ora è presidente di una regione al centro di grandi manovre per il “risiko democratico” di ottobre: il “franceschiniano” Sergio Cofferati, già primo cittadino di Bologna e ora eurodeputato, si candiderà a guidare il Pd nella regione (un doppio incarico impegnativo per chi aveva detto di voler scendere dalla poltrona sindaco per stare vicino alla famiglia); sempre dalla Liguria ha iniziato la sua scalata democratica lo shoman Beppe Grillo, al quale il Pd ha precluso iscrizione e primarie; mentre il sindaco del capoluogo Marta Vincenzi ha scelto di sostenere l’amico Ignazio Marino. [...]
Il 24 Luglio 2009 alle 20:49 Il fegato di Marino: Per il Pd malato ci vuole il mio bisturi » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Ma chi gliel’ha fatto fare? Glielo chiede sempre anche sua moglie. “È un pazzo” dice infatti la signora, con un sorriso, mentre carica la lavastoviglie. E lui: “Anche mia figlia è contrarissima. Per non parlare di mia madre”. “Ma quando Ignazio si mette in testa un’idea…” sospira la moglie. Ignazio Marino è senza dubbi uno che ha fegato. Dopo averne trapiantati 650 ha deciso che il suo, di fegato, serve per rompere gli schemi del Partito democratico. Così il 3 luglio ha sfidato Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, più il giovane Mario Adinolfi, per la segreteria del Pd. Battuta scontata: serve proprio un chirurgo per salvare il partito? Lui, serissimo: “Sarcasmo inutile. Qui c’è solo da rimboccarsi le maniche e dire: siamo qua, questi sono gli obiettivi, questa è la nostra tabella di marcia. Un partito a cosa serve, se non a organizzare in modo più moderno la vita di un paese?”. Marino, la carta a sorpresa delle primarie (qui Guarda la GALLERY: protagonisti e sponsor della corsa a leader del Pd), è sposato dal 1990 con Rossana, ex infermiera al Policlinico Gemelli, e padre della liceale Stefania, adottata in Colombia. È nella capitale da tre anni, ma fa ancora il marziano a Roma. Niente salotto dunque, l’intervista si fa in cucina. Piatti, forchette, tovaglioli, fogli e appunti dappertutto. C’è pure un gatto che si chiama Napoleone. [...]
Il 28 Luglio 2009 alle 16:14 L’ultima tentazione dell’ex Subcomandante Fausto: correre alle primarie del Pd » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] E adesso rifacciamo la conta. Aggiorniamo la lista dei runners in gara per la poltrona di leader del Pd, il prossimo 25 ottobre. (Qui la GALLERY dei candidati alla leadership del Pd) Ci sono: il segretario uscente (Dario Franceschini) che in realtà non vuole uscire dall’ufficio del capo in via Sant’Andrea delle Fratte; “l’unionista” (nel senso che aspira a ridare senso e forma alle “vecchie” alleanze della stagione di Prodi) Pierluigi Bersani che attacca da sinistra; il terzo uomo Ignazio Marino: laico, chiururgo di fama, che attacca da sopra: “Ci vuole il mio bisturi per questo partito malato” ha detto a Panorama; l’outsider Amerigo Rutigliano, l’unico dei non-big ad avercela fatta (visto che Renato Nicolini, il “padre” dell’Estate romana che aveva annunciato la sua candidatura “creativa” non si è presentato con le firme, a Beppe Grillo hanno impedito la corsa, mentre Mario Adinolfi, il candidato blogger under 40 ha annunciato la sua rinuncia e il sostegno alla candidatura di Franceschini): ha presentato 1542 firme con le quali chiede di non “lasciar spazio ai gattopardi, pronti a cambiare qualcosa perché nulla cambi” (il sessantenne romano aveva già cercato di correre per la segreteria del Pd, quando le primarie furono fatte per l’incoronazione di Walter Veltroni, ma consegnò le firme in ritardo) . Ce n’è abbastanza, no? (Anche perché intorno ai quattro è un fiorire di appoggi, alleanze, sgambetti, ultimatum, dichiarazioni, endorsement, ecc…). E allora proviamo a immaginare che gara sarebbe stata se se si fosse presentato anche Fausto Bertinotti? Sì, proprio lui, l’ex Subcomandante, che dopo la pesante sconfitta alle politiche del 2008, si è ritirato a fare il semplice iscritto (l’ultima sua immagine è quella, quasi in lacrime, in cui dice addio agli incarichi di direzione politica: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta […] Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia”), ritagliandosi un ruolo di “nume tutelare” della sinistra e seguendo da vicino (cioè appoggiando) la scissione dei vendoliani dal Prc di Paolo Ferrero. Che da quelle parti, a sinistra, qualcuno sognasse di tornare in campo, magari mettendo in piedi un’Opa sui Democrats, l’aveva fatto sapere Piero Sansonetti (ex direttore di Liberazione e attuale direttore-fondatore dell’Altro, il quotidiano di Sinistra e Libertà) dalle colonne de Il Foglio: “Nichi Vendola segretario del Pd. Tutti dicono che ci vuole una novità, allora mi sono detto: non può mica essere Debora Serracchiani la novità. No?”. [...]
Il 31 Luglio 2009 alle 17:43 Barracciu, la “mora” sarda che tifa Franceschini. Per cacciare la Casta (del Pd) » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La sfida tra Bersani, Franceschini e Marino parte dalle segreterie regionali. E la conquista di queste potrebbe significare un successo in autunno al congresso nazionale. Non c’è il rischio di aumentare la litigiosità all’interno di un partito già diviso? Credo di no, anzi si aumenta la discussione interna. Il nostro è un congresso vero dove si confronteranno idee e mozioni precise per il futuro del partito e del paese. Un congresso autentico, come dicevo, caratterizzato da una viva dialettica e questo dimostra che il Pd è un partito al plurale. E chi vincerà le primarie sarà effettivamente la guida di tutti. [...]
Il 4 Agosto 2009 alle 18:21 Barracciu, la “mora” sarda che tifa Franceschini. Per cacciare la Casta (del Pd) | idoctor ha scritto:
[...] La sfida tra Bersani, Franceschini e Marino parte dalle segreterie regionali. E la conquista di queste potrebbe significare un successo in autunno al congresso nazionale. Non c’è il rischio di aumentare la litigiosità all’interno di un partito già diviso? Credo di no, anzi si aumenta la discussione interna. Il nostro è un congresso vero dove si confronteranno idee e mozioni precise per il futuro del partito e del paese. Un congresso autentico, come dicevo, caratterizzato da una viva dialettica e questo dimostra che il Pd è un partito al plurale. E chi vincerà le primarie sarà effettivamente la guida di tutti. [...]
Il 7 Agosto 2009 alle 15:21 Ma che fine hanno fatto i seguaci di Massimo D’Alema? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Era il consigliere più stretto di D’Alema e ha fondato Red Tv, la tv dalemiana in concorrenza con Youdem. Fino a ieri assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino, oggi uomo di sinistra in cerca di un partito che non c’è. Recentemente ha dichiarato a proposito delle primarie. “Tutti i dirigenti del partito, Massimo in primis, sono maestri a farsi male da soli. Oggi non c’è un leader da contrapporre a Berlusconi. Della leadership del Pd in Italia non frega niente a nessuno, e per quella del Paese dire che Bersani e Franceschini non sono adeguati è un eufemismo”. [...]
Il 28 Settembre 2009 alle 11:52 Count down Pd: cercasi leader e linea politica. Disperatamente - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] gli iscritti registrati per il voto, che sono a loro volta 127 mila su 824 mila iscritti totali, alle primarie votano coloro che si registrano anche come futuri elettori del Pd, secondo una formula decisa da Walter Veltroni e mutuata dalle primarie dell’Ulivo che [...]
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