- Tags: cibo, culatello, gastronomia, gusto, made-in-Italy, sondaggio, tinca
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Quasi tutti dicono di amare cibo ed ingredienti della tradizione, con il marchio made in Italy: è noto in tutto il mondo che siamo un popolo di buongustai. Ma che nessuno ci chieda i nomi degli alimenti o gli ingredienti dei piatti. Perché infatti per 1 italiano su 3 il salame di Felino conterrebbe carne di gatto e l’aceto balsamico per 1 su 4 è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna.
E pensare che per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Ma è quando le domande riguardano la conoscenza dei prodotti e delle tipicità italiane che gli italiani “cadono”: per il 21%, per esempio, il capocollo è un formaggio e un altro 21% pensa che il “culatello” sia un modo dialettale di chiamare il “lato b” dei bambini (21%). Le celebri sarde a beccafico per ben il 51% degli intervistati non sono altro che sarde cucinate in salsa di fichi, mentre la “parmigiana” è, manco a dirlo, un piatto a base di parmigiano (19%). E la tanto decantata dieta mediterranea? Per il 29% si tratta di un tipo di alimentazione ipocalorica che prevede esclusivamente pesce.
Questo è ciò che emerge da un’indagine condotta dal mensile di turismo ed enogastronomia Vie del Gusto, su un campione di 1300 uomini e donne di età compresa tra i 18 ed i 55 anni intervistati sui prodotti della tradizione culinaria italiana che rileva anche come, a sorpresa, le donne siano meno preparate degli uomini: il 62% delle intervistate ha commesso almeno 3 errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Per gli italiani made in Italy è sinonimo di garanzia, genuinità, tradizione e gusto, ma in molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che ne certificano la qualità. E a sorpresa le donne meno preparate degli uomini.
Infine, la ricerca mette in luce che sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, infatti la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un elemento irrinunciabile, a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l’11% che pensa che lo sia abbastanza.
Quando si passa dalla teoria alla pratica queste difficoltà emergono con grande evidenza, tanto che errori e strafalcioni non si contano, sia sugli alimenti e prodotti, sia sui piatti della tradizione.
Il culatello, si diceva, è uno dei salumi più pregiati, che ci viene invidiato da tutto il mondo, cosa di cui il 41% degli intervistati sembra essere a conoscenza, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il sederino dei bambini o addirittura un “vezzeggiativo” per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Allo stesso modo il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25%, memore forse di alcuni vecchi film di Lino Banfi, dove l’attore minacciava di “spezzare la noce del capocollo”, si tratta della parte superiore del collo di un uomo. Il salame di Felino? Il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c’è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). E la Tinca Gobba Dorata? Solo il 19% sa che si tratta di un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c’è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%).
- Mercoledì 29 Luglio 2009
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