Archivio di Luglio, 2009
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29/07/2009 - Presentata oggi a Roma la campagna di comunicazione sulla sicurezza stradale - Sulla buona strada - del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Accanto al Ministro Matteoli, la tuffatrice olimpica Tania Cagnotto che, insieme a Aldo Montanop e Maria Grazia Cucinotta, è testimonial della campagna.
Credits: ANSA / ALESSANDRO DI MEO

Quasi tutti dicono di amare cibo ed ingredienti della tradizione, con il marchio made in Italy: è noto in tutto il mondo che siamo un popolo di buongustai. Ma che nessuno ci chieda i nomi degli alimenti o gli ingredienti dei piatti. Perché infatti per 1 italiano su 3 il salame di Felino conterrebbe carne di gatto e l’aceto balsamico per 1 su 4 è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna.
E pensare che per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Ma è quando le domande riguardano la conoscenza dei prodotti e delle tipicità italiane che gli italiani “cadono”: per il 21%, per esempio, il capocollo è un formaggio e un altro 21% pensa che il “culatello” sia un modo dialettale di chiamare il “lato b” dei bambini (21%). Le celebri sarde a beccafico per ben il 51% degli intervistati non sono altro che sarde cucinate in salsa di fichi, mentre la “parmigiana” è, manco a dirlo, un piatto a base di parmigiano (19%). E la tanto decantata dieta mediterranea? Per il 29% si tratta di un tipo di alimentazione ipocalorica che prevede esclusivamente pesce.
Questo è ciò che emerge da un’indagine condotta dal mensile di turismo ed enogastronomia Vie del Gusto, su un campione di 1300 uomini e donne di età compresa tra i 18 ed i 55 anni intervistati sui prodotti della tradizione culinaria italiana che rileva anche come, a sorpresa, le donne siano meno preparate degli uomini: il 62% delle intervistate ha commesso almeno 3 errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Per gli italiani made in Italy è sinonimo di garanzia, genuinità, tradizione e gusto, ma in molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che ne certificano la qualità. E a sorpresa le donne meno preparate degli uomini.
Infine, la ricerca mette in luce che sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, infatti la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un elemento irrinunciabile, a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l’11% che pensa che lo sia abbastanza.
Quando si passa dalla teoria alla pratica queste difficoltà emergono con grande evidenza, tanto che errori e strafalcioni non si contano, sia sugli alimenti e prodotti, sia sui piatti della tradizione.
Il culatello, si diceva, è uno dei salumi più pregiati, che ci viene invidiato da tutto il mondo, cosa di cui il 41% degli intervistati sembra essere a conoscenza, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il sederino dei bambini o addirittura un “vezzeggiativo” per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Allo stesso modo il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25%, memore forse di alcuni vecchi film di Lino Banfi, dove l’attore minacciava di “spezzare la noce del capocollo”, si tratta della parte superiore del collo di un uomo. Il salame di Felino? Il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c’è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). E la Tinca Gobba Dorata? Solo il 19% sa che si tratta di un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c’è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%).

L’ “aria fritta” (citiamo Silvio Berlusconi) sulla richiesta di ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan avanzata tre giorni fa da Umberto Bossi ha appena dissolto i suoi effluvi. Ed ecco una nuova iniziativa del Carroccio: imporre agli insegnanti una prova di “cultura locale”, con il fine di poter meglio illustrare le tradizioni del territorio in cui il professore intende insegnare. Ci ha pensato Roberto Cota, presidente dei deputati della Lega, a chiarire che “la prova di dialetto” è una banalizzazione dei giornali. La proposta è quella di “fare dei test preselettivi per consentire l’accesso agli albi regionali degli insegnanti, albi previsti proprio dalla proposta di legge in discussione. Tali test, che dovranno riguardare uno spettro culturale ampio sono visti come propedeutici rispetto al superamento dei concorsi pubblici”.
E infatti non è il caso di archiviare come puramente folkloristica un’istanza che in fondo ha le proprie motivazioni nella cultura leghista delle origini, quella delle “piccole patrie”. Ma, nel merito della faccenda, non va neppure presa molto sul serio: tra discutere accanitamente di come celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e tornare ai dialetti c’è qualcosa che non torna.
Al tempo stesso si rimuove “il partito del Sud”, altro tormentone ricorrente della politica italiana. Una sirena alla quale non sono neppure indifferenti, quando è il caso, la sinistra e il Pd. Così come del resto il Pd è interessato a intermittenza anche al “partito del Nord”.
Insomma, ce n’è per tutti, e non solo per Berlusconi. Ma non c’è dubbio che le spine sono soprattutto sue, e non basterà parlare di “aria fritta” per liquidarle.
I motivi sono almeno tre, e tutti seri.
1) A più breve scadenza c’è la situazione economica che troveremo in autunno. Se la tanto sospirata ripresa comincerà ad arrivare, i contrasti si sopiranno in qualche modo. Se i tempi continueranno ad essere duri, si tratterà di dividere una torta sempre più piccola, e tra appetiti sempre più grandi. Una torta, per giunta, affidata a Giulio Tremonti, proprio per questo soprannominato “mani di forbice”.
Tremonti ovviamente fa il possibile. Così come non appare affatto campato in aria il “modo innovativo” annunciato da Berlusconi per distribuire le risorse al Sud: niente più finanziamenti a pioggia per colmare i buchi di gestioni allegre, ma solo fondi finalizzati a singole infrastrutture. Il problema è: chi gestisce questi fondi? Chi vigila che essi vengano correttamente utilizzati? Il governo centrale? La solita cabina di regia con qualche posto in prima fila per ministri e sottosegretari siciliani o pugliesi?
Dunque i “sudisti” non depongono affatto le armi e attendono. E così la Lega.
2) A più lunga scadenza c’è la questione delle elezioni regionali del 2010. Bossi ha già chiesto la presidenza di almeno due delle tre grandi regioni del Nord: Lombardia, Veneto e Piemonte. Molto probabilmente si accontenterà di una candidatura blindata. Ed ancora più probabilmente, visto che il Piemonte è in bilico tra destra e sinistra, e Berlusconi ha appena designato Roberto Formigoni “presidente a vita della Lombardia”, la scelta cadrà sul Veneto. Ipotesi per nulla indolore.
La manovre sono già iniziate, il governatore Giancarlo Galan, del Pdl, minaccia di denunciare Tremonti per avere inserito il Veneto tra le regioni con i conti della Sanità non in regola. Maurizio Sacconi, ministro del Welfare ed anche lui, esponente Pdl, dà ragione a Galan. Superfluo dire che Tremonti viene sempre più percepito da molti esponenti del Popolo della Libertà come una quinta colonna di Bossi.
La questione è complessa. Anche perché ci sono in ballo due poltrone di sindaco: quello di Venezia, dove il Pd Massimo Cacciari scade nel 2010 e dove vorrebbe candidarsi il ministro antifannulloni Renato Brunetta (che proprio nei giorni scorsi ha tuonato contro “Venezia mercificata e svenduta”), e quello di Milano, dove Letizia Moratti è in scadenza nel 2011. Si profilano tortuosi negoziati, scambi e rimpasti.
3) Ma c’è anche un terzo motivo di questi malesseri nel centrodestra. Con l’opposizione di fatto ko, con un Pd intento ormai a leccarsi le ferite e a lacerarsi nella campagna congressuale, la maggioranza alla fine l’opposizione se la crea al proprio interno. È una costante della politica, che la sinistra ha sperimentato amaramente dopo la vittoria del 1996-2001 quando, con Berlusconi in piena traversata del deserto, Prodi & C. dettero vita a ben quattro governi in cinque anni.
Siamo, come si vede, alle più classiche manovre di palazzo. Stando ai sondaggi, un “partito del Sud” interessa grosso modo al 15 per cento degli italiani. Probabilmente l’insegnamento del dialetto nelle scuole non ottiene un gradimento più alto. Mentre il ritiro dall’Afghanistan, in Italia come all’estero, è assai popolare. Ma non è la popolarità che cercano nordisti e sudisti; bensì, in qualche modo, mettere sotto scacco Berlusconi. Vedremo se il premier dalle sette vite troverà anche questa volta la via d’uscita.

“L’autodeterminazione oggi non ha senso, ma se l’Italia non rispetterà i nostri diritti, in futuro le cose potrebbero cambiare”. Luis Durnwalder, 68 anni, presidente della provincia autonoma di Bolzano per la Südtiroler Volkspartei, il partito che da solo possiede la maggioranza assoluti dei consensi in Alto Adige, è un tipo che non le manda certo a dire. “Se in futuro non avremo più l’autonomia, sarò il primo a votare per l’annessione all’Austria”. Che tradotto significa: “Le regioni a statuto speciale non si toccano”. E neanche i loro privilegi.
Due lauree, una in agraria e una in giurisprudenza, studi in Austria (a Vienna e a Innsbruck) e anche in Italia a Firenze, Durnwalder batte tutti gli altri presidenti delle regioni almeno per due cose: dal 1989 è alla guida della provincia autonoma di Bolzano (eletto nel 2008 per la quarta volta consecutiva) e, stando a quanto riporta il quotidiano Alto Adige, è anche quello che guadagna di più, 25.600 euro al mese.
Il vicepresidente del parlamento austriaco Martin Graf, esponente del partito di destra Fpoe, lancia la proposta di un referendum per il ritorno dell’Alto Adige all’Austria e a Vienna scoppia un polverone. Eppure secondo le indagini demoscopiche citate da La Stampa il 55% degli alto atesini romperebbe volentieri i rapporti istituzionali con l’Italia. Insomma, l’annessione piace anche in provincia di Bolzano, ma non si può dire?
Non so su cosa si basassero le statistiche citate da La Stampa e poi nessuno sa bene come la pensa la gente oggi e cosa penserà domani. Per quanto riguarda il referendum per l’autodeterminazione e l’annessione all’Austria dico che oggi non ha senso. Ma se l’Italia in futuro non rispetterà l’autonomia della provincia, anche io sarò il primo a votare per il ritorno in Austria. Nel 1945 avevamo chiesto alle forze alleate il diritto di autodeterminazione che ci è stato negato. Poi c’è stato il contratto tra Austria e Italia, firmato da Gruber e De Gasperi, e dal 1972 abbiamo avuto quell’autonomia che vogliamo continuare a mantenere.
L’uscita pubblica di Graf è piaciuta sia al partito Union für Südtirol sia al partito Sudtirol Freiheit di Eva Klotz, che è per il motto “Sudtirol ist nicht Italien!” il Sudtirolo non è Italia. C’è ancora razzismo anti - italiano in Alto Adige?
Ci sono dei partiti di destra sudtirolesi, che vogliono subito l’autodeterminazione e l’annessione all’Austria, che fanno delle continue provocazioni pubbliche e da cui talvolta emergono sentimenti anti - italiani. D’altra parte anche i partiti di destra italiani provocano la popolazione di lingua tedesca celebrando i monumenti del fascismo.
Lei si sente italiano o austriaco?
Io sono tante cose assieme oggi: provengo da una famiglia austriaca, sono un tirolese che abita nel Sudtirolo e sono un cittadino italiano.
Però le tre comunità della provincia di Bolzano sono abbastanza distinte sin dall’infanzia: asili e scuole in lingua tedesca, quelle in lingua ladina e quelle in lingua italiana. Segregati in casa?
Spesso dico che se non ci fossero i politici, le cose andrebbero meglio. Qui da noi si vive bene e la gente deve risolvere i problemi di tutti i giorni. La convivenza è ottima tra le le comunità e non c’è il tempo per le polemiche, che spesso trovano spazio solo sui giornali. Poi ci sono anche i provocatori…
Come lei stesso ricordava, l’Alto Adige è parte dell’Italia dal 1919. E oggi il 45% degli altoatesini ha dichiarato di preferire lo status attuale a una annessione con Vienna. È solo una questione di privilegi (la provincia autonoma di Bolzano trattiene circa il 90% delle imposte) oppure ormai è una zona a tutti gli effetti dell’Italia?
L’autonomia è particolarmente vissuta e sentita da noi. Negli anni sessanta eravamo poverissimi e dagli anni settanta in poi, quando abbiamo ottenuto le condizioni di autonomia attualmente in vigore, abbiamo trasformato questa terra povera in un’isola felice e ne siamo particolarmente orgogliosi. Ora che abbiamo il Pil più alto d’Italia, i problemi sono altri e da parte dei partiti estremisti ci sono molte provocazioni. Ma si tratta solo di polemiche, perché poi in Giunta si vota quasi tutti compatti: il 90% delle pratiche è stata votata all’unanimità. Insomma, la situazione odierna è molto buona, anche se con questo Governo non è detto che in futuro lo sarà ancora. Se ci toglieranno i nostri diritti e Roma trasformerà il Sudtirolo da regione a statuto speciale a regione normale, la maggioranza dei sudtirolesi chiederà il referendum per l’annessione all’Austria.
Fra due anni ci sarà il 150esimo anniversario dell’Unità. Non è che l’Italia rischia di festeggiare l’anniversario spaccata tra il Nord padano, un Alto Adige annesso all’Austria, e un Centro Sud in mano al partito meridionalista, in questi giorni sempre più in voga?
Da quello che leggo non pare sia molto sentito questo anniversario. E da noi è spesso usato anche come minaccia e come provocazione da parte dei partiti di destra italiani. Poi c’è la Lega che vorrebbe un’Italia spaccata in tre: Nord, Centro e Sud…
Parliamo del partito del Sud: hanno ragione i meridionalisti, un movimento trasversale nei due schieramenti, a chiedere più investimenti e a minacciare la nascita di una Lega del Mezzogiorno?
Conosco troppo poco il Sud e bisognerebbe viverci per capire realmente i suoi problemi. I governatori del Mezzogiorno dicono che non ci sono soldi a sufficienza per la sanità e io sarei anche favorevole a istituire un fondo di solidarietà per le aree meno sviluppate. La sensazione, però, è che già oggi i soldi ci siano per il Sud, solo che arrivano nei posti sbagliati.
Sia sincero: in tv danno la partita di calcio Italia – Austria. Per chi tifa?
Guardo sia la televisione italiana che quella austriaca e nello sport mi viene da parteggiare coi più deboli. Poi, seguo più gli sport invernali e non sono un gran appassionato di calcio, anche se conosco più la Juventus che il Rapid Vienna.

E la Lega propone il “test della cadrega“. Sì, quello dell’esilarante scena con Aldo-Dracula meridionale, Giovanni e Giacomo nei panni di due “signorotti transilvani-leghisti” con l’hobby di dare la caccia ai “Terùn” (qui il VIDEO).
La “cadrega” ha da diventare, secono dil Carroccio, una prova d’ingresso da inserire nella riforma della scuola: un test per gli insegnanti “sulla cultura, le tradizioni e il dialetto delle regioni in cui intendono insegnare”. La richiesta leghista, presentata in commissione Cultura della Camera durante la riunione del comitato ristretto, apre un confronto aspro nel centrodestra, fa alzare il solito polverone e scatena le proteste dell’opposizione. Pertanto, il presidente della commissione Valentina Aprea decide di sospendere la seduta e di sconvocare il comitato ristretto. Inutile discutere oltre su questo tema, avverte, dovrà essere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ad occuparsene. L’esame proseguirà in Aula.
“Ma questa decisione della Aprea non ci trova d’accordo” avverte la parlamentare della Lega Paola Goisis autrice della proposta del test ai professori “spero davvero che il testo non venga calendarizzato in Aula prima che ci sia stato un chiarimento nel centrodestra perché non si può scavalcare così la volontà del secondo grande partito della maggioranza”.
“Noi” prosegue la leghista “avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non era condivisa da tutta la maggioranza. Così abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora è all’esame della commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, ma su questo punto insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante”.
La Lega inosmma ci prova, chiede che i criteri “padani” di selezione degli insegnanti vengano inseriti nella riforma della scuola. E i titoli di studio? “Non garantiscono un’omogeneità di fondo” osserva la deputata del Carroccio “e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale”.
Inevitabile, a questo punto, che si alzi il polverone, come spesso accade quando a fare proposte di legge sono quelli del Carroccio. Toni alti, tensione elevata: il resto della maggioranza, a cominciare dalla vicepresidente della commissione Cultura Paola Frassinetti, non sembra essere d’accordo e scatta il braccio di ferro tra il Pdl e il Carroccio. La riforma, per il momento, si blocca.
Mentre il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ammonisce: “Durante l’esame della riforma la prima commissione e l’aula valutino il pieno e totale rispetto dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Si tratta di questione che non può essere opinabile ma che deve essere soltanto riferita a quel che c’è scritto nella Carta”.
Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto butta acqua sul fuoco osservando che in realtà “non esistono ragioni di divisione sui problemi della scuola tra Pdl e Lega perchè prioritari per noi” sottolinea “sono i progetti di riforma portati avanti del ministro Gelmini sull’università e sui licei“.
Il capogruppo del Pd in commissione Cultura Manuela Ghizzoni critica aspramente la presa di posizione della Lega: “L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista”.
Per il momento l’esame della riforma è stato sospeso. L’ultima parola toccherà alla Conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

È grave lo stato di salute dell’ambiente in Italia. Nessuna regione si salva e non esistono neanche grandi differenze tra Nord e Sud, tanto è vero che la regione più “virtuosa” è la Basilicata, seguita da Friuli, Val d’Aosta e Trentino, mentre la maglia nera per la qualità ambientale va al Lazio
È questa la fotografia della situazione ambientale delle regioni italiane scattata dal rapporto Osservasalute Ambiente 2008, un’approfondita analisi dello stato di salute dell’ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma.
Il rapporto (stilato da Antonio Azara, dell’istituto di igiene dell’università di Sassari, da Umberto Moscato, dell’istituto di igiene dell’università Cattolica di Roma e da
Walter Ricciardi, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulla Salute) assegna un punteggio da 1 a 20 alle singole regioni per diversi indicatori di “salute ambientale”: dalla disponibilità di acqua potabile alla conncentrazione di radon nell’aria, dai rifiuti, dalla qualità dell’aria all’inquinamento acustico.
In questa speciale classifica, la Basilicata è quella che si comporta meglio: ha il dato migliore per l’inquinamento da benzene, e una bassa produzione di rifiuti solidi urbani. Bene anche il Friuli, la regione in cui è cresciuta meno la produzione di rifiuti mentre è aumentata la raccolta differenziata, e la Valle d’Aosta (la regione con la maggiore disponibilità d’acqua potabile: 369 litri/abitante al giorno, contro un valore medio italiano di 254 litri).
Maglia nera al Lazio, per colpa soprattutto di una preoccupante concentrazione di radon nelle abitazioni, pari a 119 Bq al metro cubo contro una media italiana di 70. Che a sua volta, spiega il ricercatore Antonio Azara, tra gli autori dello studio: “è superiore alla media europea e mondiale”.
In fondo alla classifica le regioni del sud: condizioni critiche soprattutto per la gestione e la disponibilità di acqua potabile (un cittadino su tre nel meridione non ha rapido accesso all’acqua). Infatti, se in ambito nazionale l’82,3% della popolazione dispone di acqua in quantità sufficiente, nell’Italia insulare tale percentuale viene quasi dimezzata (42,7%) e nell’Italia meridionale la percentuale di popolazione soddisfatta del fabbisogno idrico sale a un modesto 69,9%, rispetto all’87,6% dell’Italia centrale e al 97% circa dell’Italia Nord occidentale e Nord orientale.
Sul fronte rifiuti da segnalare un aumento della produzione. I rifiuti urbani sono cresciuti di oltre 4 milioni di tonnellate (+15%), passando da 28,3 milioni di tonnellate nel 1999, a 32,5 nel 2006. Si diffonde però l’abitudine alla raccolta differenziata. Dividendo per zone, il tasso di crescita dei rifiuti risulta più marcato nel Centro (+21%) e Nord (+13,6%) rispetto al Sud (+12%). In particolare, nel Settentrione risiede il 45% della popolazione italiana che risulta produrre (nel 2006) il 45% dei rifiuti urbani del territorio nazionale; al Centro, il 19,5% della popolazione produce il 22,6% di rifiuti urbani; al Sud, al 35% della popolazione corrisponde il 32,5% dei rifiuti.
Ecco la MAPPA con le luci e le ombre delle regioni d’Italia.
Visualizza Osservasalute 2008: l’Italia è malata in una mappa di dimensioni maggiori

E adesso rifacciamo la conta. Aggiorniamo la lista dei runners in gara per la poltrona di leader del Pd, il prossimo 25 ottobre. (Qui la GALLERY dei candidati alla leadership del Pd).
Ci sono: il segretario uscente (Dario Franceschini), che in realtà di uscire dall’ufficio del capo in via Sant’Andrea delle Fratte non ha nessuna intenzione; “l’unionista” (nel senso che aspira a ridare senso e forma alle “vecchie” alleanze della stagione di Prodi) Pierluigi Bersani che attacca da sinistra; il terzo uomo Ignazio Marino: laico, chiururgo di fama, che attacca da sopra: “Ci vuole il mio bisturi per questo partito malato” ha detto a Panorama; l’outsider Amerigo Rutigliano, l’unico dei “non-big” ad avercela fatta (visto che Renato Nicolini, il “padre” dell’Estate romana che aveva annunciato la sua candidatura “creativa” non si è presentato con le firme, a Beppe Grillo hanno impedito la corsa, mentre Mario Adinolfi, il candidato blogger under 40 ha annunciato la sua rinuncia e il sostegno alla candidatura di Franceschini): ha presentato 1542 firme con le quali chiede di non “lasciar spazio ai gattopardi, pronti a cambiare qualcosa perché nulla cambi” (il sessantenne romano aveva già cercato di correre per la segreteria del Pd, quando le primarie furono fatte per l’incoronazione di Walter Veltroni, ma consegnò le firme in ritardo) .
Ce n’è abbastanza, no? (Anche perché intorno ai quattro è un fiorire di appoggi, alleanze, sgambetti, ultimatum, dichiarazioni, conteggi di tessere, endorsement, ecc…). E allora proviamo a immaginare che gara sarebbe stata se si fosse presentato anche Fausto Bertinotti.
Sì, proprio lui, l’ex Subcomandante, che dopo la pesante sconfitta alle politiche del 2008, si è ritirato a fare “l’iscritto semplice” (l’ultima sua immagine è quella, quasi in lacrime, in cui dice addio agli incarichi di direzione politica: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta […] Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia”), ritagliandosi poi un ruolo di “nume tutelare” della sinistra e seguendo da vicino (cioè appoggiando) la scissione dei vendoliani dal Prc di Paolo Ferrero.
Che da quelle parti, a sinistra, qualcuno sognasse di tornare in campo, mettendo magari in piedi “un’Opa” sui Democrats, l’aveva fatto sapere Piero Sansonetti (ex direttore di Liberazione e attuale direttore-fondatore dell’Altro, il quotidiano di Sinistra e Libertà) dalle colonne de Il Foglio: “Nichi Vendola segretario del Pd. Tutti dicono che ci vuole una novità, allora mi sono detto: non può mica essere Debora Serracchiani la novità. No?”.
Un sogno, un’illusione, una tentazione, una provocazione? Certo.
“Se fossi iscritto al Pd mi candiderei a segretario“, ha risposto l’ex Subcomandante Fausto,
dal palco di Cortina InConTra, alla domanda su chi voterebbe come segretario del Partito democratico. Ma: “Il punto” ha precisato “è avere una piattaforma politica”.
Fausto parlava per ipotesi, con il condizionale d’obbligo. Mica come quella volta (era il 2005) quando sfidò Romano Prodi alle primarie per il candidato premier dell’Unione e arrivò secondo dietro al Professore ma davanti a Mastella e Di Pietro.
Un’ipotesi, quella di Bertinotti, che nasce dall’analisi della non praticabilità di un’altra ipotesi: che far vivere due sinistre, una radicale e una di centrosinistra, che competono e collaborano, è morta: “Il tentativo di costruire una sinistra radicale, antagonista, che fosse erede del ‘900, è fallita, la mia generazione ha fallito, ha perso, io ho perso”. E la disfatta è sotto gli occhi di tutti: “lo dicono le elezioni europee. La sconfitta è drammatica, la destra vince sia quando è al governo che quando è all’opposizione. Una volta si vinceva accumulando consenso dall’opposizione, ora non è successo nemmeno questo, non solo con Berlusconi ma anche con Sarkozy”. Eppure la crisi della sinistra, tuttavia, non è mondiale perché “governa in Sud America e in alcuni Paesi dell’Asia. La crisi è europea, di una sinistra che deriva dal movimento operaio. Se qualcuno pensa che ha perso per colpa degli altri si illude, in Europa dobbiamo costruire una nuova sinistra”.
Partendo dal progetto di prendere la tessera del Pd, puntare alla sua guida e spostarne la barra a sinistra? Forse, un giorno, magari…
Per ora, Bertinotti si limita a punzecchiare gli alleati di un tempo: “Alla stessa stregua di noi ha perso il centrosinistra, dal Pd all’Spd, dai socialisti francesi al Labour party fino al Psoe. Fintanto che non ammettete che avete perso anche voi non andiamo da nessuna parte”.
Dario Franceshini, sul palco, a fianco dell’ex presidente della Camera, prende nota: vero che per la direzione nazionale del Pd è scaduto il tempo per presentare iscrizioni e candidature, ma nel segretario la strana ipotesi bertinottiana ha lasciato il segno: “Oggi la partecipazione alla vita di un partito non passa esclusivamente attraverso l’iscrizione”…
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di Donatella Marino
Sono distanti 800 chilometri ma accomunate da record negativi. Se a Torino, con una delle reti urbane di trasporto pubblico meno estese, chi abita in periferia fatica a raggiungere il centro, con il risultato che la città ha il minor utilizzo del mezzo pubblico, a Campobasso, dove il parco autobus è antiquato, d’estate si suda nei molti veicoli senza aria condizionata.
Il punto sul sistema del trasporto pubblico locale e sulla gestione della viabilità l’ha fatto la Fondazione Civicum, in un dossier che Panorama ha potuto esaminare in anteprima. L’associazione, fondata senza scopo di lucro cinque anni fa, ha commissionato l’analisi al Politecnico di Milano. Ne è venuta fuori una fotografia variegata. Così è vero che il pensionato, sempre a Campobasso, viaggia praticamente gratis, con il costo del biglietto tra i più bassi, ma ne fa le spese il disabile che raramente trova le passerelle ribassate per salire a bordo. Idem a Cagliari, dove sono pochi i posti dedicati. Andrebbe meglio se vivesse a Trento, unico comune con tutti i veicoli dotati di pianali d’accesso.
L’obiettivo della ricerca era coinvolgere i 20 capoluoghi di regione, però solo la maggioranza ha risposto all’appello e inviato dati, tra cui Ancona, Bologna, Cagliari, Campobasso, Genova, Milano, Palermo, Roma, Torino, Trento e Venezia. “È una cartina di tornasole della difficoltà di far passare la cultura della trasparenza” afferma Federico Sassoli de Bianchi, presidente di Civicum. “Non è la sola: nei bilanci erano indicate le spese comunali, ma non quanto scopo è di fare da pungolo”.
Il secondo passo è stato allargare il tiro a città più piccole ma importanti per peso economico, come Brescia, Novara e Pescara. “Volevamo capire le differenze legate alla dimensione” chiarisce Giovanni Azzone, prorettore al Politecnico e coordinatore della ricerca. “Abbiamo visto che non è un fattore che incide molto. Pesa di più il divario Nord-Sud. In ogni caso il comune perfetto, con tutti i parametri a posto, non esiste”. E quanto a indicatori ne sono stati esaminati molti.
A partire dalle spese. È emerso che i 15 comuni, con 7,9 milioni di abitanti complessivi (13 per cento della popolazione), spendono in media 77 euro pro capite per la gestione del trasporto pubblico locale e 35 per la viabilità. A questi vanno aggiunti gli investimenti, dall’acquisto di nuovi mezzi alla costruzione di infrastrutture o, sull’altro versante, la manutenzione delle strade.
La ricerca li riporta: il record positivo è di Roma (oltre 350 euro a testa per la voce trasporti), la maglia nera di Cagliari. “Ma va sottolineato che queste cifre sugli investimenti consentono un confronto meno significativo” avverte Azzone. “Possono oscillare nel tempo e qui è considerato il solo 2007″. A Cagliari, per esempio, negli ultimi tre anni sono stati spesi 9,8 milioni di euro per informatizzare il parco mezzi e la rete con sistema satellitare di controllo e display, sono stati acquistati 55 nuovi autobus, con piattaforme per disabili, e si punta ad altri 170 entro il 2010. C’è pure uno stanziamento iniziale per costruire la prima metropolitana. “Siamo gli ultimi? ” commenta il sindaco Emilio Floris. “L’auspicio è che diventeremo i primi”. Anche a Torino sono state aggiunte quattro stazioni della metropolitana e si sta lavorando per altri 6 km di linea entro il 2011.

I passeggeri secondo i dati della Gtt (Gruppo Torinese Trasporti, una S.p.A. di proprietà della Città di Torino), l’azienda comunale, nel 2008 sono passati da 40 mila a 90 mila. Inoltre è stato avviato un servizio autobus notturno di 10 linee. Resta il fatto che Torino e Cagliari, in un ulteriore approfondimento svolto dal Politecnico per Panorama, sul totale delle spese comunali dedicano a trasporti e viabilità solo, rispettivamente, il 5 e il 2 per cento.
Mentre spicca il 16 di Genova, seguito da Roma (15) e Venezia (14), il cui sistema di trasporto pubblico è strutturalmente oneroso. Genova è fra le città che devolvono al settore più entrate tributarie (32 per cento), come Roma (31) e Brescia (25). Nel dossier Genova e Roma hanno valori doppi rispetto alla media nazionale anche sulla spesa pro capite (il minimo è di Palermo, con 8 euro).
Non stupisce quindi, considerato l’impegno finanziario del comune, che chi vive a Genova possa trovare fermate praticamente ovunque. Il rapporto tra chilometri di rete di trasporto pubblico e chilometri di strade urbane a Genova tocca il 95. Al Sud la cifra è 40 mentre al Nord è 60. Al crescere della qualità del servizio aumentano i passeggeri. L’assalto, in rapporto al totale degli abitanti, lo registrano Venezia, Roma e Milano, però non bisogna trascurare l’apporto di turisti e pendolari. Si usa invece più l’automobile a Novara e a Campobasso, città che non ha ancora definito livelli minimi essenziali del servizio.
Il confronto con l’Europa sfata il luogo comune di uno scarso utilizzo dei trasporti pubblici: la media italiana è inferiore solo a Londra, Manchester e Lione. E la produttività (rapporto tra numero di passeggeri e numero di dipendenti)?
In testa alla classifica c’è Roma, poi Milano e Brescia. Roma batte Milano anche sul numero di chilometri percorsi per veicolo. Quanto a comfort e servizi, bene va ai triestini, con il record di mezzi climatizzati, meglio ai bresciani, con i bus più veloci. Sul fronte dei prezzi (calcolati al minuto, per omogeneità), il biglietto medio costa 1,34 centesimi. Le più care? Bologna, Trieste e Venezia (1,67 centesimi).
L’intero dossier sarà consultabile sul sito della fondazione.