Clan calabresi e affari meneghini: caccia alla talpa dell’Expo

Lavori per la linea 5 della metropolitana

La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.

Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.

Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società, impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.

Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.

Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.

(ha collaborato Gianluca Ferraris)

Commenti

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Il 27 Agosto 2009 alle 19:35 logosiatreus ha scritto:

Più che di infiltrazioni mafiose per il lucroso Expo, si tratta di una tradizionale sinergia fra finanza mafiosa e grandi lavori, una finanza d’incetta di benefici nazionali ed europei, oltre che di attività criminali ad alta remunerazione che viene investita nell’Italia e nell’Europa ricche e che lascia volutamente nell’arretratezza e sotto il controllo delle cosche le regioni d’origine. Una in particolare, la Calabria, il quarto mondo d’Italia. E’ una mafia a forte coesione familiare e familistica, basata su gelose regole di riconoscimento e “solidarietà”. La procura distrettuale antimafia di Reggio calabria, che, da quando ha visto l’arrivo del vice questore antimafia siciliano, ha messo a segno dei buoni colpi, avrà molto da lavorare con ipotesi di risultati precari. I soldi mafiosi inquinano pesantemente perchè si sotituiscono alle banche ed anche agli usurai in un momento di grave difficoltà economica e sul senso civico degli imprenditori è meglio non contare. Ci resta la miglior espressione dell’attività della Magistratura ed il sostegno di quel poco di opinione pubblica che sostiene questa causa. Si guardi, senza pregiudizi, nei cantieri, nelle banche e nelle Onlus gestiti da calabresi. Nulla da dire sui poveri lavoratori di quella terra.

Il 13 Luglio 2010 alle 22:00 Notizie dai blog su ‘Ndrangheta voleva mettere mani su Expo ha scritto:

[...] l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile. blog: canale italia | leggi l’articolo Per help e visualizzare le immagini abilitare javascript. Scrivi un [...]

Il 10 Dicembre 2011 alle 22:50 zione ha scritto:

La scelleratezza della Camorra Giudiziaria, partì dal Processone di Viterbo, passò da Napoli per San Enzo Tortora e proseguì per Torino, con Mario Longobardi per non fermarsi più; dal Vesuvio un abbraccio ai Carcerati (che soffrono da Innocenti), agli Emigranti e una solenne Maledizione al vile Giudiciume !!!

Quanta ricord, oi né, quanta ricord …; la grandissima Maria Carta a Piossasco; un vero Comandante (Pattadese e Guzzista col “California”); un’Indegno comandante (con vergognosa e rubata medaglia d’oro); il Nipotame di zio Peppe (Zione, che saluta da Napoli) e i bravi Amici Sardi di Cumiana (incluso gli “indigeni”) e del Torinese; Mario Longobardi di Orbassano e l’Infame padre delle Violenze di Stato, il Giudiciume della Cloaca Torinese.

Quando Maria Carta, la gentile e forte Signora delle canzoni Sarde e i suoi Coristi, deliziavano con le antiche magie delle Favole, anche a Piossasco, dove la gran folla che era composta da Famiglie di Immigrati da tutte le Regioni d’Italia, si emozionava molto con le allegre Melodie della Natura;quando dopo calorosi applausi, la Gente si ritirava a casa, tutta contenta che il Signore aveva concesso una bella giornata, purtroppo fu anche il triste tempo in cui germinò la mala pianta dei Traditori del Popolo, i sovversivi Felloni dello Stato che cominciarono a defecare sulla Costituzione.

Fu allora che l’ignorante e criminale Giudiciume “Piemontese” aggredì Mario Longobardi di Orbassano, Meridionale e Socialista … con un Infame Processo Farsa, basato su Scemenze e Calunnie, in una Corte di Buffoni della Fogna di Torino, in cui la Turpitudine assassinò il nome e l’esistenza di Galantuomini e Donne per bene di quei paesi, che non avevano mai avuto niente a che vedere con occulte o evidenti Faide Politiche, coi Cialtroni Giudiziari e colle Scelleratezze Tribunalizie.

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.

http://www.moscati.it/Italiano.....sieri.html

Il grande clinico e Medico dei poveri, Benefattore della dolente Umanità e venerato Santo già da vivo, parlava così perché fra i tanti morbi con cui lottava strenuamente nei lazzaretti non si era imbattuto nella Lebbra della Giustizia; perché all’epoca il mortifero GIUDICIUME togato, non si era ancora diffuso come grave Epidemia Sociale e i Magistrati erano persone serie, austere e morigerate, fatta eccezione di qualche sporadico e recondito bacillo isolato; chissà se fosse vissuto ai giorni nostri, quale sarebbe stato il suo severo pensiero in merito all’Agonia in cui si dibatte la pugnalata Temi; vanamente difesa dalla seria e silente Magistratura.

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