Archivio di Agosto, 2009

Un anno di tirocinio: ecco le uove norme per fare gli insegnanti

scuola

Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica; assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato; più inglese e competenze tecnologiche: queste alcune delle novità contenute nel nuovo regolamento presentato dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini (qui il suo canale su YouTube) per chi vuole accedere all’insegnamento.

Linee Guida
Son quindi quattro le grandi linee in cui si dipana nuovo regolamento voluto dal Miur : il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col “mestiere” di insegnante, “perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica” si legge in una nota. Il numero di nuovi docenti sarà poi deciso in base al fabbisogno. L’obiettivo è quello di porre così fine all’accesso illimitato alla professione che creava il precariato. In questo modo sarà consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.

Il nuovo regolamento, informa il Ministero dell’Istruzione, “è il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica”. L’obiettivo dei nuovi percorsi “è di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio Formativo Attivo, direttamente a contatto con le scuole”.

Cosa cambia
Con il nuovo sistema, dunque, per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentira’ di conseguire l’abilitazione per la scuola primaria e dell’infanzia. Sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso laboratoriale per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Per la prima volta, viene sottolineato, si è data “specifica attenzione al problema degli alunni con disabilità, prevedendo che in tutti i percorsi ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali”.  Per gli alunni con disabilità, in tutti i percorsi è previsto che ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali.

Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado sarà necessaria la laurea magistrale più un anno di Tirocinio formativo attivo. È prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie. L’anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di presenza a scuola sotto la guida di un insegnante tutor.

Nodo Siss
Il Tirocinio formativo attivo della durata di un anno prenderà il posto delle Siss per le secondarie di primo e secondo grado. Il numero dei tirocini sarà deciso in base al fabbisogno di insegnanti. Nel regolamento è stato dato riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo. Gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate e avranno funzione di controllo.

Gelmini: Da oggi si cambia
“Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico” scrive il ministro Gelmini “un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare”.

La crisi economica è finita? Sì, no, forse. Il dibattito tra banchieri ed economisti

commercio

“La crisi sta finendo, un anno se ne va”. Non fosse un tema serio e serioso si potrebbe dirla così, l’attuale congiuntura economica, parafrasando i Righeira, icone pop dell’Italia anni ‘80.
Il problema è che sulla crisi - se sia passata o no; se sia alle spalle o ci si debba aspettare un colpo di coda - le opinioni di esperti, economisti e politici si sprecano. E cozzano, le une contro le altre. E basta dare uno sguardo alla stampa (cartacea e digitale) di questi ultimi 10 giorni, per rendersene conto.

Ad Axel Weber, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, che sostiene in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, come - alla luce dei dati sul Pil tedesco in ripresa - sia troppo presto per dire che la crisi è finita (”Voglio mettere in guardia dalle affermazioni secondo le quali la crisi è finita. Sono affermazioni ora premature” ha detto Weber), fanno da contraltare proprio le ottimistiche previsioni dell’ultimo bollettino della solitamente abbottonatissima Banca centrale europea, che parla di “punto di svolta della recessione”, di una contrazione dell’economia che sta “chiaramente diminuendo”, lasciando intravvedere “tassi di crescita trimestrali di segno positivo” già a partire dal prossimo anno.

È il linguaggio della speranza ritrovata. Lo stesso usato una decina di giorni fa da Barack Obama quando parlava di “inizio della fine” della crisi e poi ripreso dal riconfermato numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke: “Dopo la pesante contrazione degli ultimi anni, l’attività economica sembra migliorare, sia negli Stati Uniti sia all’estero; e le prospettive di un ritorno alla crescita nel breve termine sono buone”. Parole che hanno impresso una robusta spinta ai mercati finanziari, in particolare a Wall Street, che ha toccato i record del 2009. Anche se il recupero non sarà rapido, spiegava Bernanke davanti al “gotha” dei banchieri centrali, economisti e uomini di mercato riuniti nel simposio organizzato dalla Fed di Kansas City, e coordinato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi. Anzi, nella fase iniziale sarà “relativamente lento, con un tasso di disoccupazione che calerà solo gradualmente rispetto ai livelli attuali”.

Già Mario Draghi, governatore di Bakitalia. Lui al Meeting di Rimini mercoledì 26 ha sfoggiato il suo ottimismo sulla ripresa che verrà (già nel 2010); mentre Nouriel Roubini - l’economista che, per primo e “in solitaria” aveva previsto la crisi economica globale - invece teme la cosiddetta “W”, ovvero un nuovo avvitamento dell’economia, malgrado i timidi segnali positivi all’orizzonte. Per l’economista dell’Università di New York, come riportato da un articolo del Financila Times, il mondo è spaccato in due: in Australia, Francia, Germania, Giappone, Cina, Brasile, India e in altri paesi asiatici e dell’America latina, “la ripresa è già iniziata”. In altri, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Italia e nei paesi emergenti dell’Europa è di là da venire. Per Roubini si prospetta un periodo di crescita globale “anemica”, il rimbalzo del Pil in alcuni paesi è in gran parte legato “alla ricostituzione delle scorte” che erano scese a livelli minimi a causa della caduta della produzione industriale. Ma è difficile immaginare una ripresa duratura in presenza “del calo dell’occupazione, una cattiva notizia per la domanda”.
Oggi le previsioni di questo studioso sono naturalmente analizzate al microscopio, ed è per questo che il suo ultimo intervento non è passato inosservato: “Una volta superato l’effetto benefico innescato dai piani di rilamcio”, sostiene Roubini, “i governi non avranno altra scelta che indebolire la ripresa, tagliando le spese, oppure lasciando crescere il debito pubblico”. Roubini prevede inoltre una fiammata del prezzo del petrolio che taglierà le gambe ad ogni attività e quindi “la caduta”, dice, “sarà inevitabile”.

Anche per il governatore Draghi, c’è ancora qualche rischio da superare. Ma la crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni “sta gradualmente rientrando, ma sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze”. Secondo il numero uno di via Nazionale quindi “i rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono scongiurati e la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato”. Per Draghi “Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del pil rispetto all’anno precedente, risulterà in Italia intorno al 5%. Nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere sia pure di poco” analizza Draghi nel suo intervento al convegno “Una strada per l’Italia” organizzato al meeting di Comunione e Liberazione. Draghi ha poi osservato come “a frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure apportate dalla Bce, gli interventi del governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011“.

Lavoratori occupati che invece, per Pier Carlo Padoan, economista e vicesegretario generale dell’Ocse di Parigi, intervistato da L’Unità, continueranno a diminuire di numero. L’ultimo rapporto Ocse sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa: molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Eppure “Siamo preoccupati per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno“, dice Padoan, perché “L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo”.

Appunto, l’anno prossimo. È la data a cui si aggrappa Jean-Paul Fitoussi, il più noto economista di Francia, presidente dell’Osservatorio francese delle Congiunture economiche. Al Messaggero dice di sperare nel 2010, ma non per annunciare la ripresa, bensì per poter approcciare una prima analisi su “questa crisi, che è la peggiore che abbiamo mai conosciuto. Non mi vergogno ad affermare che probabilmente ci capiremo davvero qualcosa tra una decina d’anni. Attenzione dunque a non abbassare la guardia troppo presto”.

Università choc: 1 matricola su 3 pronta a fare sesso per entrare

Università

La spintarella? Vecchio stile. I corsi a pagamento? Uno spreco.
Adesso, per entrare all’Università, va di moda il “do ut sess”. Cioè, sesso in cambio dell’ammissione.
Per superare i temutissimi test di ingresso, gran parte delle aspiranti matricole si sono dette disposte a tutto: a pagare (il 22%) o a prendere la tessera di partito (il 18%). Ma soprattutto, per una buona parte di loro (il 29%), non sarebbe un problema fare sesso in cambio dell’accesso alla facoltàla.

A squarciare il velo su come siano davvero cambiate le abitudini sessuali dei giovani freschi di maturità è un’inchiesta svolta da UniversiNet.it, da anni portale di riferimento per la preparazione gratuita ai test di ammissione, consultato ogni anno da più di 250 mila ragazzi.
I risultati della ricerca, che ha coinvolto 12.160 studenti, sono davvero poco confortanti vista l’età di riferimento e cioè, in media, ragazzi di 19 anni.

Per il 78% di quelli che hanno partecipato al sondaggio, per superare l’esame di accesso è più importante trovare una raccomandazione che studiare. Solo il 15% (l’anno scorso il dato era al 20%) ritiene invece molto più utile trovare sui libri le risposte dei quiz.
Qual è la raccomandazione più forte? Per 4 su 10 quella di un politico di livello nazionale, poi quella di un professore (per il 23%) e quella che automaticamente si otterrebbe frequentando un corso di preparazione a pagamento (21%). E circa 1 su 3 (appunto il 29% degli intervistati), per avere una raccomandazione sarebbero pronte anche ad andare a letto con il potente di turno. Secondo i risultati dell’indagine, il 9% dei ragazzi e il 38% delle ragazze è disposto a metterci il sesso pur di riuscire a discriversi in un Ateneo.

“I dati del 2009 mostrano una incredibile perdita di fiducia nel sistema di valutazione universitaria, forse acuito dagli ultimi scandali sulla valutazione della maturità” dice Renato Reggiani, direttore editoriale di universinet.it. “Ma la nostra inchiesta si limita a fotografare una situazione, dai nostri dati emerge un degrado morale dell’università italiana o almeno della sua percezione da parte degli studenti che ritengono quasi inutile la preparazione e optano per scorciatoie classiche come la raccomandazione del politico o del professore o sessuali”.

Contro i test d’ammissione e il numero chiuso nelle facoltà si è fatta sentire anche l’Unione degli Universitari. “Il numero chiuso” sostiene l’Udu “è e rimane uno strumento aprioristico che nega l’accesso al sapere. Ogni anno i test sono caratterizzati da errori nella loro stesura, errori nelle correzioni, domande assurde, ricorsi ai Tar che durano anni”. “I test d’ingresso” insiste il sindacato degli studenti “sono la lotteria del nostro futuro. Non chiediamo il diritto alla laurea, chiediamo di essere seriamente valutati durante il corso degli studi, chiediamo una valutazione sulla base del nostro impegno accademico e delle nostre capacita’, non sulla base di 120 minuti di domande a crocette”.

L’agenda d’autunno del Cavaliere: fitta di impegni da bollino rosso

Il premier Silvio Berlusconi

L’agenda d’autunno di Silvio Berlusconi si apre di fatto con l’incontro fissato per domani all’Aquila con il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e con il viaggio del 30 a Tripoli, in occasione dell’anniversario del Trattato di amicizia italo-libico (mentre diserterà la festa per  il quarantesimo anniversario, il 1 settembre, della rivoluzione che ha portato al potere il colonnello Gheddafi).
Le due vicende sono legate da un problema, quello dell’immigrazione: la Chiesa critica la politica del governo sui clandestini, in particolare l’istituzione del reato di clandestinità; la Libia, con la sponda di Malta, non rispetta sempre gli impegni assunti con l’Italia al momento della firma del trattato di amicizia.

Gioco di matrioske
Ma, come in un gioco di matrioske, questi aspetti ne contengono altri ancora, potenzialmente assai più pericolosi per il Cavaliere e per il governo. La questione immigrati è stato uno dei due veri cavalli di battaglia cavalcati da Umberto Bossi in questo agosto; l’altro sono i salari differenziati tra Nord e Sud.
Il resto - la bandiera, l’inno di Mameli, il dialetto nelle scuole e in tv- fa parte del folklore. Sui clandestini, così come sugli stipendi ed in generale sulla “manica larga” dello Stato verso il Mezzogiorno, il capo della Lega sa invece di avere dalla sua parte gran parte degli elettori.
A cominciare da quelli di centrodestra. Una carta potenzialmente decisiva da giocare da qui alle Regionali del 2010, vero appuntamento strategico per il Pdl, per i suoi alleati e per Berlusconi stesso. Chiunque abbia seguito Bossi nei suoi spostamenti estivi ha notato che il leader del Carroccio ha concentrato la presenza in Veneto: Ferragosto a Calalzo, all’hotel Ferrovia, un posto da gitanti qualsiasi, con l’immancabile cena assieme a Calderoli e Tremonti. Passeggiate in manica di camicia in lungo e in largo per Pieve di Cadore e per altri paesi minori del bellunese e del trevigiano, trascurati dai vip ma fondamentali per conquistare una regione da 15 anni nelle mani del berlusconiano Giancarlo Galan.

Lega: il Veneto nel mirino
Assieme a Bossi si è mosso molto e fatto molto sentire anche Luca Zaia, ministro leghista dell’Agricoltura in rapidissima ascesa, che ha celebrato su tutte le tv locali la tragica morte dei quattro soccorritori del 118, caduti con l’elicottero a Cortina. Così, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano approfittava della consegna ad Auronzo di Cadore della targa che riconosce le Dolomiti come patrimonio dell’Unesco per ripetere i suoi appelli all’unità nazionale, e mentre la nomenklatura andava come ogni estate a dibattere di fronte agli habituè milanesi e romani delle Tofane (specie la terrazza prendisole) e del Cristallo, gli esponenti della Lega parlavano a veneti “veri”, e da lì naturalmente a tutto il Nord-Est. Nonostante le strategie a tavolino del Pdl, che ufficialmente prevedono la candidatura leghista in Piemonte (cioè la regione più difficile da conquistare, dove è necessario l’appoggio dell’Udc), e la conferma di Galan e Formigoni a Venezia e Milano, tutti sanno che la Lega punta al Veneto o alla Lombardia.

Le carte del Cavaliere
E sarà molto difficile non accontentarla. Naturalmente Berlusconi ha molte altre carte da giocare. La più importante è la ripresa economica: se non si farà attendere troppo (il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, al meeting di Cl, l’ha prevista per il 2010), il governo potrà dire di avere “portato l’Italia fuori dalla crisi”, e senza eccessivi danni. Qui i tempi sono tutto: Tremonti spera in un segnale di inversione di tendenza del Pil già nel’ultimo trimestre 2009, che bilanci l’inevitabile calo dei posti di lavoro a settembre. Se l’operazione - che non dipende da noi ma dal risveglio delle economie americane e tedesche - avrà successo, il Cavaliere ed il Pdl ne trarranno vantaggi anche politici. Sicurezza e immigrazione sono per gli elettori una priorità, ma l’economia è tutto.

Partito democratico scomparso
E oltretutto su questo terreno il Partito democratico è letteralmente scomparso dalla scena. C’è chi prevede che una volta “risolta” la crisi, Berlusconi premi Tremonti con un ministero di maggior peso politico, quello degli Esteri, indicando una sorta di erede. Mentre un altro ministro, Claudio Scajola, andrebbe ad occuparsi dell’organizzazione del partito, specialità nella quale eccelle. Ma siamo ancora alle chiacchiere.
L’altra carta che Berlusconi intende giocare è il rispetto dei tempi nella consegna delle case agli sfollati d’Abruzzo. Se ci riuscirà, un punto a favore, e non da poco. La politica di palazzo però tornerà comunque a farsi sentire. Le Regionali richiedono accordi con l’Udc, non il massimo per la Lega. E inevitabilmente Casini alzerà il prezzo.

L’ombra di Fini
Fini è tornato a sua volta ad esercitare il ruolo di coscienza critica del centrodestra, ed anche di più. Si sta prefigurando uno scenario per il dopo-Cavaliere? In realtà il presidente della Camera sembra avere più consensi a sinistra che nel centrodestra (a differenza di Casini). Di sicuro costituirà una grana per Berlusconi. Soprattutto se, come molti prevedono o temono, la Corte Costituzionale giudicherà in tutto o in parte illegittimo il lodo Alfano. Altra questione segnata in rosso sull’agenda del premier.

Il doppio strappo di Fini, uomo “nuovo” del Pdl accolto da star dal popolo del Pd

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini

Applausi, foto ricordo, autografi e tanti complimenti. Una giornata da star tra gli elettori, per il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Elettori non suoi, però: Fini è stato per un lungo pomeriggio lo “special guest” alla festa nazionale del Pd, al Porto Antico di Genova. Dove è stato accolto da un’ovazione, interrotto una decina di volte da una salva di applausi e ha costringetto il suo contraddittore, l’ex presidente del Senato Franco Marini, che doveva giocare in casa, a fargli da spalla.

Il trionfo di Gianfranco
Insomma, un trionfo: un trattamento da campione, da “vecchio amico” dei Democratici. Che, per assurdo, l’ex leader di An possa diventarne il nuovo leader, si ironizza da un po’. Di fatto, le sue aperture, la sua laicità, i suoi distinguo dalle coordinate della maggioranzaa di cui fa parte, le sue prese di posizione anche aspre (frutto di una sincera, e forse anche sofferta, maturazione personale) in chiace anti leghista, lo hanno nei mesi trasformato agli occhi degli elettori Pd in “nuovo Fini”, come lo definisce L’Unità. Tanto che riesce a strapare consensi persino quando, qui a Genova, plaude alla sentenza della Corte Europea sul caso Giuliani: “So che probabilmente non sarete d’accordo. Ma io sono felice che sia stato definitivamente riconosciuto che quel carabiniere ha agito solo per legittima difesa”. E invece in tanti si sono trovati d’accordo e lo hanno applaudito.
Le altre ovazioni, più scontate, a sottolineare i passaggi più salienti delle risposte di Fini al direttore del Tg2 Mario Orfeo: l’ex leader aennino ha parlato - bacchettando la Lega - di politiche sull’immigrazione, di laicità dello Stato, di superamento delle contrapposizioni ideologiche.

Affondo anti leghista
L’affondo nei confronti del Carroccio è sull’immigrazione, ma a ben guardare l’intervento del presidente della Camera è tutto teso a ridimensionare il ruolo della Lega, perché su temi delicati il Pdl non può limitarsi a “copiare” le camicie verdi (”Mi auguro che il Pdl comprenda che se sul tema si limita a produrre una fotocopia della politica dell’originale, dove per originale si intende la Lega Nord, è naturale che l’originale sia sempre più gradito”). Il tema dell’immigrazione, afferma Fini, non va affrontato né con un approccio segnato “dall’emotività”, né guidato solo dalla “pur necessaria” volontà di “garantire la sicurezza dei cittadini”, perché questo rappresenterebbe un “approccio parziale, miope e sbagliato”. “È positivo” dice il presidente della Camera “che la Lega abbia smentito la Padania, dicendo che il Concordato non c’entra nulla: e ci mancherebbe”. Eppure, l’attacco al Carroccio va avanti.
“Ripugna la coscienza” aggiunge poi il presidente della Camera “non considerare che chi arriva in Italia, regolare o no, è prima di tutto una persona. Se si parte dal presupposto che è una persona alcune politiche non dovevano essere inserite in un provvedimento legislativo”, ha aggiunto Fini. Anche perché il problema della Lega è “guardare con lo specchietto retrovisore” alla società italiana e non accorgersi, sostiene il presidente della Camera riferendosi alla polemica sui dialetti, che “il figlio di Balotelli parla in bresciano” e che i figli di pakistani vincitori degli europei di cricket “sono orgogliosi di essere italiani”.
Se sull’immigrazione il presidente della Camera non fa sconti a Bossi, sull’altro tema dell’estate, le gabbie salariali, sempre proposte dal Carroccio, osserva che “sono un modo antinazionale” di trovare soluzioni a una questione che invece c’è perchè bisogna “cominciare a collegare la produttività alla consistenza dello stipendio”.

Affondo anti clericale
Per Fini l’Italia non è più quella di vent’anni fa. Neanche nelle ideologie. Le “gabbie ideologiche” tra destra e sinistra non esistono più e “di una società tutta ideologica” sostiene l’ex leader di An “francamente non so che farmene”. Un proclama che spiega perchè Fini non trovi nulla di strano nel fatto che spesso le sue posizioni siano più vicine a quelle dell’opposizione che a quelle di maggioranza. Come, ancora, sul testamento biologico, che il presidente della Camera si impegna a modificare, la sua idea combacia con quella dei laici del Pd. “La polemica laici-cattolici” sostiene quasi in tono di sfida” è artefatta e chi lo fa inquina il dibattito. Non si tratta di fare crociate ma chi dice che sui temi della vita e della morte decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale e io dico no”. Mentre il Pd anche sui temi eticamente sensibili fatica a trovare una bussola, il popolo democratico applaude il presidente della Camera.

Sorpresa finale
Fine del dibatto con sorpresa: tra le strette di mano e gli autografi, dopo quasi due ore di intervista, si fa avanti il signor Gianfranco Fini, omonimo ma di dichiarata fede democratica, che ha mostrato all’ex leader di Alleanza nazionale la sua carta d’identità. Per tutta risposta Fini ha fatto notare al suo omonimo che le iniziali del numero del documento erano AN, aggiungendo, tra le risate dei presenti, che non poteva trattarsi davvero di un simpatizzante del Partito democratico.
Poi via, lasciando dietro di sé gli apprezzamenti, come racconta Il Giornale, delle signore democratiche: “Ma che portamento, ma che bell’uomo, e che belle idee…”.

Lo sciopero non basta più, la lotta operaia si fa in cima alle gru. Così la Innse ha fatto scuola

Photostream - Operai sul tetto della fabbrica a Melfi
Tutto è cominciato alla Innse, fabbrica metalmeccanica milanese che sfornava anni fa la mitica Lambretta. Il 4 agosto cinque operai stavano partecipando alla protesta contro la chiusura dello stabilimento. Poi a uno di loro è venuta un’idea: salire sul carroponte a 17 metri d’altezza. E lo hanno fatto sul serio. Con viveri e bottiglie d’acqua sono stati lì per ben otto giorni. Sono scesi pochi giorni prima di Ferragosto, quando l’azienda è stata venduta da Silvano Genta al gruppo Camozzi che ha assicurato la continuazione dell’attività (e dei posti di lavoro). Insomma, un braccio di ferro vinto dagli operai con una protesta dura e, soprattutto, ”mediatica” (con tanto di gruppo di sostegno su Facebook). Il caso ha fatto scuola. Ovviamente. E così nel mese di agosto le proteste in stile Innse si sono moltiplicate in tutt’Italia. E quasi sempre con la vittoria degli operai, che minacciano di buttarsi giù.

Da Roma a Potenza, tutti sulle gru
Il 10 agosto è la volta di sette operai della Cim, una ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che sono saliti su una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Protestavano contro la possibile chiusura dell’azienda, che avrebbe dovuto cambiare sede perchè sorge su un terreno comunale in vendita. Anche loro, però, hanno vinto: sono scesi tre giorni dopo, quando il Comune ha sospeso l’ordinanza di sgombero del terreno pubblico. E ancora.

Quattro giorni dopo, sempre nella capitale,  sette vigilantes dell’istituto Urbe, durante una manifestazione contro la privatizzazione dell’azienda che avrebbe provocato il licenziamento di circa 300 guardie giurate, hanno raggiunto il terzo anello del Colosseo. Sono scesi due giorni dopo, quando hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di trattativa con il governo. Non è finita. Passato Ferragosto sono cominciate le proteste di “classe” in tutt’Italia. Una dietro l’altra.

Il 24 agosto gli operai della cartiera ex Cdm di Saluzzo (Cuneo) hanno organizzato un presidio all’ingresso dello stabilimento: sono preoccupati per l’acquisizione o l’affitto della ditta da parte della società Ital Tissue, che potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro. Non salgono però sul tetto della fabbrica.
Il giorno dopo, invece, ancora episodi “estremi” in stile Innse. Stavolta nelle Marche e in Basilicata. Una decina di operai di una cooperativa che lavora ai cantieri navali di Pesaro sono saliti su due gru al porto per protestare: da due mesi non prendono lo stipendio. Lo stesso giorno sette operai della Lasme, azienda di Melfi (Potenza) che produce per la Fiat e che nelle settimane scorse ha deciso di chiudere collocando in mobilità 174 persone, sono saliti da una scala esterna sul tetto della fabbrica dove hanno passato la notte all’addiaccio, mentre gli altri lavoratori hanno “occupato” il piazzale dello stabilimento. “Rimarremo qui fino a quando non riavremo il lavoro”, hanno dichiarato i lavoratori.

Le reazioni
“Una protesta modernissima”, il commento di Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione comunista, che non si faceva sentire da tempo.
Ma sono in tanti, e soprattutto a sinistra, a leggere positivamente il gesto “estremo” degli operai sulla gru. “Il punto critico non è se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’ assenza di una politica della sicurezza socio-economica”, ha scritto su Repubblica il sociologo Luciano Gallino.
E il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, intervistato dal Corriere della sera, è entusiasta. “È una vittoria di questi lavoratori perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere”. La vicenda Innse? “È stata una bella pagina di lotta operaia”.
“Il caso della Innse ci offre molti spunti di riflessione”, ha affermato il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Si tratta di una vicenda che si conclude positivamente. In un autunno che si preannuncia estremamente caldo si tratta di un caso che farà, per molti versi, scuola, anche sotto il punto di vista del positivo uso dei media con cui è stato rotto il silenzio che di solito avvolge le lotte degli operai”.
E infatti, riflette Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori “la prima considerazione politica”da fare è questa: “la lotta radicale paga. La dove falliscono i tradizionali scioperi simbolici o i vecchi minuetti delle relazioni istituzionali, la lotta radicale strappa il risultato. Ora si tratta di far tesoro di questa lezione e di generalizzarla”.
Per Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, intervistato da il Giornale, la morale è invece un’altra. “Qui i lavoratori credevano nelle capacità della propria azienda, avevano un progetto in testa, e invece di provocare disagio ai cittadini hanno attivato l’interesse dei media, delle istituzioni e degli imprenditori. Se invece l’obiettivo è la mera protesta, allora non mi pare una buona strategia per uscire da questa crisi (…) Capiamoci, non è che i 49 dell’Innse hanno vinto perché cinque di loro sono saliti su una gru. Ma perché sono riusciti a spiegare, in modo intelligente, che la loro azienda aveva un futuro. Se però non ci fosse stato un contenuto a riempire la loro protesta, non avrebbero trovato nessuno disposto a investire per salvare l’azienda”.


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Il Ct Lippi boccia la tessera del tifoso e promuove il Pd di Marino

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Dopo aver, involontariamente, punto l’orgoglio nerazzurro di mister Mourinho pronosticando la Juventus come vincitrice del campionato appena iniziato, il ct della nazionale di calcio azzurra esce di nuovo allo scoperto. Questa volta in campo politico.

Franceschini? Meglio Marino. E non sta parlando dei convocati per il prossimo appuntamento azzurro in vista del mondiale sudafricano. Intervistato (per la seconda volta: la prima, nel gennaio scorso, parlò di gay e calcio, dell’avvocato Agnelli, dell’amicizia con Moggi e della stima reciproca con Berlusconi) da Klaus Davi nel programma tv su YouTube KlausCondicio“, Marcello Lippi “svela” la sua fede democratica affermando che alle prossime primarie del Pd andrà a votare: “Il Pd sta attraversando una fase dinamica, per cui ritengo che sia importante partecipare attivamente con il mio voto. Mi compiaccio nel vedere il partito impegnatissimo a cercare di trovare un’unità d’intenti, una compattezza, e a incrementare la propria forza”.
L’allenatore viareggino dice di aver conosciuto l’outsider Ignazio Marino (”Mi sembra una persona seria”) e di non conoscere invece il segretario uscente Dario Franceschini. “Nel Pd, poi, conosco anche Veltroni” aggiunge, “che rimane una grande risorsa. Mi sembra una persona molto seria che vive questa sua tradizione familiare con grande orgoglio. È un uomo che fa tante cose, ma non saprei dire se la sua stagione tornerà”.
Non dribbla le domande sull’attualità, il Ct campione del mondo. E infatti boccia la tessera del tifoso: “Non mi piace. È una cosa che ghettizza. Anche se sono il ct della Nazionale, dico sinceramente che, a caldo, questo strumento non mi convince. Mi sa di schedatura”. Ed entrando nel merito della querelle sull’inno nazionale innescata da Bossi, Lippi dice: “Ogni volta che sento l’inno di Mameli, mi dà una sensazione bellissima, particolare. Non è per forza legata alla vittoria del Mondiale, perchè la sentivo anche prima. Le parole, secondo me, sono molto belle e io non vedo per quale motivo si debba sostituire con il Va Pensiero”. Per il ct l’inno quindi non va cambiato: “Ci sono tante canzoni nazional-popolari, ma per gli italiani l’inno è quello di Mameli. A me emoziona. Bossi ritiene che debba essere cambiato? Non dico che sbagli, ma io, ogni volta che ascolto le prime note, avverto un qualcosa dentro e provo una bellissima sensazione”. Categorico, il ct anche sul capitolo immigrazione: “I disperati in mare non li avrei mai lasciati morire: li avrei soccorsi, aiutati e poi li avrei rimpatriati”. E pazienza se questa non è esattamente la linea dei democratici.
Ricordandosi poi di rappresentare l’intero Paese, essendo il commissario tecnico della nazionale (un posto sognato, come si dice solitamente, dai 57 milioni di cittadini italiani), Lippi ammette anche di non essere d’accordo sugli attacchi al premier: “Mi sembra che gli attacchi rivolti a Berlusconi negli ultimi mesi siano stati molto forti e molto strumentali”. E poi definisce Veronica Lario: ”Una donna di spessore, che ha avuto la forza di dire quello che voleva”.
Quel gringo di un Marcello ha la lingua puntuale e secca come una Colt…

Ma l’uomo che ha portato gli azzurri a trionfare sopra Berlino, vincendo l’ultima Coppa mondiale, non è il primo del mondo del calcio a esternare le proprie idee politiche.
Alle primarie del Pd di soli due anni fa, già Roberto Donadoni, allora ct della Nazionale, aveva detto che, non fosse stato in ritiro con la squadra, sarebbe andato a votare.
Don Fabio Capello, dal canto suo, in passato aveva ammesso di sentirsi uomo del Nord e di aver a volte votato per la Lega, mentre Renzo “Stalin” Ulivieri, come lo chiamano alcuni utenti sul web, da sempre convinto comunista, in casa ha il busto di Lenin e un poster de Il terzo Stato di Pellizza da Volpedo. Il buon Arrigo Sacchi, invece, da ex allenatore milanista, aveva confessato di essersi fatto ammaliare dal premier: “Prima ero di sinistra, ora voto Berlusconi“.
E tra i calciatori? La maggior parte dei nostri campioni quando intervistati su “altro” che non sia la partita domenicale, pare obbedire a due principi ispiratori. Primo: “Non capisco nulla di politica”. Secondo: mai scontentare nessuno e non irritare le proprie tifoserie.

Eppure, tra conferme e smentite, non sono pochi quelli che hanno manifestato le loro tendenze politiche. L’amaranto Cristiano Lucarelli, come tutta la curva livornese, ha anche il cuore politico dichiaratamente rosso, e fece parlare di sé dopo un gol per aver mostrato al pubblico la maglia con l’immagine del Che. Gesto e simbolo opposti, Paolo Di Canio più di una volta ha sollevato la curva laziale, notoriamente di destra, col saluto romano, per poi precisare che non trattavasi di “un gesto politico”.
E ancora, simpatie per Forza Nuova per Daniele De Rossi, mentre il suo capitan Totti nelle amministrative di Roma si è palesemente schierato per Rutelli, contro Alemanno. Il portiere del Milan Christian Abbiati alle ultime elezioni politiche ha votato per La Destra di Storace e si dichiara orgogliosamente fascista, Alberto Aquilani ha affermato alla Gazzetta di collezionare cimeli del fascio, (regalo “di uno zio fissato”) e Fabrizio Miccoli il bomber tascabile del Palermo sfoggia - come testimonia un tatoo con il Che sul polpaccio - i suoi convinti ideali di sinistra. Nel mezzo (e non solo nella linea difensiva) il capitano azzurro Fabio Cannavaro, pizzicato con il tricolore listato dal fascio littorio durante i festeggiamenti dell’ultimo scudetto del Real, il napoletano a Sky disse: “Me ne sono reso conto soltanto dopo, quando ormai era troppo tardi. Chiedo scusa a chi si è offeso, ma io non sono fascista e non sono di sinistra“.

La politica è proprio nel pallone. Ma cosa succederebbe se ora uscisse fuori un mister Mou della politica obiettando che personaggi pubblici e rappresentativi come calciatori e allenatori non dovrebbero esprimere i propri orientamenti politici?
In fondo i vari Lippi, Totti & co. sono emblemi di uno sport nazional-popolare come il calcio e potrebbero influenzare simpatie dell’elettorato. Se siano anche  in grado di spostare voti, bisognerebbe chiederlo ai sondaggisti…

Clan calabresi e affari meneghini: caccia alla talpa dell’Expo

Lavori per la linea 5 della metropolitana

La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.

Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.

Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società, impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.

Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.

Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.

(ha collaborato Gianluca Ferraris)

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