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“E adess v’el disi bèl ciaà r: da quest mumènt chì sii marì e mijèè“. Tradotto: vi dichiaro marito e moglie.
Chissà , se fossero esistiti nella realtà , anche i Promessi sposi Renzo e Lucia, i protagonisti del romanzo di Manzoni, alla fine di mille peripezie avrebbero udito questa formula, realizzando finalmente la loro unione in “Quel ramo del lago di Como”.
Ma dopo quattrocento anni, a udire questa frase è stata un’altra coppia comasca, che ha celebrato il proprio matrimonio in dialetto. È successo giovedì 3 settembre a Como (mentre al 66mo Festival di Venezia tutti impazzivano per il kolossal dell’amarcord siciliano di Tornatore, Baarìa).
La cerimonia, però, è stata celebrata anche in italiano. Gli sposi volevano, infatti, che le nozze fossero tutte in lombardo, ma l’assessore all’ambiente del comune di Como, il leghista Diego Peverelli, non ha potuto (controvoglia) accontentarli. La legge, infatti, non lo prevede. Il risultato? Le nozze si sono celebrate sia nella lingua italiana sia in comasco. Tutti contenti, alla fine, con applausi e lancio di riso, ovviamente.  E qualche curioso di troppo.
Il precedente: centralino in comasco
Un’altra piccola conquista per il Carroccio, dopo le proposte estive (che hanno spiazzato gli alleati e fatto infuriare gli avversari): esami in dialetto per i professori, inno e bandiere regionali, gabbie salariali e, appunto, una proposta di legge - a firma del deputato Pierguido Vanalli - intitolata “Introduzione dell’articolo 107-bis del Codice civile per la celebrazione dei matrimoni in lingua locale”.
Ma ai leghisti, si sa, i tempi della burocrazia stanno stretti. E passano subito al dunque, quando possono. Soprattutto nelle amministrazioni locali: ne sono un esempio le ordinanze contro i kebabbari a salvaguardia dei ristoranti nel Bergamasco o contro il burkini in Piemonte, il costume per le donne musulmane che scopre solo piedi e viso.
A dire il vero la lista dei colpi messi a segno dalle camice verdi è lunga. Inizia oltre dieci anni fa, quando imperversava la battaglia per i cartelli in dialetto (che in realtà sono indicazioni turistiche), che ha avuto poi successo in tutta la fascia prealpina, fino alla prima trovata dell’assessore all’Ambiente di Como, che nel 2008 inventa il primo centralino comunale in lingua locale. Componendo il numero 031-2521 si sente la sua voce che in puro comasco invita l’interlocutore: “Benvegnuu in dal siit di informaziun del Cumun de Com” (benvenuti nel sito delle informazioni del Comune di Como, ndr). “Per tornà indree in del sit de prima, schiscia ul butun zero” (per tornare indietro premere il tasto zero, ndr). “Schiscia ul butun von per l’ufizi di tass, per la tasa sulla ca, che la sares l’Ici“, (schiacciare il tasto uno per l’ufficio imposte, per la tassa sulla casa che sarebbe l’Ici, ndr).
In Veneto menù in dialetto, a Bologna il Tg
E ora, l’uso delle parlate locali si sta diffondendo con rapidità , travolgendo l’italiano, soprattutto nel Nord Est. Come in Veneto, dove non sono pochi i ristoranti che propongono ai clienti il menù, oltre che in italiano e in inglese, anche in dialetto. Lo fa da alcuni anni la locanda “Al Pestello” di Vicenza, ristorante aperto nel 1986 dal sommelier Fabio Carta che, si legge nel sito, “l’è postà nel core de Vicensa vècia a un tiro de s-ciòpo dal Teatro Olimpico e da’ la Basilica Palladiana” e dove si possono trovare “prodòti de’ le boarie de chi detòrno che vièn crompà drìo a’ la stajon e cu§inà driomà n a’ la qualità e al rispèto de le règoe de’ l’ufìcio igiene (H.A.C.C.P)”.
Ma la dialetto-mania contagia anche i territori un po’ più a sud. Oltrepassando il Po, si arriva a Bologna, dove la tv locale Rete 8 manda in onda il sabato, la domenica e il lunedì un’edizione del tg in vernacolo, il “Nutizieri Bulgnais” (qui il VIDEO), mentre in Toscana il giornale satirico Vernacoliere di Livorno è ormai un’istituzione. E ancora. Nelle Marche il comune di Ancona ha dedicato a settembre un festival al dialetto marchigiano, in salsa teatrale, mentre sotto il Vesuvio impazzano le lezioni semi-serie di lingua napoletana del comico Enzo Fischetti.
L’Italia dei campanili
Dialetto che, tuttavia, fa ancora fatica a imporsi nei circuiti del grande spettacolo, fatta eccezione per la fiction della Rai Il commissario Montalbano tratta dai romanzi di Camilleri. Sarà anche per questo che un ministro (delle Politiche Agricole) veneto, Luca Zaia (Lega Nord), ha proposto, poche settimane fa, l’introduzione del dialetto nelle fiction e nella terza rete della Rai.
In attesa che Viale Mazzini “si converta” alla proposta del ministro dell’Agricoltura, i diretti interessati - gli abitanti del Nord Est - si stanno seriamente interrogando su quale sia la “lingua ufficiale” della regione. “Ancora tutti a chiedersi e discutere su questa storia del dialetto veneto”, commenta un lettore de Il Gazzettino, il quotidiano più diffuso del Nord Est. “Ho visto la prima pagina della Padania che scriveva: Lengue e dialeti xe el futuro dei zoveni. Ma dove si dice questo? Forse a Treviso, ma a Padova si direbbe: lingue e diaeti xe el futuro dei zovani. Ecco, quale sarebbe il dialetto dominante?”.
Perché l’Italia non è il paese delle regioni. Ma dei campanili.

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Commenti
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Il 6 Settembre 2009 alle 11:58 indigesto ha scritto:
Ma no, sono così folcloristici! Penso che la Lega stia giocando una carta intelligente con l’introduzione dei dialetti. Puntare tutto sull’ignoranza e raccoglierne il più possibile è indispensabile premessa per ottenere successo in politica!
Il 9 Settembre 2009 alle 8:18 tigretarma ha scritto:
E gi imbecilli, enrico fumagalli, scrivono post come il tuo del 6/9.
Il 10 Settembre 2009 alle 21:50 Zione ha scritto:
Vulimm o Pont Ruoss; e o Mast Ruoss c’o fravech subbet !!!
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