
I film sarebbero più affascinanti, se recitati in dialetto. E pure comprensibili, se magari le parlate locali fossero insegnate a scuola, come per esempio vuole la Lega, anche solo un paio d’ore a settimana.
Davide Van De Sfroos (all’anagrafe Bernasconi) ne è convinto. Cantautore e scrittore lombardo, nato a Monza 44 anni fa, ma vissuto dall’età di quattro anni sul lago di Como, ha costruito il suo successo proprio sul dialetto laghée (tremezzino), il vernacolo comasco, tanto che grazie al suo ultimo lavoro Pica! (2008) ha vinto la seconda Targa Tenco come miglior disco in dialetto.
Se ancora oggi si pronuncia il suo cognome d’arte sotto il Po, può capitare che qualcuno lo confonda ancora con un calciatore olandese. Ma tra Nord Ovest, Lombardia e Canton Ticino spopola. E ora sta “conquistando” le Isole. Peché il menestrello del Lago piace davvero a tutti: critici, giornalisti, musicisti, quelli che votano Pd - e che l’hanno chiamato per un concerto il 15 settembre alla Festa del partito a Milano (qui il programma) - e quelli che votano il Carroccio. “Bisogna lottare per le culture locali, come gli ambientalisti difendono i parchi”, dice senza peli sulla lingua. Ha chiuso il tour estivo, con la sua band, spostandosi da Bellinzona a Nuoro: “C’è un’atmosfera psichedelica nei concerti estivi: jam session e un pubblico che ha voglia di divertirsi”, ammette. Appena può, però, abbandona il chiasso e si rifugia nella tranquillità dei paesini in riva al lago. Panorama.it lo ha intervistato, chiedendogli di dire la sua (da esperto) su musica e tradizioni di un’Italia che forse non c’è più, ma che molti (e da più parti) vorrebbero far rinascere.
Un autore che canta in “laghée”, il dialetto comasco, e famoso per lo più al Nord. Cosa ne pensa dell’insegnamento del dialetto a scuola proposto dai leghisti?
A scuola ci proibivano il dialetto, perché volevano che parlassimo correttamente l’italiano. Ma è stato un errore, perché bisognerebbe spiegare cos’è il dialetto e cos’è l’italiano, anche per imparare a distinguere le due lingue. Il dialetto, infatti, esiste e bisogna prendersene cura, senza esaltazioni di alcun genere. Insegnarlo a scuola non è una cosa così sbagliata, anche se non può sostituire l’italiano. Spesso, infatti, vedo scritte delle frasi nel nostro dialetto, ma in modo sbagliato e superficiale. Poi ci sono delle difficoltà legate alla tecnologia: scrivere in laghée con il computer è difficile e ci vorrebbe una tastiera tedesca con la umlaut.
Dicono i suoi detrattori che, pur apprezzato moltissimo anche nel Canton Ticino, da Bologna in giù sia pressoché sconosciuto.
Poteva essere vero sei anni fa e anche io pensavo che fosse davvero così. Invece, nell’ultima data in Sicilia e in Sardegna ho trovato un pubblico molto interessato che conosceva i miei testi. Faccio concerti ormai in tutte le regioni toccando posti prima trascurati, come la Liguria e la Toscana. Poi è anche vero che in una piazza della Calabria la gente non capisce al volo il dialetto lombardo, ma la musica, un po’ esotica, affascina e incuriosisce lo stesso.
Ha mai votato Lega?
Non ho mai avuto simpatie politiche. In passato andavo spesso a suonare alle Feste dell’Unità e alle feste di paese. Poi col tempo si è giocato con questo paradigma: siccome canto in dialetto e sono lombardo, allora sono leghista. Si è creato un tormentone su questo errore.
Però piace molto anche ai giovani padani…
Ai miei concerti assistono persone di tutti i tipi e, cantando in lombardo, è normale che vengano molti giovani con simpatie leghiste.
E pensa che la battaglia del Carroccio per la salvaguardia delle tradizioni locali sia giusta?
Giusta laddove non ci siano fanatismi. Le tradizioni locali sono vive e penso che in alcuni paesi della Lombardia, come di altre parti d’Italia, i giovani abbiano diritto di riappropriarsi di qualcosa che riguarda i loro padri e i loro nonni: usi e costumi che sono esistiti e che non vanno persi. Non ci vedo nulla di strano. Si fanno tante battaglie civili per le aree verdi, figuriamoci se non dobbiamo batterci per la lingua e la cultura di un popolo. E questo tipo di lotta che io porto avanti con la mia musica.
Va anche ai festival delle camice verdi?
Partecipo a tutte le feste di paese. Due anni fa sono stato alla festa Atreju dei giovani di An a Roma e poi, a metà di questo mese, alla festa del Pd a Milano.
Cosa vuol dire, per lei, tradizione locale?
Tradizione locale è la memoria, il sapere che esiste una cultura e rendersi conto cosa significhi nella vita. Per esempio, quella pazienza e quella cura nel fare le cose e nel lavoro, che ha chi è cresciuto come me nei laghi lombardi, non si trova ormai più nel mondo frenetico e tecnologico di oggi.
La sinistra ha perso la battaglia per le valorizzazioni territoriali o è la Lega ad averla vinta?
Non credo sia una sconfitta per la sinistra, che un tempo valorizzava le culture popolari. È un passaggio di testimone. Oggi tantissimi che votano Lega erano ex compagni che hanno fatto una loro scelta legittima e la Lega ha preso le redini della salvaguardia delle tradizioni.
Inno d’Italia o Va pensiero, prediletto da Bossi?
L’Inno di Mameli non l’ho mai capito. Sia dal punto di vista musicale sia per la sua struttura non mi ha fatto mai impazzire. Tuttavia, un inno non si può cambiare come un paio di scarpe: si sono fatte guerre e sono morte molte persone per fare l’Italia, non sarebbe rispettoso nei loro confronti. E devo dire, che se mi trovassi all’estero per un premio, durante l’esecuzione probabilmente mi commuoverei.
Il dialetto in tv, come vuole il ministro Zaia. Guarderebbe un film in veneziano o in napoletano?
Certo. Le prime canzoni che ho imparato erano in pugliese e in siciliano e la prima cosa che faccio quando viaggio è ascoltare le parlate locali. I dialetti mi affascinano e prendiamo Baaria l’ultimo film di Tornatore: c’è una versione in cui gli attori parlano in italiano con l’accento siciliano e una in dialetto con i sottotitoli. A me è piaciuta quest’ultima, come del resto mi aveva affascinato a suo tempo Balla coi Lupi o Apocalypto.
Non c’è il rischio di una babele, considerando tutte le parlate esistenti in Italia?
L’Italia ha un’arma, ossia la lingua italiana che ci deriva dalla storia. Non c’è babele se c’è volontà di aprirsi agli altri, non come capita in alcuni paesi di montagna dove gli abitanti si mettono a parlare in dialetto per non farsi capire dai visitatori.
Siamo in Europa. Lei parla italiano e lombardo. Come se la cava con l’inglese?
Ormai l’inglese è entrato a far parte anche del dialetto, spesso inconsapevolmente. Parole come “shopping”, “computer” e “mouse” si usano in italiano e anche in comasco.
Ospite della festa del Pd di Milano. Ha votato per il centrosinistra?
Non ho interesse a schierarmi con un partito piuttosto che un altro. Per il resto la festa del Pd rimane un ottimo concerto e spesso sotto il palco trovo un pubblico estremamente misto, che magari non andrebbe a quella festa, ma per la mia esibizione fa uno strappo alla regola.
Non vuole schierarsi. Ma se fosse del Pd, chi voterebbe tra Franceschini, Bersani e Marino?
Franceschini è il candidato che conosco meno, mentre Bersani e Marino mi danno più fiducia. Marino perché lo conosco personalmente, mentre su Bersani, e l’ho capito parlando con la gente ai miei concerti in Emilia, so che c’è una forte aspettativa, anche per contrastare l’ascesa della Lega.
- Lunedì 21 Settembre 2009
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