Da Brunetta a Di Pietro. Tra insulti e querele, la politica è un ring

Il camion con lo slogan anti-Brunetta ieri a Roma

Il camion con lo slogan anti-Brunetta ieri a Roma

Avrà sorriso Silvio Berlusconi, a leggere dello scandalo provocato dal “Bugiardo!” gridato dal repubblicano Joe Wilson in faccia a Barack Obama (qui il VIDEO da YouTube). Al premier italiano è stato detto ben di peggio, in Parlamento ma soprattutto fuori. E lui stesso più volte si è fatto scappare termini non proprio da educanda come quando durante la campagna elettorale 2006 disse che “nessuno sarebbe così coglione da votare contro il proprio interesse”. E però con il caso di Renato Brunetta gli insulti e le contumelie hanno iniziato anche a girare sui camion. La domanda sorge spontanea: la politica italiana sta diventando uno show di wrestling in cui l’unico modo di farsi notare è sparandola più grossa dell’avversario? O invece ad andare al tappeto è solo l’ipocrisia del politically correct? Di certo il ministro Brunetta quando ha lanciato la sua provocazione a Cortina D’Ampezzo invitando la sinistra “per male” ad “andare a morire ammazzata” insieme alle “élite golpiste di merda” sapeva benissimo che avrebbe sollevato un polverone.

Ma forse neppure lui si immaginava che il giorno dopo un camion in giro per le vie di Roma gli avrebbe augurato di “pijà un colpo” ricordando anche le sue precedenti dichiarazioni: “a nome degli impiegati fannulloni, degli studenti guerriglieri, dei poliziotti panzoni, della sinistra golpista e degli italiani che non ti sopportano più”.
Certo, dal ministro anti-fannuloni - che esordì al dicastero della Pubblica Amministrazione, inauguando un concorso di vignette su se stesso - non poteva che arrivare, ironica, questa risposta. Via blog: “TRANQUILLI MAI STATO MEGLIO!!!”.
Di fatto, il “dagli al Brunetta” è, da qualche tempo in qua, una moda: contro di lui sono state destinate definizioni poco carine come “mini-ministro” (da Furio Colombo, senatore del Pd) o energumeno tascabileda Massimo D’Alema.

La tecnica “più la sparo grossa più guadagno titoli” accomuna vasti settori di maggioranza e opposizione. Basti pensare ad Antonio Di Pietro, che ha costruito le sue fortune elettorali degli ultimi due anni a colpi di epiteti diretti a Berlusconi: “un magnaccia” (il 25 giugno), “cadrà con il dito alzato come Saddam Hussein” (18 settembre), “presidente del consiglio Videla” (13 novembre 2008). Colpi cui vari esponenti della maggioranza hanno risposto per le rime definendolo “bandito” (Sandro Bondi) o “treccartaro” (Daniele Capezzone).

Degli insulti si lamenta Pierferdinando Casini che in diretta telefonica a Porta a Porta ha risposto stizzito a Berlusconi che aveva definito l’Udc “partito delle clientele”; si lamenta Fini che si è sentito dire “Chel lì l’è matt” da Bossi e chiamare “Compagno” dal Giornale. Si strepita e ci si offende a fasi alterne. Fioccano le querele ma si è pronti a dimenticare tutto alla prima tornata elettorale. Insomma lo scadimento verso il ring sembra diventato la regola. Quasi viene nostalgia a pensare alla prima Repubblica e al politically correct.

Eppure proprio di questo si tratta: nostalgia. E anche un po’ bugiarda, perché basta fare un giro negli archivi per accorgersi che ingiurie e maldicenze hanno da sempre accompagnato la vita politica della Repubblica. Magari un po’ più colti e sottili, magari detti nei corridoi dei Palazzi e non in conferenza stampa, ma pur sempre insulti. Valga come esempio l’aforisma che nel film Il Divo Paolo Sorrentino mette in bocca a Giulio Andreotti/Toni Servillo:

“Guerre puniche a parte, mi hanno accusato di tutto quello che è successo in Italia. Nel corso degli anni mi hanno onorato di numerosi soprannomi: il Divo Giulio, la prima lettera dell’alfabeto, il gobbo, la volpe, il Moloch, la salamandra, il Papa nero, l’eternità, l’uomo delle tenebre, Belzebù; ma non ho mai sporto querela, per un semplice motivo, possiedo il senso dell’umorismo. Un’altra cosa possiedo: un grande archivio, visto che non ho molta fantasia, e ogni volta che parlo di questo archivio chi deve tacere, come d’incanto, inizia a tacere”.

Commenti

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Il 23 Settembre 2009 alle 18:53 indigesto ha scritto:

Sul filo dell’ironia l’articolo, soft anche nel titolo dove, però, affermando che la politica è un ring rievoca la nobile arte. A me pare invece si stia istaurando un comportamento da stadio, con i giornalisti nel ruolo del tifo estremo organizzato, attivo nell’incitare i tifosi più grulli, e con le conseguenze che tutti sappiamo. Mi auguro che il nostro Paese non diventi tutto uno stadio con le opposte tifoserie a darsela di santa ragione! Me lo auguro proprio, ma la via intrapresa sembra quella!

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